La poesia secondo Saba e Montale

 

1) Poesia

E' come a un uomo battuto dal vento,

accecato di neve - intorno pinge

un inferno polare la città -

l'aprirsi, lungo il muro, di una porta.

Entra. Ritrova la bontà non morta,

la dolcezza d'un caldo angolo. Un nome

posa dimenticato, un bacio sopra

ilari volti, che solo vedeva

oscuri in sogni minacciosi.

Torna

Alla strada, anche la strada è un'altra.

Il tempo al bello si è rimesso; i ghiacci

spezzano mani operose, il celeste

rispunta in cielo e nel suo cuore. E pensa

che un estremo di mali un bene annunci.

Umberto Saba

2) La poesia

L'angosciante questione

se sia a freddo o a caldo l'ispirazione

non appartiene alla scienza termica.

Il raptus non produce, il vuoto non conduce,

non c'è poesia al sorbetto o al girarrosto.

Si tratterà piuttosto di parole

molto importune

che hanno fretta di uscire

dal forno o dal surgelante.

Il fatto non è importante. Appena fuori

si guardano d'attorno e hanno l'aria di dirsi:

che sto a farci?

(Satura)

Eugenio Montale

1.-

Il concetto di poesia è stato più volte oggetto di riflessione da parte degli stessi poeti. Non solo i critici, "philosophi additi artifici", ma anche gli stessi poeti hanno sentito il bisogno di spiegare cosa per loro fosse la "poesia" e quindi di indicarci la loro poetica; per esprimerlo qualcuno ha usato la prosa (si veda il "Fanciullino" del Pascoli); altri, invece, hanno usato proprio i versi. Tanto per fare un esempio illustre, possiamo prendere il Congedo alle Rime nuove del Carducci:

Il poeta, o vulgo sciocco,

un pitocco non è già…

ecc. ecc.

Dopo aver rifiutato il concetto che del poeta volgarmente si ha (non è un giullare, non un perdigiorno, ecc.) il Carducci espone il suo punto di vista e la sua poetica: il poeta è un fabbro che prepara spade per le libertà civili, calici per i convivi con gli amici, gioielli per la donna amata ed infine costruisce per sé una freccia d’oro da lanciare verso il cielo per godere del suo splendore. In questi versi il Carducci ci spiega quindi che per lui la poesia è un lavoro serio, faticoso, come quello del fabbro (che al mestiere / fece muscoli d’acciaio), e che essa deve occuparsi di temi civili, di amore, di amicizia ed, infine, deve essere fine a se stessa (concetto quest’ultimo ripreso dai Parnassiani francesi: l’art pour l’art).

Ma è soprattutto nel Novecento, a seguito della disgregazione delle forme e della crisi del loro ruolo sociale, che i poeti si chiesero il fine della loro opera e cercarono di spiegare cosa per loro fosse la poesia. Nel 1923, quando ancora la poesia italiana era dominata dalla figura e dall’opera di D’Annunzio, il giovane Umberto Saba pubblicò un articolo dal titolo: «Che cosa devono fare i poeti?»; il primo rigo dell’articolo conteneva la risposta alla domanda espressa nel titolo: «I poeti devono fare una poesia onesta». Era questa una presa di posizione contro la poesia dannunziana, giudicata come falsa, perché basata più sullo splendore delle parole che sulla sincerità dei sentimenti; ma nello stesso tempo era una dichiarazione di poetica. E da allora Saba cercò sempre di far diventare poesia le vicende quotidiane della vita (Trieste, la squadra di calcio; la guerra – Teatro degli artigianelli -, gli affetti familiari - la moglie, la figlia -), scegliendo un linguaggio quanto più prossimo al parlato quotidiano (Mi incantò la rima cuore / amore: / la più antica e difficile del mondo). Così, quando deve dichiarare la sua poetica e spiegare cosa egli intenda per "poesia", questa viene identificata con i sentimenti intimi, quelli della famiglia, dell’amicizia, della solidarietà nei confronti del prossimo, che stanno alla base della convivenza civile. Nel brano sopra riportato, Saba rappresenta i dolori e i travagli della vita umana come una terribile giornata invernale. Un uomo si aggira per la città percossa da una bufera di neve; l’inverno è così terribile da trasformarsi, con un gioco di parole, in un "inferno polare"; non ci sono luoghi dove ripararsi, quando improvvisamente in un muro si apre una porta. Il poeta entra: questa è la casa della poesia, nella quale si ritrovano persone ormai vive solo nella memoria, ma anche quelle reali e presenti. È il mondo degli affetti e degli amori, che dà al poeta conforto ma anche speranza. E difatti, quando il poeta rientra nella società, trova che il sereno è tornato, che mani operose lavorano per sgombrare la città dalla neve e dal ghiaccio; così scacciato via il gelo dell’inverno, torna l’ottimismo e si può affermare che da un male può nascere un bene.

Il tutto è detto con un linguaggio quotidiano: solo il verbo pingere rimanda ad un lessico letterario. La stessa struttura del brano sembra quasi una prosa ritmica ed invece è un sonetto che ha perso la letterarietà: non c’è più la suddivisione in due quartine e due terzine, che è stata sostituita da una meno classica struttura di una strofa di quattro versi e due di cinque; anche le rime sono quasi scomparse, ce n’è solo una – morta / porta – insieme con qualche assonanza.

2.-

Passano circa quaranta anni dall’articolo di Saba, quando Eugenio Montale si chiede che cosa sia la poesia e soprattutto riflette sull’origine della poesia, se essa, cioè, sia frutto di intuizione, così come aveva già suggerito Benedetto Croce, o se, invece, secondo le analisi strutturaliste degli anni ’60, essa nasce da un lavorio che impegna il poeta per molto tempo. Mentre, però, Saba si faceva la domanda e si rispondeva con serietà, credendo nelle cose che diceva e faceva, Montale si mostra fortemente ironico nel riferire le discussioni sulla poetica e addirittura arriva a negare alla poesia qualsiasi funzione. Il dibattito sul concetto di poesia è da lui definito "angosciante", un aggettivo che certamente non si addice ai milioni di persone che della poesia non si curano affatto. Si potrebbe parafrasare, e spiegare così l’ironia sottesa all’aggettivo "angosciante", con la definizione goliardica della filosofia: "la poesia è quella cosa con la quale o senza la quale il mondo rimane tale e quale". Il poeta non crede alla serietà delle discussioni intorno alla poesia, anzi le ritiene del tutto inutili, e per questo l’aggettivo angosciante si carica di senso ironico.

Ma l’ironia diventa ancora più feroce quando la teoria dell’intuizione poetica di stampo crociano viene definita con i termini caldo, raptus, girarrosto, forno, e quella contraria con i termini freddo, vuoto, sorbetto, surgelante. La poesia, egli dice, non appartiene alla scienza termica che definisce cosa è il caldo e cosa è il freddo; e prosegue poi con altri termini scientifici, raptus, tratto dalla psicologia, e vuoto, ripreso ancora dalla fisica; ma immediatamente dalla scienza si passa alla quotidianità con i termini girarrosto e forno, assegnati alla teoria idealistica della poesia, e sorbetto e surgelante, per il concetto opposto. Ma se, a parte qualche termine scientifico comunque comprensibilissimo, il lessico appartiene alla quotidianità, la struttura sintattica è molto sofisticata, in quanto Montale per dimostrare l’inutilità della "questione" utilizza ben tre chiasmi: [freddo - caldo / raptus - vuoto]; [raptus - vuoto / sorbetto - girarrosto]; [sorbetto - girarrosto / forno - surgelante]. Per non parlare delle rime, disseminate in tutto il brano con una ironica falsa noncuranza (questione / ispirazione; produce / conduce; girarrosto / piuttosto; surgelante / importante; forno / attorno). Ma il punto più alto dell’ironia è quando negli ultimi versi c’è la personificazione delle "parole poetiche"; esse, appena fuori dalla mente del poeta, si guardano attorno e si chiedono: «Che stiamo a farci qui?». E’ tipico dell’ultimo Montale chiudere i suoi componimenti con una pointe, cioè con un’arguzia che in qualche modo ribalta quanto detto prima e disorienta il lettore. In questo caso l’arguzia serve anche a descrivere lo smarrimento che, secondo il poeta, provano le poesie appena nate e date alla lettura pubblica; uno smarrimento dovuto al fatto che esse nascono anche contro il volere del poeta e soprattutto senza un fine ben preciso. Se per molti poeti la poesia è consolazione, è riscatto dei dolori della vita, è rimozione di un inconscio torbido e indicibile (Quante rose / a nascondere un abisso, dice Saba), per Montale essa non ha nessun fine. La parabola montaliana, che era cominciata con una poesia che voleva rappresentare nella scabrosità dei versi il "male di vivere", si chiude con una poesia che nega se stessa e che annega in un pessimismo totale.

Mariano Fresta

 

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