DANTE PUCCINI E LA MUSICA

 

Nel Medio Evo la scrittura musicale era appena agli inizi, per questo i compositori erano anche cantanti o cantori: essi stessi cantavano le melodie composte sui versi dei poeti contemporanei. Ed infatti le forme metriche si chiamavano con nomi che ricordano la musica: sonetto, canzone, ballata. La poesia allora non era letta, ma cantata; anche poesie lunghissime o poemi come la Divina Commedia erano cantati.

Nel secondo canto del Purgatorio, Dante immagina di essere appena uscito dall’Inferno e di trovarsi sulla spiaggia del Purgatorio; egli continua a ragionare e a sentire come uno che è ancora legato alla terra, mentre il Purgatorio è già un mondo sovrumano. Così, quando vede il suo amico Casella, non solo gioisce per trovarlo tra i salvati dalle pene eterne, ma ricordandosi che l’amico era colui che musicava le sue poesie, lo prega, in nome dell’antica amicizia, di fargli sentire qualche canzone. E Casella, anche lui fresco di Purgatorio (è appena arrivato dalla foce del Tevere, dove Dante colloca l’ingresso del Purgatorio) non si lascia pregare due volte e attacca a cantare una canzone di Dante da lui musicata:

"Amor che nella mente mi ragiona"

cominciò elli allor sì dolcemente

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente

Ch’eran con lui parevan sì contenti

Come a nessuno toccasse altro la mente.

Dante innanzitutto nota che il linguaggio musicale è caratterizzato dalla dolcezza (il senso della dolcezza si ripete per ben due volte nei due versi contigui); difatti noi siamo attratti dalla musica proprio per la sua soavità: la melodia secondo noi è l’espressione principale della musica; alla melodia affidiamo i nostri sentimenti, mentre il ritmo è usato per il ballo e la musica allegra per le canzoni comiche o le marce militari. La musica lascia anche una traccia nella nostra memoria, anch’essa dolce, pur dopo tanto tempo.

Al canto di Casella tutti prestano somma attenzione. Anche il maestro di Dante, Virgilio. E qui siamo al momento più importante. Virgilio, come sappiamo rappresenta la ragione, la guida cioè che ci fa evitare i peccati e gli errori, la maestra che ci deve guidare per affrontare onestamente e correttamente la vita. Pur affidandosi alla divinità, Dante dà alla ragione umana un compito altissimo, quello di guidare l’uomo nella vita terrena. Ma quando si alzano le note del canto, tutti si adagiano, si perdono nel sogno. Anche la ragione si estasia, dimentica che il suo compito è quello di aiutare gli uomini a sconfiggere il male, a saper soprattutto individuare il male e il bene. Ma la musica ha questo immenso potere: addormenta anche la ragione più accorta, ti trasporta in un mondo che non è quello reale, ti fa vivere emozioni che non hanno referente nella vita di tutti i giorni. La musica è un linguaggio strano: mentre la parola ha un suono e un significato (il suono cane corrisponde all’animale che ha 4 zampe, che abbaia e che è amico dell’uomo); il suono di una nota o di un gruppo di note, non significa niente, non si riferisce a nulla di reale. La parola cane ti può far sorridere se pensi alle feste che ti fa il cane quando ti vede; oppure ti immalinconisce se ti fa pensare al cane che avevi una volta e che è morto. Una nota o più note di un pianoforte non dicono nulla, per questo ti fanno pensare a tutto e al contrario di tutto. A volte una musica ci rende lieti; la stessa musica, poi, sentita in altro giorno, ci rattrista. Il linguaggio musicale, dal punto di vista contenutistico, è del tutto irrazionale.

Virgilio, dunque, la Ragione, si lascia ammaliare dalla musica. Si dimentica che il suo compito è quello di guidare Dante verso la salvezza eterna. Ma…

Noi eravam tutti fissi e attenti

A le sue note; ed ecco il veglio onesto

Gridando: "Che è ciò, spiriti lenti?

Qual negligenza, quale stare è questo?"

Interviene energicamente e direi quasi violentemente Catone, il custode del Purgatorio, che Dante usa come simbolo delle quattro virtù cardinali e della libertà. Urlando a perdifiato sveglia gli spiriti che si erano abbandonati al canto di Casella. E tutti corrono in ordine sparso, cercando di evitare rimproveri ancora più pesanti. Non vado oltre, ma invito gli eventuali miei lettori a rileggere il canto a cominciare dal v. 76 in poi, (se poi si legge tutto non farà male). Tra l’altro è molto bella la similitudine finale in cui gli spiriti che fuggono sono paragonati ad un gruppo di colombe spaventate.

Puccini sfrutta al massimo grado questa capacità che ha la musica di prenderti e portarti via, di scuoterti dal profondo e farti commuovere, senza che tu possa esercitare su di essa il controllo della ragione. Non è solo la melodia, ma l’armonia con cui il compositore ha avvolto la linea melodica. Puccini è stato un grande maestro in questo, nessuno come lui ha saputo usare l’armonia. Si pensi, per esempio, a quell’aria famosa cantata da Pavarotti, si ponga mente al finale; il tenore canta: Tornerò, le sillabe si adagiano su una nota lunghissima, intanto l’orchestra crea una serie di accordi armonici che danno a quella nota lunga significati patetici che essa da sola non ha. Io so tutto questo, ma quando arriva quel momento, ho contrazioni spasmodiche nello stomaco, mi lascio sorprendere e commuovere. Poi mi darei un paio di ceffoni, perché mi sono abbandonato e lasciato coinvolgere. Non dico che è brutta, è bellissima quella musica. Ma non sopporto che l’autore l’abbia scritta proprio per farmi smuovere le viscere, e non con una melodia trascinante o con l’espressione di un sentimento altissimo, ma con accorgimenti tecnici che riguardano l’armonia, il contrappunto e la conoscenza maliziosa degli strumenti orchestrali.

Mahler (quinta sinfonia, l’Adagio) mi fa gli stessi effetti; ma Mahler scriveva quel che sentiva; Puccini fingeva di sentirle quelle cose; la sua è una musica "piccolo borghese", che agisce non sui grandi sentimenti, ma sul patetico.

Insomma, come Dante, penso che quando si ascolta la musica ci si può abbandonare alla sua melodia, ma si deve conservare anche un minimo di lucidità per capire quello che si sta ascoltando.

A me piace seguire le sinfonie sulla partitura per orchestra. E’ un esercizio molto difficile; ma vedo quando deve entrare la tromba, vedo come si ottengono certi effetti, seguo il respiro e lo sforzo degli orchestrali e capisco qual è la funzione del maestro. Poi ascolto la sinfonia senza seguirne la partitura. Allora mi abbandono, ma nello stesso tempo so che cosa gli orchestrali stanno facendo, percepisco sfumature che prima mi erano sfuggite, apprezzo di più la musica. La stessa cosa si può fare logicamente con Puccini; ma dovresti avere tre mani, due per sorreggere la partitura e girare le pagine, l’altra per tenere il fazzoletto con cui asciugarti gli occhi. Ma io ho solo due mani.

Fine della lezione. Spero di non aver annoiato nessuno. E si continui ad amare Puccini, senza tener conto di quello che ha detto un noioso professore.

Mariano Fresta

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