IL PONTE DEL DIAVOLO
1. "La domenica" (ouverture)
Una domenica triste e piovosa, quella di oggi… una domenica come molte ne ho trascorse nella mia vita, quando la malinconia e la voglia di far niente si impadroniscono di te al punto di farti sentire come prigioniero in una gabbia senza sbarre. Ti senti solo e ti spazientisci come capita a chi si trovi nell’asettica sala d’aspetto di un ambulatorio medico, dove tutto suona così fastidiosamente ovattato e irritante, in attesa di una chiamata che tarda ad arrivare, seduto su quella scomoda sedia metallica, senza neanche uno straccio di "rivista" da poter sfogliare distrattamente, nel vano tentativo d’ingannare il tempo. Una domenica così… e non puoi farci niente se non sperare che il lunedì arrivi presto e che alle 6 in punto la sveglia ti riporti caparbiamente a quella normalità che molti aborrono, dopo una nottata di sonno "vigile", fetido di quel cibo mal digerito che hai abbondantemente consumato per cena. La domenica mi ha quasi sempre deluso fin da bambino, quando quel poveruomo di mio padre era come sempre al lavoro e per questo non c’erano né la preghiera del ringraziamento prima del pranzo né le paste dolci alla fine, a rinnovare un semplice rituale, così pacatamente in bilico tra sacro e profano, che avrebbe avuto senso solo se la famiglia fosse stata al completo. Nel pomeriggio, poi, il cinema con gli amici d’infanzia non bastava a "normalizzare" il monco epitaffio di una settimana del tutto uguale a quella precedente, come se il tempo non riuscisse a progredire, riavviandosi ogni lunedì dallo stesso invariabile "punto critico". Il tempo e lo spazio, l’essere o il non essere sono fattori talmente labili e remoti per la capacità di razionalizzare in un bimbo, che qualsiasi cosa può apparirgli infinita e immutabile: tuttavia per certi versi è proprio così che stanno le cose ed in realtà siamo noi stessi che mutiamo rispetto a tutto il resto, quando l’irrequietezza adolescenziale si trasforma nella caduca speranza di poter essere arbitri del proprio destino, per poi tramutarsi ancora, con l’arrivo dell’età matura, nella consapevolezza che gran parte del nostro tempo lo abbiamo irrimediabilmente sprecato ad attendere un’ opportunità che non è arrivata o di cui ci siamo tardivamente accorti: e dire che l’avevamo lì, a portata di mano, nell’attimo fuggente... Ma a cinquant’anni, è ancora lecito illudersi che ci sia un margine utile affinché qualcosa di veramente significativo nella tua vita possa accadere e che tale evento potrà verificarsi comunque, anche solo per forza d’inerzia? Ed è altrettanto lecito sentirsi così diverso dagli altri tanto da ardire a considerarsi una sorta di predestinato, cui non spetti il rio destino, comune ai più, che è spesso quello di sentirsi confinato come in un "limbo", senza neanche l’effimera consolazione di aver provato, almeno una volta nella vita, l’ebbrezza della felicità, quella autentica?... Sognare, sperare, illudersi: solo chi è vivo lo può fare e se non lo fa o non lo fa più e si è arreso, sentendosi irrimediabilmente oppresso dal giogo delle proprie miserie, virtualmente è come se avesse cessato di vivere. Anche la felicità è illusione, ma non è utopia sperare di raggiungerla, non in senso assoluto. Credo tuttavia che non esista momento felice se non al presente, poiché l’essere stato felice ieri, costituisce oggi solo un amaro rimpianto e il futuro diventa tutto sommato un’insostenibile ipoteca su ciò che non dipenderà mai dalla tua volontà. Allora io dico che l’artista riesce ad essere veramente felice quando crea, a prescindere dalla natura della sua ispirazione e dal travaglio da cui verosimilmente essa può scaturire, poiché la sua arte è unica nonché irripetibile e gli permette di esplicitare ciò che è racchiuso nel profondo del suo animo, attraverso la sublimazione di un rituale altamente liberatorio. Per l’artista il tempo non ha molta importanza: che sia sabato, domenica o lunedì per lui conta solo esprimersi e non ha la necessità, come ha l’uomo comune, di pregustare l’illusoria imminenza del "dì di festa", quale provvidenziale panacea delle frustrazioni di un’intera settimana lavorativa. Per un certo periodo della mia vita, la mia professione mi aveva costretto a dover lavorare molto spesso anche di domenica, come in precedenza anche mio padre aveva fatto per tanti lunghissimi anni, senza mai alcuna deroga ad una regola che egli aveva abbandonato molto presto, al contrario di me. Fu così che provai un gratificante senso di liberazione quando poi, cambiando professione, cominciai a godere del fine settimana libero. Capita tuttavia che le cose che diamo per scontate, poi finiscono per esserci indifferenti e quello che agognavamo un tempo, non potendolo avere, oggi che l’abbiamo costituisce un peso paradossalmente insostenibile o quanto meno un fastidioso riempitivo con cui la pigrizia e la noia alimentano la propria inarrestabile metastasi. Qualcuno obietterà che al mondo c’è di peggio e che tali elucubrazioni mentali sono comunque sintomo di una vita sostanzialmente senza problemi reali… ma è indubbio che esistano individui che spesso manifestano l’irrazionale propensione all’auto-tormento, in virtù di una sorta di masochismo psicologico che li rende incapaci di godere pienamente delle gratificazioni e al tempo stesso li induce ogniqualvolta ad enfatizzare i lati negativi che indiscutibilmente la vita contiene. Per ciò che mi riguarda, se è vero che in genere riesco a farmi valere proprio nelle situazioni più intricate o contrarie, riuscendo comunque a trarne il meglio che sia possibile, probabilmente è altrettanto vero che, in assenza di stimoli ad attivarmi in tal senso, io manifesti la tendenza a lasciarmi sopraffare da uno strano "malessere", dall’inquietudine generata dall’immotivato presentimento che stia per accadere qualcosa di negativo o più semplicemente dall’inerzia e il disinteresse per aspetti della vita che ai più inducono gioia e gratificazione, mentre a me appaiono come degli inutili e ripetitivi orpelli…
2. "Il Principio"
Mi trovavo sostanzialmente in tale condizione psicologica quella domenica mattina quando, essendomi destato da una mezz’ora ed indugiando come di abitudine nel letto, dopo aver bevuto il primo caffè della giornata, squillò inaspettatamente il telefono che era a portata di mano, appoggiato sul comodino e sollevai svogliatamente la cornetta, quasi irritato da quel trillo così insistentemente irriguardoso… "Fa’ ciò che vuoi sarà tutta la Legge!", pronunciò al mio laconico "pronto…" una voce metallica, come filtrata da un vocoder e per questo impossibile da riconoscere. Subito dopo, la comunicazione fu interrotta. Rimaneva solo una frase, appena sussurrata, ma che avevo percepito distintamente, quantunque in quel momento mi sembrò non assumere un particolare significato. Una telefonata anonima decisamente sui generis: primo, perché non riuscivo a capirne il movente; secondo, perché l’avevo ricevuta di domenica mattina e anche questo mi appariva strano, in quanto avrebbe sicuramente fatto più effetto in piena notte, sebbene in tal caso forse sarei stato più propenso a pensare ad uno scherzo di cattivo gusto, come del resto era sporadicamente accaduto. Terzo, perché quella frase, all’apparenza incomprensibile, tutto sommato non mi era completamente estranea e più ci pensavo e più mi sembrava di averla già sentita o letta da qualche parte. Tuttavia decisi di non dare peso alla cosa e dopo alcuni giorni, durante i quali avevo ripreso a convivere con il mio altalenante umore, l’avevo praticamente rimossa. Così arrivò una seconda telefonata, la domenica successiva, ancora di mattina e ancora mentre mi trovavo da solo in casa, in quanto mia moglie si era recata in chiesa per la Messa, come fa abitualmente. Era la stessa voce criptata: "Tu non hai altro diritto che fare la tua volontà. Fa ciò e nessun altro ti dirà di no!"… fu questa volta il contenuto di una comunicazione che mi aveva visto ancora una volta nelle vesti dell’ascoltatore passivo, visto che anche nella fattispecie non riuscii a replicare alcunché, vuoi per una nuova repentina interruzione ma anche per il sottile disagio che questo "mistero" ora cominciava a procurarmi. Non che ne avessi paura, sia ben chiaro, anche perché il contenuto di quelle poche frasi sembrava non celare in alcun modo sentimenti ostili o minacce: al contrario, si trattava fondamentalmente di esortazioni, sì direi proprio caustiche esortazioni al cambiamento, come se chi si celava dietro quelle strane telefonate mi conoscesse al punto di sapere che la mia volontà si era da sempre sostanzialmente adattata alle esigenze e al punto di vista degli altri, attraverso scelte imprescindibilmente "opportune" e attraverso il mio spiccato senso del dovere, per non deludere e per non poter venir meno a quella immagine così "politicamente corretta" che la gente ha di me… la mia volontà non conta o non la posseggo perché è come racchiusa in una torre senza vie di accesso e riuscire a penetrarvi rimane ben aldilà delle mie forze. Mi sento come un "pellerossa" chiuso nella riserva e godo di una libertà condizionale o come dire… condizionata nel tempo dai personaggi che via via ho dovuto e dovrò impersonare: dal bimbo paffutello e ben educato all’adolescente timido e scontroso, senza mai un amico che potrebbe "traviarlo"… però a scuola va benino e diventerà un bravo professionista, diligente e inquadrato; sposerà una donna a sua misura con cui mettere al mondo dei figli, anzi niente figli, che danno solo pensieri! Sarà titolare di un discreto conto in banca, possiederà una bella casa con giardino, un’auto tedesca e…un cane, se la moglie sarà d’accordo naturalmente; poi andrà in pensione, invecchierà, si ammalerà e morirà, come tocca a tutti. Tutto scritto e calcolato, come in un pacchetto vacanze; ma la vita non è una vacanza, quantunque possa essere breve e spensierata: la mia vita è solo mia, ma forse è già tardi per cambiarne il corso…
Le esortazioni di cui sopra non cessarono dopo la seconda telefonata, ma si ripeterono con sorprendente regolarità fino a formare tre serie di sei messaggi diversi, il che mi rese progressivamente consapevole di cosa stava accadendo, nonché della natura di ciò che poi si rivelò come una serie di principi etici, l’ultimo dei quali, il sesto della terza serie di sei, sgombrò la mia mente da ogni residuo dubbio: "Non c’è dio al di fuori dell’uomo"…
3. "Epilogue 1"
Poi più niente e le mie domeniche tornarono per un po’ alla loro originaria, malinconica monotonia. Probabilmente, non avrei mai saputo a chi fosse appartenuta quella misteriosa voce se non avessi indagato di più su quella sinistra serie numerica, quel 666 da cui ero al tempo stesso attratto e repulso, in virtù di un precario equilibrio che mi rendeva estremamente incerto sul da farsi. Penso tuttavia che, sebbene talvolta il confine tra il bene e il male, come tra la pazzia ed il senno, o ancora tra l’eresia e la santità, sia estremamente sottile, la risultante di questo equilibrio costituisca verosimilmente la traccia che ognuno di noi è chiamato a seguire durante la vita e che l’esperienza indiscutibilmente fuori dall’ordinario, della quale fin qui vi ho narrato, se non altro mi avrebbe reso maggiormente consapevole di come la vita stessa non possa prescindere da ripetuti momenti di riflessione, dei quali una pur, all’apparenza, insignificante e oziosa domenica può offrire pacata ed irrinunciabile occasione.
Tutto ciò se non avessi indagato oltre…
…ma credo che un finale del genere, certamente plausibile per questa vicenda, avrebbe tuttavia lasciato un sapore troppo amaro in bocca, ovvero una sgradevole sensazione di essere al cospetto di un’opera incompiuta o irrisolta, una storia inevitabilmente monca. Un epilogo che sarebbe apparso come dettato dalla necessità di giungere alla frettolosa archiviazione di un caso che si vuol dimenticare in fretta, perché andare in profondità avrebbe potuto significare farsi del male o farlo agli altri, perché varcare porte oltre le quali vi è l’ignoto rappresenta da sempre una pratica oltremodo pericolosa e per uno come me, che di norma non ama spiccare voli pindarici, sarebbe stato effettivamente più consigliabile assumere un atteggiamento votato alla più totale, quantunque poco ardimentosa, sacrosanta prudenza. Ma la prevedibile, in verità appena percettibile "uggia" di consapevole vigliaccheria che, inizialmente a tratti, avrebbe ben presto preso a tormentarmi in virtù del mio fin troppo raziocinante atteggiamento e che senza ombra di dubbio si sarebbe progressivamente trasformata in un malessere continuo e insopportabile, mi indusse, unitamente ad una curiosità incontenibile e mai provata prima, ad agire senza soverchie cautele. Alla luce di ciò che poi accadde di conseguenza, ancor oggi mi è difficile stabilire se la scelta fu giusta o se il prezzo che dovetti pagare per la conoscenza di cose inaccessibili ai più non abbia in realtà costituito un dazio eufemisticamente troppo oneroso. Ma sta di fatto che lo pagai… e lo pagherò, fino all’ultimo centesimo.
4. "Black Metal"
Alcuni mesi prima che iniziassero quelle telefonate, mi era capitato di partecipare ad una conferenza sull’occultismo, presso il Castello di Cafaggiolo, a neanche un’ora di macchina da casa mia. Era stato Varg, un amico norvegese che avevo conosciuto durante una vacanza in Scandinavia ad insistere affinché ci andassi insieme a lui ed io avevo finito per accettare, oltretutto per il piacere di incontrarlo di nuovo, dopo tanto che non ci sentivamo. Varg era originario della fiera città di Bergen, fondata nell’undicesimo secolo sulla costa occidentale della Norvegia, ma io l’avevo incontrato a Oslo, presso il piccolo ma ben munito negozio di dischi di cui era proprietario e che io avevo preso a frequentare spesso, durante la mia permanenza nella capitale, essendo appassionato di musica Heavy Metal. Ricordo di aver trascorso delle ore, aggirandomi tra gli scaffali di quel negozietto alla ricerca di qualche rarità che arricchisse la mia già consistente collezione musicale e nella fattispecie mi era anche capitato di ascoltare alcuni dischi appartenenti a generi cui ero poco avvezzo, come il "Black" ed il "Death", branche estreme del Metal, di cui Varg si era dimostrato attento conoscitore.
L’approccio con simili sotto-generi musicali non è di norma cosa semplice se non si è maturata una specifica esperienza nell’ascolto di sonorità ben difficilmente fruibili attraverso i cosiddetti canali "mainstream", ovvero quelli palesemente dedicati alla musica commerciale. Ed è altresì molto probabile che, qualora non si abbia mai dimostrato particolare sensibilità o interesse nei confronti della musica rock in generale, l’impatto con ritmiche serrate e ossessive, la disabitudine a suoni oltremodo aggressivi e claustrofobici, nonché a liriche quanto mai nichiliste e blasfeme, sorrette oltretutto da parti vocali che si riducono spesso ad un sinistro insieme di sussurri e grida disumane, provochi un immediato quanto definitivo rifiuto di una cultura di cui la musica è soltanto uno degli aspetti più eclatanti.
Per ciò che mi riguarda, si dà il caso che la mia consolidata cultura musicale scaturisca da un percorso evolutivo ben preciso e mi permetta, aldilà delle preferenze personali, di pormi oggettivamente nei confronti di ciò che ascolto e di comprenderne il valore artistico, aldilà dei generi e delle etichette, perché a mio parere la musica si divide soltanto in buona e in meno buona, quale che sia la sua natura e la fonte di ispirazione di chi la crea. In tal senso, ben assistito dal mio nuovo amico norvegese, riuscii quasi immediatamente ad entrare in sintonia con la cultura Black Metal, ostica ai più proprio per i contenuti ideologici e filosofici che si fondono in maniera esplosiva ed estrema, con le antiche tradizioni di una nazione dai connotati ancor oggi così spiccatamente "periferici", anche in considerazione delle condizioni climatico-ambientali che continuano pesantemente ad influenzare la vita su questa terra. Ma di questo argomento ero destinato a sapere di più, molto di più… fin troppo.
Giunto al termine di quella vacanza, me ne tornai a casa, continuando a seguire con molto interesse la "scena" musicale scandinava, attraverso le frequenti uscite discografiche e le pubblicazioni periodiche di cui ero solitamente avido lettore.
Non ebbi modo di sentire più Varg fino a quando, con mia grande sorpresa, ricevetti la telefonata, con la quale mi invitava alla conferenza.
Egli mi confidò di trovarsi già da qualche mese in Italia, al fine di visionare alcune "bands" nostrane da mettere eventualmente sotto contratto per conto di una casa discografica del suo paese, segno che il suo prestigio in campo musicale si era accresciuto, nel periodo in cui non ci eravamo sentiti ed il fatto che si fosse ricordato del sottoscritto non poté al momento che farmi molto piacere. Varg mi anticipò, in maniera peraltro sibillina che, nella medesima occasione, mi avrebbe presentato ad una persona veramente speciale, dotata di un tale carisma da rimanerne verosimilmente ammaliato… cosa che suscitò in me una certa curiosità e che si verificò in maniera oltremodo puntuale.
I vari relatori, ognuno per la propria competenza, sviscerarono brillantemente ogni aspetto dell’argomento in questione, ma suscitò in me particolare interesse l’intervento in cui venne affrontato il rapporto esistente tra il rock estremo ed il satanismo ideologico molto in voga soprattutto tra le giovani generazioni del nord Europa e, in maniera più accentuata, in Norvegia, dove evidentemente è più forte il senso di appartenenza alla propria razza che si traduce, identificandosi come antitesi della dottrina cristiana, in un neo paganesimo mai completamente sopito e dalle forti tinte nazionalistiche. Venni pure a conoscenza dell’esistenza di una setta satanico-nazista denominata "Inner Circle" la cui primaria finalità era la divulgazione di tematiche riconducibili alla mitologia nordica, proprio attraverso la musica "Black Metal", che assecondava la volontà dei suoi adepti di evocare gli stati più oscuri e negativi dell’animo umano quali l’angoscia, la malvagità e la disperazione, nonché la morte come estremo atto di giustizia e purificazione. Le autorità tollerarono l’esistenza di questa setta finché il comportamento di chi ne faceva parte si limitò all’ostentazione di atteggiamenti iconograficamente in linea con le tematiche di cui sopra e all’esternazione di deliranti teorie circa la superiorità della razza vichinga; quando però si passò inevitabilmente alle vie di fatto e si verificarono gravi atti di violenza e intolleranza, come l’incendio di chiese cristiane, la profanazione di cimiteri e perfino efferati omicidi, di cui furono accusati alcuni membri del "Circle", la repressione fu dura e determinò la fine della setta, ma non del movimento Black Metal che continuò, sia come genere musicale ma anche come fenomeno di costume, a mietere proseliti in Europa come oltre oceano. Di questo, in sostanza, trattava l’intervento della dottoressa Angela Dellamorte, docente di lettere e filosofia presso la "Normale" di Pisa ed era lei la persona a cui fui presentato da Varg, con mia somma soddisfazione: una donna di una bellezza assolutamente non convenzionale, molto vicina ai canoni della razza nordica, viste oltretutto le origini norvegesi della propria madre. Di alta statura, corporatura armoniosa, capelli lisci, lunghi ben oltre le spalle e corvini come la notte di "Halloween", Angela riusciva a catalizzare l’attenzione di tutti, ancor prima che con le parole, già solo con lo sguardo, reso quanto mai penetrante da due magnifici occhi color blu indaco. E la voce, alla quale non so attribuire aggettivi appropriati se non la definitiva benché generica espressione "emozionante", completava l’immagine di una donna di grandissimo spessore e dalla sensualità oserei dire inquietante. Non posso negare che l’indubbio interesse che avevano suscitato in me le argomentazioni sviscerate nella conferenza, si era amplificato a dismisura al cospetto di colei che non mostrò alcuna ritrosia nel rispondere alle mie pertinenti domande, anzi si disse disponibile ad un approfondimento qualora ne avessi sentita la necessità. A tale scopo, ci scambiammo i rispettivi indirizzi di posta elettronica ma, come era prevedibile, una volta tornato alle mie normali occupazioni, finii per relegare l’argomento "occultismo" nella pur non affatto esigua schiera delle mie conoscenze, in virtù di un carattere non sempre incline all’approfondimento che mi portava, nella maggioranza dei casi, a sapere di tutto ma non di più. Certo, il ricordo di quella magnifica donna si era mantenuto nitido nella mia memoria ma questo non bastò ad indurmi a rifarmi vivo con lei, vuoi per la mia fondamentale riservatezza ma, nella fattispecie, anche per un certo al momento inspiegabile timore di dovermi misurare ancora con una personalità oltremodo forte e complessa, dalla quale ero rimasto profondamente turbato, come era stato previsto, nonostante le poche ma intense battute che avevamo scambiato.
Varg intanto mi comunicò che di lì a qualche giorno avrebbe fatto ritorno in Norvegia, ma era già scritto che egli si sarebbe fatto vivo con me prima di quanto io potessi supporre…
5. "Varg il vichingo"
In effetti io di Varg non è che sapessi granché. Mi aveva tuttavia sorpreso il fatto che, in seguito ad una pur breve frequentazione, io e lui, cioè due persone così differenti per carattere e per cultura, fossimo entrati così rapidamente in sintonia, quasi a compiacerci reciprocamente delle nostre sostanziali diversità. Varg mi aveva accettato da subito, contraddicendo la sua naturale predisposizione d’animo che lo portava generalmente ad isolarsi dagli altri o comunque a creare una barriera nei confronti di coloro che non appartenevano al suo mondo, secondo lo spirito spiccatamente misantropico della sua cultura "Black". Egli arrivò perfino a confidarsi con me, circa il suo recente burrascoso passato di militante nell’ "Inner Circle" e delle accuse che gli erano state mosse circa la sua presunta partecipazione all’incendio di una chiesa cristiana risalente al dodicesimo secolo, la sinistra stavkirke di Fantoft, uno dei monumenti nazionali norvegesi, sito nei pressi dell’antica città di Bergen. Arrestato e processato, Varg era stato successivamente rilasciato per insufficienza di prove, ma il verdetto non aveva del tutto fugato i dubbi circa le sue responsabilità, anche perché in realtà alle ore 6 di quel 6 giugno 1992 egli si trovava effettivamente lì a contemplare le fiamme "purificatrici" levarsi al cielo per la gloria di Odino, prima di dileguarsi insieme ad altri balordi come lui.
Nessun segno di pentimento ero riuscito a percepire durante il racconto di Varg, ma la lucida follia criminale di cui erano permeate le sue parole si tramutò ben presto, quantunque paradossalmente ai miei occhi, in un accorato inno alle proprie origini e all’antica fierezza di un popolo mai domo, attraverso la testimonianza di inesauribile amore per la propria terra, per la tradizione e per gli incorruttibili valori da essa espressi. Ed è per questo che, nonostante quello che accadde successivamente, ancor oggi non mi sento di giudicare in maniera totalmente negativa l’operato di Varg, l’ultimo guerriero vichingo. Ma l’incendio della chiesa non è tutto. Pochi mesi dopo il processo egli si invaghì di una ragazza molto avvenente che aveva preso a frequentare l’Inner Circle, dopo esservi stata introdotta da Oysteyn, il ragazzo con il quale aveva cominciato da poco a convivere nonché amico d’infanzia di Varg e come lui autore di alcune poco edificanti azioni legate alla militanza nell’organizzazione. La giovane donna mostrò da subito di gradire l’interessamento da parte di Varg, ma al tempo stesso non avrebbe mai rinunciato all’amore di Oysteyn. Ne scaturì un singolare legame a tre, beninteso singolare per la nostra cultura, visto che per la mentalità molto aperta dei nordici ciò rappresenta una variante quanto mai plausibile della vita di coppia. Inizialmente tutto sembrava filare liscio, visto che amicizia, amore, sesso e aspirazioni venivano condivisi dai tre con equanime soddisfazione, finché… finché Oysteyn non fu rinvenuto con un coltello piantato nel cuore, steso in un vicolo poco lontano da casa. Anche in questo caso le indagini della polizia non portarono a niente di concreto e, nonostante che i maggiori sospetti su chi fosse l’autore del delitto si concentrassero soprattutto sui due conviventi della vittima, la vicenda fu frettolosamente archiviata: evidentemente si pensò che, all’insegna del "non tutti i mali vengono per nuocere", la morte di un "fanatico satanista" non costituiva certo un evento così tragico da turbare oltremodo la coscienza dei più. Sta di fatto che i rapporti tra Varg e la ragazza, la quale intanto aveva assunto lo pseudonimo di "Angel of Death", presero a deteriorarsi così rapidamente che di comune accordo decisero di andare ognuno per la propria strada.
Al momento non mi chiesi la ragione per la quale Varg mi avesse raccontato, pur in maniera sintetica, una vicenda che lo toccava così intimamente; né io chiesi a lui ulteriori spiegazioni circa eventuali, direi anzi probabili retroscena, soprattutto perché una realtà di tale squallore, lontana anni luce dal mio modo di essere, sinceramente non suscitava in me né curiosità, né tanto meno interesse.
6. "Mr. Crowley"
Poi quelle strane telefonate, di cui arrivai a pensare fossero frutto della mia fervida quanto poco sfruttata immaginazione, ma la segreteria telefonica testimoniò inequivocabilmente che era tutto così "dannatamente" reale e più riascoltavo, con ossessiva ripetitività, quelle esortazioni e più mi tornava in mente Angela Dellamorte, senza una ragione apparente se non per la sottile identica inquietudine che provavo al pensiero di due cose che mi sembravano, ora lo devo ammettere, poco oggettivamente slegate tra loro.
Fu così che mi attivai per dare un senso a ciò che mi stava capitando, per cui cominciai col consultare febbrilmente tutti i testi sull’occultismo e sull’esoterismo che potei non senza difficoltà procurarmi, poiché la conoscenza è sempre e comunque la migliore alleata di chi voglia intraprendere il viaggio in un territorio praticamente sconosciuto e pieno di insidie, come molto verosimilmente si sarebbe rivelato il mondo che mi accingevo ad esplorare. In breve tempo raggiunsi la piena consapevolezza di ciò che poteva attendermi e di ciò che quanto meno avrebbe potuto cambiare la mia vita ma, tutto sommato, era proprio di cambiamento che io avevo necessità, un bisogno irrefrenabile di verità e di certezza riguardo aspetti che ora mi apparivano come un unico fondamentale ed imprescindibile obiettivo, da centrare a qualsiasi costo. Ero pronto, senza esitazione, a mettere in gioco tutte quelle gratificazioni, materiali e non, che bene o male avevo ottenuto nella vita, durante la quale mi ero dimostrato sostanzialmente incapace di credere in qualcosa che non fosse dettato dall’umana, cinica convenienza; una vita priva di autentici slanci, passata nell’accidiosa quanto vana attesa di una conversione indolore, gratuitamente ipocrita e auto-compiacente, che potesse tacitare l’animo inquieto, la coscienza che non si placa.
Finii per individuare la fonte da cui scaturivano quelle enigmatiche frasi al telefono: si trattava del "Liber Oz" o Libro della Forza di Aleistar Crowley, un controverso e provocatorio personaggio, nonché noto occultista, mistico, poeta e mago, vissuto tra la fine dell’800 e la seconda metà del '900, inglese di nascita e autentico punto di riferimento del satanismo moderno. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1941, contiene una sorta di statuto dei Diritti dell’Uomo ovvero la sintesi dei principi etici della legge del Thelema e costituisce l’ultimo pronunciamento magico di Crowley, prima della sua morte avvenuta nel 1947. A partire dalla seconda metà degli anni sessanta, le opere di Crowley erano poi tornate clamorosamente alla ribalta grazie ad alcuni importanti musicisti rock, che vi si erano massicciamente ispirati per la realizzazione di opere divenute poi imprescindibili punti di riferimento per gran parte del movimento rock e metal a venire. Fu quindi piuttosto facile per me, per non dire immediato, collegare quelle esortazioni telefoniche al Black Metal e realizzare che un indizio così costituito mi conduceva inequivocabilmente da Angela, l’unica persona che consideravo al momento in grado di fare luce su ciò che già si preannunciava quantomeno come una vicenda alquanto intricata.
7. "C’è posta per me!"
Ero più che mai deciso a contattare Angela Dellamorte ma, essendo ormai trascorsa quasi un’ora dal momento in cui mi ero posto davanti al computer, con l’intenzione di inviarle un' e-mail, mi resi conto di non riuscire a descrivere adeguatamente ciò che avevo in mente, senza rischiare di apparirle come un visionario o piuttosto come una persona che si era verosimilmente "confusa" nel formulare ipotesi realisticamente poco sostenibili circa collegamenti tra persone e fatti, soltanto attraverso semplici percezioni dell’animo o intuizioni prive al momento di un qualsivoglia riscontro oggettivo.
Ma ancora una volta successe qualcosa che definire una semplice coincidenza avrebbe costituito una forzatura anche per la persona più scettica di questo mondo. Un messaggio di posta elettronica in entrata cancellò infatti di colpo le mie titubanze di poco prima. Esso conteneva alcune laconiche indicazioni, per un misterioso appuntamento:
"il 31 ottobre, alle 24 presso il ponte dell’Empio. Non mancare.". Firmato "Angel of Death".
Interpretai il contenuto del messaggio con una certa facilità, così come non mi fu difficile collegare lo pseudonimo del firmatario al mittente, il quale evidentemente non si era preoccupato troppo di salvaguardare il proprio anonimato: Angel of Death alias Angela Dellamorte. Non vi erano dubbi, la bella ed enigmatica esperta di occultismo e la ex convivente di Varg ai tempi dell’Inner Circle erano la stessa persona e, a seguito di questa pur elementare constatazione, cominciai a maturare l’idea che dietro questa vicenda potesse celarsi un oscuro e quanto mai periglioso disegno, indissolubilmente legato alla mefitica volontà del "maligno".
Un presagio di questa portata non mi turbò in verità più di tanto, poiché era tale e tanto il desiderio di giungere ad una qualsivoglia conclusione di questa faccenda, che avrei affrontato veramente il diavolo in persona (mai luogo comune fu più calzante) pur di venirne a capo. E se è vero che, alla luce della ragione, sarebbe stato altamente sconsigliabile varcare l’ipotetica soglia di conoscenza oltre la quale la norma non consente alla natura umana di spingersi, i fatti avrebbero dimostrato, di lì a poco, come io costituissi in tal senso l’eccezione che insidia tale norma, in virtù di un’indole certamente portata a non lasciare mai niente né di intentato, né a metà dell’opera, qualora naturalmente ne avessi avvertito l’esigenza: un’attitudine, questa mia, tuttavia filtrata da un atteggiamento più marcatamente votato alla circospezione, che non alla prudenza.
Un equilibrio così costituito mi avrebbe fornito, se non altro in linea teorica, qualche garanzia in più nell’affrontare un fenomeno intorno al quale di certezze, al momento, ne avevo ancora pochissime. Tra queste vi era indiscutibilmente il luogo dell’appuntamento: il ponte dell’Empio che divenne, riconducendo l’aggettivo sostantivato "Empio" al Diavolo… il ponte del Diavolo.
8. "Il Ponte del Diavolo"
Conoscevo abbastanza bene quel luogo, da cui ero passato di recente in occasione di una gita domenicale in Garfagnana. Lungo la strada che da Lucca conduce a Castelnuovo, nel tratto piuttosto stretto che costeggia il fiume Serchio, in località Borgo a Mozzano, si staglia infatti una costruzione invero ardita: un ponte di pietra che collega appunto le due sponde del corso d’acqua che tanto caro fu al condottiero lucchese Castruccio Castracane. Esso fu costruito su una successione di quattro arcate, le prime tre di grandezza progressiva, mentre il quarto arco, notevolmente più grande, ci appare come staccato dagli altri, in modo da conferire a questa meraviglia architettonica un repentino slancio verso il cielo, con la sua tipica curvatura a schiena d’asino, a testimonianza della genialità di chi l’aveva concepita: è Il Ponte della Maddalena o Ponte del Diavolo, come vuole un’antica leggenda. Si narra infatti che S. Giuliano avesse chiesto aiuto al Diavolo per completare quel quarto arco, promettendogli la prima anima che vi fosse passata sopra. Alla fine dell’opera, prendendosi gioco di chi l’aveva aiutato, il santo aizzò un cane inducendolo a recuperare un pezzo di pane, o quant’altro di commestibile, che egli stesso aveva lanciato su per il ponte. Il Diavolo allora si gettò sopra quell’essere animato ma, appena si accorse che non si trattava di un cristiano ma di un cane, sentendosi gabbato, scaraventò l’animale a terra con una violenza tale, da farlo passare di sotto.
Altre più attendibili notizie circolano intorno alle origini di quel ponte, ma è quasi certo che l’autore della trama, nella quale ero rimasto inequivocabilmente "impigliato", si fosse ispirato alla leggenda appena narrata, al fine di inscenare un’ulteriore sinistra allegoria.
E venne il fatidico sabato. Dall’arrivo di quello strano messaggio, alla mattina del 31 ottobre, erano intercorsi soltanto pochi giorni, durante i quali avevo atteso alle mie normali occupazioni, senza pensare più di tanto a questa faccenda ed evitando di formulare ipotesi su quanto sarebbe potuto accadermi, nella nottata ormai imminente. Questo mio atteggiamento scaturiva, oltre che dall’effetto rassicurante che la normalità della vita di tutti i giorni spesso fornisce a chi si trovi in situazioni difficili o di disagio, anche in considerazione del fatto che in qualsiasi momento avrei avuto la possibilità di tirarmi indietro e ciò mi induceva a pensare di essere ancora in grado di poter indirizzare ragionevolmente gli eventi a venire.
A mia moglie, che per il momento preferivo mantenere all’oscuro di tutto, dissi che quella sera sarei rimasto a cena fuori con ex commilitoni, per una estemporanea quanto improvvisa rimpatriata e che probabilmente avrei fatto tardi, per cui sarebbe stato perfettamente inutile che lei mi attendesse alzata. Ogni tanto queste cene capitavano, per cui la mia ignara compagna non fece alcun tipo di obiezione ed ero certo che non si sarebbe messa in pensiero più di tanto, non vedendomi rientrare ad un’ora accettabile. D’altra parte, la mia motivazione a non disattendere quell’appuntamento prescindeva da tutto… anche dall’eventualità, tutt’altro che remota, di non fare mai più ritorno a casa.
Dopo un frugale pranzo, mi stesi sul letto e riuscii anche a dormire per una buona mezz’ora: segno che mi sentivo abbastanza tranquillo e continuai a sentirmi tale, una volta che mi fui destato e l’ora della partenza per la Lucchesia si avvicinava sempre più. Dissi a me stesso che questo stato d’animo era di buon auspicio.
Quando uscii di casa, che era già calata la sera, il tempo volgeva al brutto e infatti il parabrezza della mia auto cominciò a bagnarsi, di una pioggerella fine ma continua, ancor prima che giungessi a Lucca, dove poi con calma avrei cenato, in una modesta trattoria sita all’interno della celebre cinta muraria cittadina. Finito di cenare, mi ero rimesso in viaggio, con la visibilità che di tanto in tanto veniva meno a causa di fastidiosi banchi di nebbia; oltretutto, giunto che fui nei pressi del Borgo a Mozzano, anche la pioggia era aumentata notevolmente d’intensità, ma ciò non mi impedì di vedere qualcosa che, in quel momento mi apparve in tutta la sua spettrale magnificenza: illuminata dai fari dell’auto ora si stagliava davanti ai miei occhi l’inconfondibile sagoma di un ponte, del tutto simile a quella di un dinosauro di pietra, con le zampe sprofondate nel letto del fiume ed il collo sgraziatamente proteso a ricongiungerne, con successo, i punti di approdo non complanari delle due sponde. Parcheggiai l’auto a non molta distanza dal luogo dell’appuntamento, verso il quale mi avviai, con passo lento, nella semi oscurità . In giro non c’era anima viva, né alcun passaggio di auto a turbare l’innaturale quiete circostante: uno scenario decisamente surreale, dove solo l’incessante scrosciare della pioggia, fondendosi al gorgoglio del fiume in piena, mi teneva al momento ancora legato alla realtà temporale, attraverso un filo in verità assai esile, il quale era destinato presto a spezzarsi… e così fu, nel momento in cui sembrò materializzarsi a pochi metri da me una figura a dir poco inquietante, in corrispondenza dell’imbocco di quella parte di ponte che viene sorretta dall’arco più piccolo tra i quattro.
9. "Burzum"
Di primo acchito ebbi la netta sensazione di trovarmi al cospetto di un monaco benedettino: il saio nero che indossava poteva infatti, da una certa distanza, essere scambiato per quello che normalmente è in uso presso i religiosi devoti al santo di Norcia. L’uomo, quantunque si potesse al momento soltanto supporre averne la natura, era quasi completamente coperto dal siffatto indumento; solo il cappuccio, che gli avvolgeva alla meglio la testa, lasciava intravedere tratti veramente esigui del volto. Ciò tuttavia non mi impedì di notare come la sua pelle risaltasse, nell’oscurità del luogo, di un colore così innaturalmente biancastro, tale da ricordarmi la consuetudine degli adepti del Black Metal di dipingersi il viso, in modo da simulare il macabro pallore del rigor mortis, al fine di apparire quanto mai terrificanti e malvagi. Un tipo veramente singolare, non c’è che dire, anche in considerazione della lunga collana che gli pendeva dal collo, la quale terminava con uno strano amuleto dal significato probabilmente esoterico.
"Io sono Burzum, principe dell’oscurità… Det som en gang var er nu horte…in questo luogo magico ha inizio il tuo viaggio di purificazione…Det som en gang var er nu hortet… seguimi, senza proferire parola…" esordì il misterioso individuo, intonando uno stridulo e cantilenante falsetto misto a rauchi sussurri, che ben poco avevano di umano e intercalando a più riprese un italiano alquanto stentato con una frase in lingua norvegese, di cui mi parve intuire il significato, memore di ciò che avevo letto sulla mitologia nordica: "…Ciò che era una volta…" o qualcosa del genere. Assecondai la sua esortazione e presi a seguirlo, adeguandomi al suo passo lento, lungo il Ponte del Diavolo, nel momento in cui una fioca luce lunare faceva timidamente capolino tra le nubi, ora che la pioggia era cessata di colpo ed un vento impetuoso ripuliva il cielo sopra di noi. Giunti che fummo in corrispondenza dell’arco maggiore, dove la forma del ponte si fa più ardita, la mia guida si voltò, quasi soffermandosi, probabilmente per accertarsi che io fossi ancora nella sua scia, il che mi permise di osservarlo meglio, pur per pochi attimi…
La leggenda di Burzum si perde nella notte dei tempi, ma nessuno finora aveva mai osato narrarla. Egli era per metà di origine divina e per metà demone, poiché figlio illegittimo di Odino, il capostipite degli Asi, Dei mortali antropomorfi e di Hel, regina del Niflheim, ovvero il mondo delle tenebre: in questo luogo Hel era stata gettata proprio da Odino, il quale l’aveva cacciata dall’Asgard, il centro dell’universo, nel momento in cui essa aveva partorito l’orrendo frutto del loro accoppiamento: il livido e deforme Burzum, di cui il supremo Dio dei Vichinghi aveva ordinato la morte, per mano del suo figlio prediletto Thor; ma il demone era riuscito a sfuggire ai colpi del martello divino, prima nascosto dalla madre nella terra dei morti e poi, divenuto adulto, vagando senza meta nel Midgard, la terra degli uomini, per spargere tra di essi il seme del male.
Burzum era sopravvissuto anche al Ragnarok, la fine di ogni cosa, come era accaduto a Lif e Lifthrasir, i progenitori del nuovo genere umano, all’indomani di ciò che gli islandesi definirono come "Il Crepuscolo degli Dei".
Ma il mondo che si rigenerò dopo la catastrofe universale non si rivelò migliore del precedente e gli Dei morti nella battaglia finale non ritrovarono mai la loro antica grandezza, risorgendo soltanto nelle leggende narrate dai vecchi davanti ai focolari, nelle fredde notti del lungo inverno scandinavo.
Ed il male continuò a regnare sulla terra e anche tra gli uomini di buona volontà cominciò ad insinuarsi un crescente sentimento di sfiducia prima e d’indifferenza poi, nei confronti degli eroi del Valalla. Così è stato fino ai nostri giorni, forse gli ultimi utili per un estremo benché improbabile ravvedimento, da parte di un’umanità che non sa più cogliere tangibili segni di provenienza "trascendentale", annaspando disperatamente in un tempestoso oceano di fedi religiose, asettiche e personalizzate come le malinconiche prescrizioni di un dietologo: le seguiamo per un po’ ma ben presto ce ne stufiamo, tornando, insoddisfatti più di prima, ad "alimentarci" inevitabilmente in maniera eccessiva ed indiscriminata.
10. "La chiesa"
Così, per certi versi, era capitato a me, nella perenne quanto vana ricerca di una "dieta" che facesse al caso mio, che fosse facile da seguire e che non mi imponesse eccessivi sacrifici, ma che allo stesso tempo soddisfacesse le ormai stringenti necessità del mio animo. D’altro canto, raggiungere la consapevolezza della fede non è mai stata per nessuno, da che il mondo è mondo, operazione agevole né tantomeno indolore ma, se non altro, ora mi trovavo nella condizione di colui che è motivato a raggiungere un ben determinato obiettivo, a qualsiasi costo. Da ciò traevo il coraggio di continuare a seguire la mia ben poco rassicurante guida, lungo il tenebroso sentiero boschivo a cui un’angusta stradicciuola, insinuandosi tra le poche casupole "ammassate" appena oltre il ponte, aveva lasciato sinistramente luogo, quasi a testimoniare che il confine tra il mondo conosciuto e l’ignoto era stato ormai varcato.
Camminammo ancora per una buona mezz’ora, udendo di tanto in tanto il sibilo di alcuni animali notturni e nulla più. Ora che il cielo si era completamente rasserenato, la Luna riusciva ad illuminare adeguatamente il nostro cammino, rendendo il nostro passo più sicuro e la surreale atmosfera circostante meno cupa e opprimente.
Finché cominciai a scorgere in lontananza, nella direzione in cui proseguiva il sentiero, due tremule fiammelle simmetricamente poste l’una rispetto all’altra, rese progressivamente nitide dalla distanza che si accorciava, man mano che ci avvicinavamo ad esse…si trattava in realtà di due torce, appese ai lati dell’ingresso ligneo di quella che un tempo era stata una chiesa cristiana, probabilmente risalente al tredicesimo secolo. La costruzione era semi diroccata ma, nonostante il degrado in cui versava e la sostanziale oscurità che avvolgeva quell’ameno luogo, se ne poteva ancora intuire l’antica gotica imponenza.
Burzum si arrestò presso la soglia della chiesa, spinse decisamente con una mano l’intatto benché scricchiolante portale e con l’altra mi fece segno di precederlo all’interno. Esitai un attimo, ma quando la mia guida pronunciò uno stentoreo quanto inaspettato "…Entra!", ruppi gli indugi ed in men che non si dica mi ritrovai immerso nell’oscurità.
11. "L’angelo della morte"
Sul momento, fatti alcuni passi in avanti, non riuscii a realizzare in che direzione dovessi muovermi ulteriormente, ma la luce della torcia di cui intanto Burzum si era munito, prima di entrare a sua volta nella chiesa, mi indicò che lo spazio circostante era completamente sgombro. Ma evidentemente non era questa la nostra meta, poiché il mio sinistro compagno, tornato nuovamente a precedermi, guadagnò con passo spedito un’apertura a forma di arco che si era intanto materializzata lateralmente al disadorno coro, posto alle spalle di ciò che rimaneva dell’altare maggiore di un tempo. Scendemmo giù per le ripide scale di uno stretto cunicolo circolare che ci avrebbe condotto verosimilmente ad una cripta, dove lucidamente pensai si sarebbe con ogni probabilità compiuto il mio destino.
Cominciammo ad intravedere un bagliore proveniente dal fondo, quando Burzum si arrestò, porgendomi quasi istantaneamente un pezzo di stoffa con il quale avrei dovuto bendarmi, come mi fece inequivocabilmente capire a gesti; poi mi disse, con insospettata loquacità: "Qualsiasi cosa accada, non togliere mai questa benda dagli occhi… non lo fare o sarai perduto… Det som en gang var er nu horte". Ancora quella frase enigmatica… ma che cosa sarebbe potuto accadermi, togliendomi ad un certo punto quel pezzo di stoffa nera dagli occhi? sarei forse rimasto accecato? o avrei addirittura trovato la morte?... oppure sarei andato incontro ad inimmaginabili conseguenze, avendo varcato quel limite proibito del quale vi ho già detto, nel momento in cui avessi visto ciò che non avrei dovuto vedere? pur con la mente affollata da queste e molte altre incertezze, annuii e mi coprii gli occhi come Burzum mi aveva ordinato.
Intanto la bramosia di andare a scoprire ciò che mi avrebbe riservato l’imminente epilogo di questa storia abbandonava rapidamente il mio animo, per lasciare il posto ad un frustrante senso di crescente inquietudine che sfociò, giunti che fummo sulla soglia della cripta, in autentica incontrollabile paura, nello stesso momento in cui il mio non improbabile "Caronte" riprese a parlare, rassicurandomi: " Vai avanti, non hai niente di cui temere!... non devi aver timore delle tenebre!"… Evidentemente egli aveva percepito il mio stato di agitazione ma la sua voce, finalmente mondata da ogni forma di contraffazione, rivelò, non so dire se involontariamente o meno, la sua vera inconfondibile identità: era la voce di Varg!!!...
In fondo me lo aspettavo, per cui non replicai alcunché e così entrai all’interno della cripta, ormai sfiduciato e incapace di qualsiasi eventuale atto di ribellione, potendo al momento soltanto udire il crepitio di un fuoco davanti a me, reso cieco com’ero da quel drappo color delle tenebre sugli occhi. Rimasi immobile e preparato al peggio quando, con mia moderata sorpresa, una terza persona presente nella stanza mi si avvicinò dopo aver scambiato in norvegese alcune incomprensibili frasi con il mio amico "demone". Era una donna ed era colei che avevo immaginato fosse… Angel of Death, al secolo Angela Dellamorte. Era al mio cospetto ed una sua carezza mi sfiorò il viso, quasi ella volesse tranquillizzarmi prima della prova che mi attendeva.
Ero completamente soggiogato da una situazione che mi vedeva spettatore passivo del mio destino, riuscendo soltanto a pronunciare con un fil di voce una frase che tuttavia la diceva lunga sul mio momentaneo stato mentale: "…Perché proprio io?!... Perché?..." La risposta non tardò ad arrivare e fu Angela a pronunciarla: "Perché sei tu che hai voluto tutto questo…Det som en gang var er nu horte, Ciò che eri una volta ormai non sei più, ecco il vero significato della frase che avevo sentito pronunciare da Varg/Burzum, all’inizio del nostro viaggio, una frase che preannunciava un cambiamento radicale nella mia vita… oppure la morte, la quale pur sempre cambiamento è, definitivo ed incontrovertibile. In pratica stava andando tutto secondo le previsioni ed in realtà non avevo il benché minimo diritto di lamentarmi, anche in considerazione del fatto che a quell’appuntamento avrei potuto non andarci, se avessi voluto, e continuare la mia pacifica vita piccolo borghese, piena di ipocrisia e di tante noiose piacevolezze materiali. Ma ormai ero in ballo e il pensare che di lì a poco avrei potuto verosimilmente perderle tutte, quelle piacevolezze, in sostanza non mi turbava più di tanto anzi, tutto sommato questo stato d’animo mi induceva ad affrontare, non dico con serenità ma almeno con rassegnazione, gli accadimenti a venire.
12. "Dell’iniziazione e degli amanti diabolici"
Percepivo la presenza di Angela a pochissimi centimetri davanti a me e la sentivo respirare con regolarità. Il crepitio del fuoco, probabilmente contenuto in un braciere poco distante, non impedì di accorgermi che la donna, con un rapido movimento, aveva lasciato cadere a terra quello che probabilmente era il mantello che indossava. Poi le sue mani cominciarono a togliermi i vestiti, lentamente, con metodica dolcezza, come se quei movimenti appartenessero ad un misterioso rituale, consumato chissà quante altre volte, da tempi indefinitamente lontani ed in luoghi verosimilmente analoghi a quel posto dimenticato dagli uomini e da Dio.
Ero completamente nudo, dopo che un freddo annichilente aveva preso progressivamente possesso del mio corpo, quando Angela avvicinò alle mie mani un calice metallico, dicendo: "Ora bevi il sacro Idromele, bevine fino all’ultima goccia e libera la tua mente da ogni incertezza…"Ciò che eri una volta ormai non sei più"…"Det som en gang var er nu horte..", le fece eco Varg, che fino a quel momento era rimasto compostamente in disparte.
Non appena quel liquido denso e dolciastro, un tempo caro agli Dei Vichinghi, cominciò a scorrermi nella gola, fui come per incanto invaso da uno strano quanto generale benessere, fisico e mentale; mentre la destabilizzante sensazione derivante dal gelo di poco prima si trasformava in un tepore o meglio, in una sorta di piacevolissimo torpore, solo lontanamente paragonabile all’effetto che si prova indugiando sotto le coperte, appena svegli, in una fredda mattinata invernale.
La mia mente ora si presentava sgombra da ogni turbamento residuo e mi sentivo pronto ad affrontare qualsiasi evento quando Angela, con la sua ormai solita, almeno all’apparenza benevola disposizione nei miei confronti, mi aiutò, considerato che la vista continuava ad essermi negata, a spostarmi brevemente fino a raggiungere ciò che realisticamente immaginai come una specie di superficie di pietra, rialzata adeguatamente da terra in modo da costituire un monolitico quanto improbabile giaciglio: forse un altare basso utilizzato a mo’ di spartano scranno rettangolare, reso minimamente confortevole da una copertura di velluto, ricadente oltre gli spigoli vivi, di cui mi resi conto con buona approssimazione, nel momento in cui Angela mi ci fece sdraiare sopra in posizione supina. Fu allora che udii, o mi parve di udire, in sottofondo, un sinistro suono di campane "a morto", un fatto direi scontato nella fattispecie, ma di sicuro effetto anche agli occhi delle menti più razionali e disilluse. Era il segnale che l’iniziazione stava per entrare nel vivo e ciò ebbe inequivocabilmente conferma quando, venendo attraversato da un intenso brivido di piacere, sentii la morbida pelle di Angela venire a contatto con la mia ed ella cominciò a muovere ritmicamente il suo corpo prono sul mio, sussurrando con regolari ripetizioni la frase dal profetico contenuto, che ormai conoscevo bene… …"Ciò che eri una volta ormai non sei più", mentre Varg/Burzum da dietro le rifaceva enfaticamente il verso, intonando un cantilenante contraltare in lingua norvegese…
Un quadro sì definito non tardò ad evolversi in quel sabbatico amplesso di cui tuttavia, al momento, non riuscivo che a percepire gli edulcorati contorni, rispetto ad una realtà ben più cruda che mi si sarebbe rivelata di lì a poco e… l’eccitazione, cui non seppi e non volli sottrarmi, entrando in Angela, raggiunse ben presto parossistiche vette, in virtù del movimento sempre più frenetico, imposto dalla sacerdotessa e sostenuto dai gemiti suoi, divenuti animaleschi, e da quelli di Varg che, ora mi era chiaro, completava il perverso trio… prendendo Angela da dietro.
Ed il crescendo di sensazioni, che definire forti significherebbe riesumare il più banale degli eufemismi, fece sì che mi sentissi ormai perduto nel vorticoso mare della lussuria quando, nel medesimo istante in cui per tutti si azzera inevitabilmente ogni residua forma di autocontrollo, sentii un dolore lancinante attraversarmi il petto che mi fece urlare disperatamente e come richiamato, da chi o cosa non è dato di saperlo, ad una ormai insperata consapevolezza, mi strappai con violenza la benda dagli occhi e vidi… vidi in un solo attimo, uno solo…ciò che non avrei mai dovuto vedere!
13. "Epilogue 2"
Vidi Varg, o chissà quale demoniaca entità che ne aveva assunte le sembianze, che con un mefitico ghigno indugiava su di me affondando un ferro arroventato nella mia carne all’altezza del cuore, per marchiarmi indelebilmente con la diabolica triade numerica 666. Vidi intorno a me un’intera schiera di demoni danzare il sabba infernale. Vidi che ero disteso su un drappo nero con al centro raffigurati in rosso i simboli necessari all’evocazione del Diavolo, tra cui una stella a cinque punte inscritta in un cerchio. Ma soprattutto vidi la creatura con la quale mi ero accoppiato: un’orrenda surreale combinazione tra lo splendido corpo di Angela e la testa di un…capro.
Tutto questo vidi in un attimo, un unico infinito, insopportabile attimo… poi le forze mi abbandonarono e fu il buio, per un tempo che non so definire.
No, non sono morto… non è stata la vita il prezzo che ho dovuto pagare… forse non sarebbe bastato. Sì, trasgredendo le raccomandazioni di Varg, mi ero tolto quella benda dagli occhi… chissà cosa sarebbe successo se non l’avessi fatto… già, l’imponderabile è sempre in agguato: il ripensamento repentino o il panico che ti assale quando meno te lo aspetti… il gatto che all’improvviso attraversa la strada mentre stai sopraggiungendo a bordo di un auto che hai lanciato a tutta velocità, sentendoti troppo sicuro di te stesso, ma istintivamente sbandi e ti attacchi ai freni per non travolgerlo, anche a costo di peggiorare la situazione. Impossibile dare una spiegazione logica a tutto ciò e neanche la memoria di quello che accadde immediatamente dopo aver perduto i sensi può venirmi in tal senso in aiuto.
Nella mia povera mente c’è come un vuoto, ma tutto sommato non è un gran male, anche perché probabilmente la miglior cosa da fare, in questi casi, sarebbe cercare di dimenticare, dimenticare al più presto tutto ciò che sia possibile.
Non ho saputo più niente né di Varg, né di Angela: è come se fossero spariti nel nulla. Del resto ho la netta sensazione (o la speranza?!) che la loro dimensione diabolica sia stata generata soltanto dalle mie allucinazioni e che in tutta questa vicenda io non abbia impersonato in realtà la vittima di una volontà trascendentale, ma abbia recitato più probabilmente la parte dell’inconsapevole carnefice di me stesso, attraverso il desiderio perverso di valicare limiti oltre i quali la natura umana viene a trovarsi in uno stato di assoluta inadeguatezza. Per cui, ancor oggi, non sono assolutamente certo della misura in cui questa storia sia attendibile oppure quanta parte abbia avuto in essa la mia "fervida fantasia"… o la mia pazzia?!!..
…Già, mi ero dimenticato di dirvi una cosa importante (vedete come è fallace la mia mente?!!)… Mi fu detto che alcuni giorni dopo quel fatidico 31 ottobre, venni ritrovato per caso, da un cercatore di castagne, in un bosco situato nei pressi di Borgo a Mozzano, mentre girovagavo senza meta, in stato di evidente disagio mentale: era una domenica come lo è oggi, ma del resto per me, ormai da molto tempo a questa parte, ogni giorno è perfettamente uguale a quello precedente. Non viene neanche più nessuno a trovarmi, qua dove mi trovo…persino la mia ex moglie non si è fatta più sentire da quando ha ottenuto il divorzio…credo si sia risposata con un tizio, un facoltoso commerciante in articoli religiosi (ironia della sorte!).
Io però non ho motivo di lamentarmi, poiché se di cambiamento avevo sentito il bisogno, non si può certo dire che non sia stato poi accontentato: la mia vita è finalmente serena, permeata come dire… da una tranquilla monotonia.
Ogni tanto mi liberano da questa fastidiosissima camicia di forza e allora posso guardare, dalla finestra che dà sul cortile del manicomio, gli altri pazzi che giocano a pallone… Un tempo mi piaceva molto guardare le partite di calcio alla tv, ma qui il televisore non c’è perché i dottori dicono che farebbe eccitare troppo gli ammalati… in fondo si preoccupano della nostra salute… in fondo.
Ogni tanto la mia mente fa i capricci… vuol ricordare delle cose ed io poi le racconto ai dottori: ma loro non mi credono; mi fanno prendere delle strane pillole e, se mi ribello, dicono agli infermieri di infilarmi in questa camicia e di rinchiudermi nella stanza del silenzio…
Il silenzio mi è caro... in esso ti schiarisci le idee e torni ad essere presente a te stesso, ripensando alla tua vita passata, per poter fare delle valutazioni che sono verosimilmente oggettive, nel momento in cui puoi rileggere con il necessario distacco un qualcosa che non ti appartiene più… Per questo io non penso di essere pazzo e non capisco perché i dottori non mi credano… ma prima o poi dimostrerò che si stanno sbagliando… la prova decisiva è quella piccola cicatrice che ho sopra il seno sinistro: è molto piccola e ben mimetizzata dalla peluria ma si vede, eccome se si vede!…allora mi crederanno e capiranno che sono guarito… sì, prima o poi gliela farò vedere quella piccola cicatrice a forma di 666!... Ahahahahahahahahahahahah!... ahahahahahahahahahah!!!
Alessandro Amidei