Pondicherri

La mattina, raggiungiamo Pondicherri in taxi. Riki non sta ancora tanto bene e potremmo aver bisogno di fermarci spesso durante il viaggio. In autobus sarebbe difficile. È uno dei gestori dell’albergo che si offre come tassista. Trattiamo e fissiamo il prezzo. Il conducente ha una guida tranquilla. Ne approfittiamo per goderci il panorama e fare un po’ di conversazione con lui. Interessante è una zona di saline con cumuli di sale al riparo di grandi foglie di palma intrecciate. Anche quelle saline erano state distrutte dallo tsunami del 2004 con gravi perdite per l’economia di quei villaggi.

"Finalmente un albergo dal volto umano!" è il commento di Riki quando entriamo nella stanza che ci hanno riservato all’Executive Inn. Un bilocale con tre posti letto, pulito, con bagno e tanto di asciugamani. Nel seminterrato c’è anche un ristorante presso il quale si riescono ad avere anche cose semplici.

Il lungomare di Pondi, è una lunga passeggiata su un largo marciapiede. Tra mare e marciapiede una massicciata artificiale protegge le costruzioni dalle onde. La città è tranquilla in questa che era la zona francese. Un signore un po’ grassoccio con un simpatico cagnolino ci sente parlare e ci si rivolge in italiano. Vive in India da ormai sette anni. Quando ancora era vicentino a tutti gli effetti, aveva visto in sogno una donna che gli indicava la strada per un viaggio. Quando poi, in seguito ad una prima visita in India aveva visitato l’Ashram di Aurobindo e "la Mere" aveva capito che la donna del sogno era proprio lei. Così si era fatto discepolo della filosofia dei due maestri.

Un gruppo di sei o sette giovani, decisamente rumorosi, vuole farsi delle foto con noi e cerca in qualche modo un contatto fisico con Chinese e Riki, contatto al quale non siamo abituati. Ridono molto di noi.

Ci imbattiamo nel set di un film, proprio sulla massicciata, in prossimità del monumento a Ghandi. Una grande statua di cartapesta marrone rappresenta una via di mezzo tra un uomo ed un gorilla semi-inginocchiato. Non capiamo cosa stiano rappresentando.

Le strade più interne della città sono stranamente quiete. La Cattedrale è un’enorme chiesa dalla facciata chiara con molta gente che prega sulle panche e gente che entra e che esce. Fuori incontriamo un anziano reduce della seconda guerra mondiale. Ci si rivolge in francese ma quando capisce che siamo italiani subito dice: "Mussolini!" e ci racconta che aveva combattuto in Italia contro i tedeschi e che poi era stato ferito e deportato. Dopo la guerra, aveva vissuto a Parigi per ritornare in India solo alla pensione. In un paese così lontano conosciamo un uomo che tanti anni fa contribuì alla nostra libertà di ora aiutando i nostri nonni e genitori, allora bambini, ad avere la loro.

Il silenzio insolito si muta nel solito rumore di clacson, oltrepassando il ponte del canale che taglia in due la città ed entrando nella zona indiana. Il numero di moto parcheggiate ed in movimento è esorbitante. Quasi parcheggiate insieme alle moto, due mucche immobili, indifferenti a ciò che le circonda. Riki si avvicina per fargli un complimento, ma si ritira quando una delle due gli va incontro rapidamente. Dopo il tramonto e con la luce del sole ormai debole, la città si illumina di insegne pubblicitarie che la rendono sgargiante come di giorno, quando le merci in vendita sono esposte lungo le strade a creare un universo di colori.

Da una strada secondaria si accede allo Sri Manakula Vinayagar Temple, un tempio molto animato dedicato a Ganesh. Inizialmente non capiamo se possiamo entrare o no, ma siamo attratti da un’elefantessa che riceve le offerte dei fedeli, subito a destra della porta d’ingresso. Si chiama Lakshmi ed ha sedici anni, la proboscide e le orecchie un po’ sbiadite. Il suo ammaestratore le siede accanto e con una bacchetta di bambù la tocca nei piedi e nelle gambe per ordinarle di fare questo o quel gesto. Intorno al tempio, tutta una serie di bancarelle vende offerte votive: erba e mele per Lakshmi, noci di cocco e banane per il tempio. Anche noi a turno comperiamo dell’erba e la diamo all’elefantessa che in segno di benedizione ci tocca la testa. Alcuni fedeli le danno monete e Lakshmi le mangia. Viene accompagnata nel tempio ed ha inizio una processione guidata dall’impersonificazione di Ganesh. Dietro, una banda di musicisti con tamburi, trombe e lunghi flauti, seguita da molti fedeli. Ci aggreghiamo, scalzi nel tempio, tra i devoti di Ganesh. Una donna segue l’elefante con una bacinella in mano per raccogliere le sue escrezioni. Qualche giro intorno alla cappella centrale del tempio in cui alcuni bramini accolgono e benedicono personalmente i fedeli. Ci mettiamo in coda anche per quello. È il nostro turno ed entriamo in una cappella dal soffitto basso con molti incensi accesi e aria già respirata da altri. Manca quasi il fiato mentre i lumini di burro ardono davanti alle statue. I bramini passano davanti alle persone e le segnano in fronte con una polverina bianca. Sembra gesso. Poi danno a ciascuno di noi un frutto benedetto: una mela o una banana, in cambio di una mancia che prontamente sparisce in una larga tasca dell’abito. Lakshmi mangia le offerte ora che è tornata nella sua posizione originale.

Recuperiamo le scarpe ed il custode del deposito ci chiede una penna Bic. Ne ho una, ma senza tappino. Non gli piace. Ne trovo una completa e la gradisce molto di più.

Ad un angolo della strada ci sono una donna ed una bambina. La donna vende collane di profumatissimi fiori di gelsomino, esposti sul fondo di un secchio rovesciato. Ci fermano e chiedono di essere fotografate. Un cane dorme poco più avanti, lungo la strada che porta ad un grande parco con panchine di pietra. Ci riposiamo un po’ e, nonostante sia notte ed i colori attenuati, molti passanti ci guardano e ci salutano. Alcuni si fermano, ci presentano tutta la famiglia e se ne vanno.

L’Ashram di Aurobindo è un luogo molto frequentato dove centinai di persone sfilano in silenzio davanti alle tombe di Aurobindo e de la Mere, al centro del cortile principale. Oggi un centro culturale e di meditazione, l’ashram era il luogo dove i due filosofi divulgavano principi spirituali a metà tra lo yoga e la modernità.

Ci sono dei lavori in corso al museo archeologico e si possono visitare solo alcune sale. Molte delle vetrine sono ammassate in mezzo alle stanze e solo alcuni bronzi raffiguranti dei e dee danzanti valgono veramente la pena di essere visti. All’esterno, in un cortile dall’erba incolta, alcune grandi sculture in pietra sono esposte, mentre un’anziana signora nel suo shari colorato riposa su una panchina all’ombra di una grande pianta, tra le moto parcheggiate.

Alla stazione dei treni vogliamo acquistare dei biglietti per Tiruchirappalli. La stazione è piccola e tranquilla. Qualcuno aspetta su delle panchine, qualcuno in fila davanti agli sportelli. Aspettiamo il nostro turno, ma almeno un paio di persone ci passano avanti con la tipica indifferenza degli indiani in queste circostanze. Il bigliettaio parla un inglese piuttosto scarso, ma riusciamo a capire che per andare a Trichy dobbiamo prendere un bus per Villupuram e poi da lì il treno. Per acquistare i biglietti è necessario compilare dei moduli con partenza e destinazione, data e ora del viaggio e altre informazioni sul treno.

Vicino al giardino botanico, visitiamo la stazione dei bus, il bus stand, per capire da dove partirà il nostro, ma la confusione e l’odore di urina acida sono talmente forti che ci allontaniamo rapidamente.

Ci resta solo mezz’ora per fare una scappata al giardino botanico, prima che chiuda. Un paio di scimmie si rincorrono vicino all’ingresso. Camminiamo rapidamente tra i sentieri del parco delimitati da piante gigantesche con tronchi a forma di stella, larghi in fondo e più sottili alla sommità. All’uscita, un grosso bufalo immobile in mezzo all’incrocio fa da spartitraffico. Un semaforo regola il flusso delle macchine, ma il bufalo non se ne cura e ruotando lentamente la testa, sembra voler far mostra delle sue belle corna rivolte all’indietro. Ha uno sguardo mansueto.

Roberta Ferri

4a tappa - il seguito a breve

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Le foto di Roberta Ferri in  "Fermare l'attimo"