PER UNA BECCACCIA*

Edito nel dicembre 1978 sulla rivista di caccia "Diana

Certo non fu una bella azione. Lo riconosco a distanza di anni. E, dopotutto, mi costò cara e ancora ho dei rimpianti. Il fatto è che, alla notizia del collasso cardiocircolatorio del Garzani, il mio primo impietoso, deprecabile pensiero fu: "la beccaccia è mia".

Va spiegato che il Garzanti era proprietario dell’officina meccanica dove lavoravo, quindi era il mio principale. Avevamo in comune la passione per la caccia. Senonché, essendo lui un veterano, io un "pivello". La sua era un’arte, la mia. A giudicare dalla sua bonaria ma non tropo ironia, molto simile al compatimento, la mia era una malriuscita imitazione. Mai m’invitò a seguirlo e, se un paio di volte, osai prendere l’iniziativa di proporgli la mia compagnia, mi liquidò con poche spicce parole: - A caccia, non voglio "rompiscatole" -.

Egli conosceva luoghi, date e abitudini di qualunque specie di selvaggina ma, se gli chiedevo un consiglio, si stringeva nelle spalle e borbottava: - Un cacciatore deve avere un buon fiuto -.

Certo che lui aveva il fiuto di un segugio o, sospetto, vere e proprie doti di chiaroveggenza. In paese, però, era famoso soprattutto per la sua abilità o… fortuna per dirla pulitamente, nella caccia "all’aspetto" della beccaccia. Non c’era novembre che non gli riservasse il privilegio di una decina di beccacce. Troppe, a mio parere.

Egli si appostava presso i luoghi di pastura e, immancabilmente, o quasi, colpiva l’ambito bersaglio. Per me, la provocazione più grave fu la sua pessima abitudine di esibire, vantandosi, le proprie prede, sfottendo, nello stesso tempo, gli ammutoliti interlocutori, incapaci, poveri tapini, di stargli alla pari. Così mi venne in mente, come punto di orgoglio, di dimostrargli il contrario e, come scorno peggiore di "soffiargli" una delle sue beccacce, carpendogli qualche previsione.

Cominciai a tenerlo d’occhio alla fine di ottobre, intenzionato a non lasciarmi sfuggire nessun indizio o indiscrezione. Con tale scopo avvicinai sua figlia Nicoletta.

A quel tempo, avevo vent’anni e Nicoletta sedici. Non fu necessario fingere, mi piacque sinceramente. Era candida, ingenua e fiduciosa. M’intenerì. Io beh… con le ragazze avevo molto più successo che con le beccacce! Così, fra noi, ci fu più che una simpatia.

Tuttavia, durante i nostri incontri segreti, fra un’effusione e l'altra, invariabilmente trovavo modo di parlare di caccia. E, quindi di suo padre. Dove finiva la sua abilità e cominciava la fortuna, o viceversa.

È come se la beccaccia gli desse appuntamento – spiegava Nicoletta, più o meno seriamente: – Qualche volta, addirittura, se la sogna di notte -.

Anch’io, la beccaccia, la sognavo di notte, ma non avevo mai avuto il piacere di incontrarla nella realtà.

- Insomma, per tuo padre, si tratta quasi di chiaroveggenza -.

- Macché – rideva Nicoletta – Magari gli fa piacere che gli altri lo credano, così evita di dare troppe spiegazioni. Si tratta solo di esperienza. Non è difficile "ritrovare" il posto giusto, che poi è lo stesso degli anni passati. Difatti le beccacce ripetono sempre gli stessi percorsi, come se conoscessero strade aeree visibili solo a loro, quasi dei passaggi d’obbligo. Mio padre si apposta, ogni anno, nelle già sperimentate con successo. Quando era ancora viva mia madre, io ero ancora un bambina, qualche volta mi portava con sé e mi spiegava e cercava di trasmettermi la passione per la caccia. Poi è cambiato, è diventato segreto perfino per me. Mi vuol bene ma, stai sicuro, nei suoi affetti, io sono al secondo posto, dopo la caccia -.

Nicoletta semplificava così quello che invece io consideravo "il mistero delle beccacce". Come complicazione supplementare, mi innamorai di lei. Lei studiava io m’ero fermato presto. Il Garzani aveva tali ambiziosi progetti per quell’unica figlia che, se m’avesse scoperto a starle intorno, m’avrebbe dato una lezione da non scordarmela più. Tuttavia, il mio pensiero dominante restò quello di scoprire almeno uno dei suoi posti segreti, lungo il percorso obbligato della beccaccia.

Così cominciai a spiarlo.

Una mattina di metà novembre, capii che l’appuntamento don la beccaccia doveva essere vicino.

Stavo nascosto dietro l’angolo di casa sua. Erano le sei. Aprì il cancello alle sei e dieci e poco dopo uscì con la "giardinetta". Lo seguii a distanza con la moto. Il casco mi copriva la testa e nascondeva il viso, senonché il Garzani conosceva la mia moto e poteva anche insospettirsi. Ma ormai ero preso come da una febbre simile a uno stato di "trance". Impossibile pretendere da me un comportamento razionale.

Percorremmo la strada della Caldera. Sulla moto, mi sentivo rattrappito dal freddo e dalla tensione nervosa. La giardinetta si fermò nei pressi di una casa colonica abbandonata. Nascosi la moto dietro un cespuglio. Il Garzani si avviò a piedi per un sentiero che andava verso il bosco. Curvandomi dietro le frasche, seguii lo scricchiolio dei suoi piedi pesanti sul tappeto di foglie secche. La livida mattina di novembre era umida e gelida. L’umidità penetrava oltre i vestiti, sulla pelle e perfino nelle ossa. O subito le conseguenze del viaggio in moto.

Il Garzani si appostò a fianco di un pioppo che sovrastava, scheletrico, i macchioni. Visto di spalle, infagottato nella cacciatora, sembrava un grosso orso. Aveva una atteggiamento inconsueto che faceva pensare alla stanchezza. Le spalle erano curve come sotto un peso. E, infatti, qualcosa non andava perché se ne venne via in anticipo. Io fui incerto se restare o andarmene anch’io. Sempre basandomi sulla validità delle sue intuizioni, me ne andai anch’io poco dopo.

Mi proponevo di tornare la mattina seguente, prendendomi un certo vantaggio su di lui. Volevo che, al suo arrivo, mi trovasse già nel posto giusto, come per caso.

Alle otto fui puntualmente in officina, ma il Garzanti, invece, alle dieci, non era ancora venuto. Con gli altri operai feci varie congetture perché non era normale, quel ritardo.

Alle dieci e un quarto, telefonò Nicoletta e chiese di me.

Singhiozzò: - Il babbo muore -.

A quel punto, come un rapido flash, ebbi, inopportuno, il pensiero della beccaccia. Li scacciai come un insetto molesto. Mi precipitai all’ospedale sia per essere vicino a Nicoletta, sia per dare un estremo saluto ad un uomo che, si può dire, mi aveva visto crescere e aveva rappresentato, nonostante qualche incomprensione, un modello di vita da seguire. Il mio affetto e la mia ansia dolente erano sinceri.

Nella saletta antistante il reparto di rianimazione, c’erano vari parenti e mi fu impossibile avvicinarmi a Nicoletta, senza pericolo di tradire i nostri rapporti. Al capezzale del moribondo, fu permesso di entrare soltanto alla figlia: il padre, col poco fiato che gli restava, aveva chiesto disperatamente di lei.

Quando Nicoletta uscì, era molto pallida ma aveva, stranamente, gli occhi asciutti. Il suo sguardo scivolò rapido su di me, ignorandomi.

Mi alzati alle cinque. Avevo passato una notte insonne. Avevo sfogliato un libro sugli uccelli, per me più sacro della Bibbia, soffermandomi su alcune pagine dagli angoli consumati. Fossi un poeta o un pittore, riuscirei a rappresentare la "regina" in modo più degno. Allora, ad occhi chiusi, o aperti, addormentato o sveglio, io la vedevo. Nelle sue stravaganti "passeggiate" lungo i sentieri dei boschi o nei suoi volo d’amore a giravolta, nel cielo, fiera e altera. Vestita di rosso fulvo, aveva la coda nera. Era la magnifica, ambita preda di ogni cacciatore, specie per chi, come me, l’aveva vista soltanto morta, nelle esibizioni del Garzani e, viva, nelle foto, sui libri di ornitologia.

Uscii di casa come un automa e, senza sapere se il Garzani fosse ancora vivo o già morto, inforcai la moto e raggiunsi il posto stabilito.

Appostato accanto al pioppo, aspettai quasi un’ora. La beccaccia sarebbe passata di là, lasciando il luogo di pastura, volando verso il bosco, ma l’avrei vista con una frazione d’attimo in ritardo. Poco prima, un’imprevista schioppettata davanti a me, aveva allarmato la beccaccia che s’era abbassata a volo radente sui cespugli. Così che non feci in tempo ad imbracciare il fucile. Imbestialito mi precipitai nella direzione da cui era partito lo sparo.

La sorpresa mi paralizzò. Nicoletta col viso di gesso e gli occhi freddi e cattivi, imbracciava una doppietta con la canna ancora fumante.

- Mio padre è morto stanotte – m’informò con voce roca, irriconoscibile. – E, prima. Mi aveva fatto promettere di darti una lezione. In punto di morte, capisci? Il suo ultimo pensiero. Puoi capirlo solo tu, perché io non capisco né lui né te -.

Farfugliai qualcosa, non so. Certo che non riuscii a trattenerla e fu l’ultima volta che la vidi.

In seguito seppi che era venuta a prendersela una zia emigrata in Francia, L’officina fu venduta ad uno di fuori che tenne con sé soltanto i due operai "anziani". Dovetti cercarmi un altro lavoro e fu un periodo davvero difficile.

Sono passati tanti anni, così tanti che preferisco non contarli. Di beccacce, da allora, ne ho fatte fuori più di una. Diciamo, anzi, molte. Forse non tante quante il Garzani, ma quasi. Col tempo i ricordi mi si confondono. Nella loro nebulosità il viso di Nicoletta si sfuma, si dissolve, mette le ali, mutandosi in beccaccia. Il volatile ha lo sguardo fredde e incattivito di Nicoletta, com’era quell’ultima volta che la incontrai.

Mariella (Marzia) Plumeri

* N.B. Nel 1978 la caccia alla beccaccia non era vietata.

 

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