IL PROFUMO DI MARIAN

Tommaso era un bambino oltremodo precoce. Aldilà delle sue non comuni capacità intellettive, egli si dimostrava anche incredibilmente responsabile e consapevole, nonostante avesse soltanto sette anni ed era ciò che lo rendeva sostanzialmente diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei. Tommaso rappresentava realmente la ragione di vita per i suoi genitori, due persone semplici e oneste che si erano conosciute, giovanissime, sul finire della seconda guerra mondiale, dopo essere sfollate dai rispettivi luoghi d’origine. Antonio proveniva dal Valdarno fiorentino, mentre Agata era giunta nel capoluogo toscano nientemeno che dalla lontana Sicilia, una terra che aveva abbandonato per sempre, insieme ai genitori e ai quattro fratelli più piccoli, dato che loro casa era stata distrutta dai bombardamenti "alleati". Il destino aveva voluto che i due, superate le vicissitudini legate per entrambi al periodo bellico, ma vissute da ognuno in relazione ad una diversa situazione familiare, si ritrovassero ad abitare nello stesso palazzo, sito nella zona di Oltrarno, proprio sotto le colline di Bellosguardo, il suggestivo valico di congiunzione tra il popolare rione di S. Frediano e quello di Soffiano che, già sul finire degli anni cinquanta, lasciava intravedere le potenzialità dell’ambita zona residenziale, quale è tutt’oggi. Ad Antonio, Agata era piaciuta da subito perché era bella, solare e forte di carattere, talvolta perfino aspra ma infinitamente generosa e altruista, secondo i tratti tipici della sua spiccata mediterraneità. Lui se ne era follemente innamorato, fin da quando l’aveva "spiata" per la prima volta dalla terrazza prospiciente il giardino dove lei era solita lavarsi i piedi alla fonte, dopo una giornata di duro lavoro, presso una nota legatoria del Campo di Marte. Agata si lavava ignara, scoprendo inevitabilmente due gambe sostanzialmente prive di difetti, al punto di poterle tranquillamente paragonare a quelle della Mangano, tra le mondine di "Riso Amaro". Mentre si lavava, cantava soavemente ed i capelli mossi e corvini le scendevano lungo le spalle, fino a lambire un girovita talmente stretto da fare invidia, fosse mai possibile, a quell’esigua striscia di mare che ella aveva dovuto attraversare, per raggiungere il mitico "continente". Antonio la stava osservando incantato, anche quel giorno in cui si fece accidentalmente scoprire da colei che, pudica per carattere, reagì come del resto era prevedibile e cioè in maniera eufemisticamente poco amichevole. Non che di per sé lui le rimanesse particolarmente simpatico, ma di sicuro l’essersi fatto cogliere "in flagrante" non costituì certamente un buon viatico per approfondire la conoscenza. Ma Antonio era più che mai deciso a non mollare e la sua caparbietà, unita e quell’aria un po’ triste da timido e bravo ragazzo, finì per fare breccia nel cuore di colei, la quale tuttavia si era da sempre dimostrata generalmente poco incline a manifestare, in maniera eclatante, i propri sentimenti. Di questa congenita riservatezza, Antonio era perfettamente consapevole ma ciò non gli impedì di condurla all’altare in un’assolata mattinata di giugno del ‘56. Agata, dal canto suo, gli dimostrava tutto il suo amore quotidianamente, in ogni cosa che faceva, con assoluta dedizione e senza alcun tipo di cedimento, nonostante che il benessere, quello vero, ancora tardava a introdursi in quella casa, presa in affitto. Tuttavia la giovinezza e la volontà di progredire non difettavano ai due sposi novelli i quali decisero ben presto di concepire un figlio. Fu così che venne alla luce Tommaso e ciò coincise con una decisa svolta, in positivo, nella loro vita e la stanchezza per le tante, troppe ore, passate da Antonio a lavorare come cameriere in un noto ristorante del centro cittadino, si dileguava istantaneamente ogniqualvolta egli varcava la soglia di casa, oltre la quale c’erano ad attenderlo, anche fino ad ora tarda, la moglie con il neonato figlioletto.

Intanto il tempo passava e Tommaso cresceva sano e forte e la sua già spiccata personalità, per quanto ancora in fase di formazione, faceva presagire per lui un futuro ricco di soddisfazioni, il che costituiva motivo di felicità e di grandi aspettative per gli orgogliosi genitori. In campo scolastico ebbe immediatamente modo di mettersi in evidenza e già a sette anni i genitori decisero di iscriverlo, cosa piuttosto inusuale per l’epoca e non senza sacrifici dal punto di vista economico, ad un corso pomeridiano di lingua inglese che il bambino si trovò a frequentare, due volte alla settimana, mostrando molta predisposizione alla materia.

L’insegnante di madrelingua, la signorina Marian Blackmore, una donna probabilmente vicina alla cinquantina ma ancora nubile, era giunta a Firenze al seguito del contingente anglo-americano e si era immediatamente innamorata di questa città, della quale aveva potuto finalmente toccar con mano tutto ciò di cui aveva letto durante gli studi, in Inghilterra, dove non aveva più ritenuto di far ritorno, a guerra finita. Una volta presa questa decisione, si era inizialmente occupata di arte, collaborando saltuariamente con un noto tabloid londinese; ma la precarietà di questa occupazione aveva finito per spingerla ad accettare anche l’incarico di insegnante part-time presso alcune scuole elementari del Comune di Firenze: un impegno per lei non gravoso che svolgeva con entusiasmo e dedizione.

"…Good afternoon teacher…!" la salutavano ogni volta i bambini, mentre facevano il loro ingresso in classe e lei puntualmente rispondeva di conseguenza, con la sua "albionica" pronuncia, ma invariabilmente con il sorriso sulle labbra… labbra finissime, appena accennate, a dispetto degli altri tratti del volto in verità piuttosto marcati e di una corporatura robusta, ancorché ben proporzionata e tonica, a testimoniare un passato non troppo remoto come nuotatrice di buon livello agonistico. Non si poteva definire una donna bellissima, ma emanava un indubbio fascino quando indossava un elegante tailleur marrone chiaro, che probabilmente prediligeva per realizzare il giusto accostamento con il colore rossiccio della sua impeccabile "permanente", stile anni sessanta; al contempo, amava cingersi il collo bianchiccio con un intonato foulard "fantasia", fermato sopra il generosissimo seno da una spilla in verità un po’ pacchiana, di sicuro un caro ricordo di famiglia.

La classe di Tommaso era composta da una decina di alunni, che spesso si radunavano, seduti a semicerchio sul pavimento, di fronte alla giunonica educatrice, la quale impartiva loro la lezione del giorno, accomodandosi a breve distanza su di una sedia, senza badare troppo ad assumere una posizione meno disinvolta di quella che è normalmente consigliabile ad una donna similmente abbigliata, in talune circostanze. Più che di una lezione si trattava, spesso, di un vero e proprio gioco creato ad arte, al fine di rendere di più facile apprendimento gli aspetti fondamentali della lingua. Inutile dire che i giovanissimi studenti gradivano molto tutto ciò ed in particolar modo Tommaso, non solo per l’aspetto meramente ludico che un simile metodo di insegnamento implicava, ma… potrà sembrare assurdo quanto sto per dire, in riferimento ad un bimbo di sette anni, ma… come dire… anche per un qualcosa che egli, con crescente coinvolgimento, aveva cominciato a percepire già da un po’ e di cui la sua mente di bambino non era ovviamente in grado di fornire la benché minima o quanto più elementare spiegazione. Se ne stava lì, ai piedi della maestra, come inebetito: completamente rapito, non già dalle parole di Marian, che nella fattispecie quasi non ascoltava, ma da una visione o meglio… da una visuale, fino ad allora, per lui quasi sconosciuta o quantomeno trascurabile, insignificante. Una vera e propria scoperta, oltretutto accompagnata da una sensazione forte, ovvero il raggiungimento di un particolare stato di eccitazione, in ogni caso diverso da quello che generalmente si manifesta a quell’età e cioè attraverso un atteggiamento di esuberante vivacità. Ma era soprattutto un profumo ad irretirlo, o per meglio dire un odore, inebriante e sgradevole in un sol tempo: non vi era dubbio che provenisse dalle parti intime di Marian, penetrando attraverso le narici, pungente, acre e irresistibile. E istintivamente Tommaso, ogni volta, si avvicinava sempre di più a quella sorta di "cunicolo alieno", che a tratti gli si spalancava davanti, buio e pulsante; era perfino giunto a sfiorare temerariamente l’orlo dell’invitante gonna tesa della maestra, rischiando così di venire irrimediabilmente risucchiato oltre la parte visibile e proiettato istantaneamente verso l’ignoto, da una forza preponderante, per lui inconcepibile quanto ingovernabile. Tutto questo in virtù dell’inconscio desiderio di "mettere a fuoco", di capire, pur nei limiti delle sue reali capacità di comprensione, ciò che gli stava accadendo e di cui, soltanto diversi anni più tardi, sarebbe divenuto finalmente consapevole, maturando le necessarie esperienze, come era giusto che fosse. Non avrebbe mai dimenticato quelle prime conturbanti sensazioni che l’amabile signorina Marian aveva inconsapevolmente provocato in lui e moltissime volte il ricordo ancora vivo di questa esperienza avrebbe popolato gli inquieti sogni della sua adolescenza.

Sono ormai passati molti anni e oggi Tommaso ha circa l’età che aveva Marian a quel tempo, ma lei probabilmente adesso non c’è più. L’aveva vista l’ultima volta in occasione della consegna del diploma e Marian, con quel suo solito sorriso, lo aveva accarezzato con particolare dolcezza, quasi che, alla fine, si fosse accorta di qualcosa.

Tommaso intanto ha fatto la sua strada, mentre Agata e Antonio sono ormai anziani, inevitabilmente vittime di quella metamorfosi fisica e mentale, che lo scorrere del tempo riserva, prima o dopo, a tutti coloro che hanno la "fortuna" di invecchiare.

Ma la loro filosofia, nonostante tutto, non è mutata e infatti continuano a vivere, letteralmente, per quella fugace visita pomeridiana che il figlio dedica loro, quasi ogni giorno, mentre ritorna dal lavoro.

Tommaso ora abita in campagna con la moglie ed è così da quasi vent’anni, ma neanche a lei ha mai pensato di confidare ciò che invece, a suo tempo, rivelò a me… il suo migliore amico, da sempre. Io solo posso comprendere perfettamente quelle sue sensazioni di allora, perché… erano del tutto simili a quelle che io stesso inconfessabilmente provavo, nelle occasioni in cui mia madre riceveva le sue amiche per il the delle cinque e nessuno mi badava, mentre sbirciavo di sottecchi le loro gambe velate di nylon. Ora so che proprio in quei giorni la nostra purezza infantile cominciava ad abbandonarci, lentamente ma inesorabilmente, fino a dissolversi.

Ma il profumo di Marian è ancora nell’aria e ci accompagnerà… finché vivremo.

Alessandro Amidei

 

I nostri racconti