delle spine, ovvero in morte della rosa

Scivolava tra la notte, come sogno di un'alba inconclusa, dischiaravano le luci del porto. Scivolava confuso dai rumori, prossimo agli odori. Un assalto preciso ai suoi sensi dissuasi: gli eterni odori del porto. Quelli che fanno di tutti i possibili approdi, un unico arrivo. L'odore salso del mare, quello stantio d'eterne anime corrotte, quello dolce del profumo del viale delle donne in orgasmo a tempo definito, quello amaro del contrattare soldi e amore veloce. Amore lesto, consumato sul bordo di una panchina, dietro il muro del viale, poco sotto l'angolo della strada, a levante della via di un'improbabile casa. Amore come vela scordata dal vento, prua che non rompe le onde.

Permeava il tutto, l'odore stantio d'orride taverne, confuso all'incenso greve delle chiese. Perché ogni porto segna una chiesa e la chiesa è un approdo improbabile, come la speranza di un viaggio, o la fede nel viaggiare che anima il viaggiatore.

Si guardò ancora le mani, rinserravano incaute una rosa, trafitte dalle singole spine, lasciate da mille o da una singola rosa. E, ancora una volta, come eco lontana d'un'intera vita: come cogliere le rose, evitando l'amaro delle spine? Un lento passo lo colse sul limitare dell'ultimo molo, dove l'ultima falange della terra violenta la spuma dell'onda. Il mare si fece ululato di risacca di sabbia e ciottoli, di essenze rigettate dal mare alla terra, consegnate al funerale degli scogli, o alla pietra squadrata del molo. Abili quei muratori, demiurghi di eterne falangi protese alla violenza eterna del riflusso.

Rimase a lungo, offeso dagli spruzzi, eretto ed altero, lasciando che il vento gli scuotesse le candide chiome, graffiate sulle spalle e che gelidi spilli gli incendiassero il volto. Portò le mani e la singola rosa al suo volto fatto antico e schiudendo il viso, si abbandonò allo strazio delle spine. Ogni singola puntura, ogni singolo dolore, ogni singola rosa, ogni singolo amore, ogni singolo consumato abbandono. Rivisse una vita in ogni puntura d'ogni singola spina.

Dimmi chi è quell'uomo confuso, dì ciò che resta del disilluso, amar amato, viver straziato. Dimmi chi è quel principe oscuro e sconfitto, ignoto alle vie di una città che lo piange perduto. Dimmi della torre e dell'eterno ritorno, dimmi del filo e dello specchio, lama e rasoio o agile avvoltoio. Dimmi della zattera e dell'eterno naufragare. Dimmi dell'elmo e dell'alma perduti. Dimmi dell'eterno non saper tornare, dei porti che ti accolgono, senza partire. Dimmi della morte e della consolazione. Dimmi delle spine e raccontami delle rose, del vento d'aquilone della noia di levante. Dimmi d'un vecchio principe sull'ultima falange dell'ultima pietra dell'ultimo molo, proteso all'ululato del flutto e lesto a non sfuggire il richiamo dell'onda. Dimmi del senso, del segno non lasciato dal suo eterno errare, dal continuo viaggiare. Nessun artiglio, nessun appiglio...solo naufragare.

Nessuna risposta accompagnò il suo lento abbandono, né un dio silente, né la placida furia dell'onda, né nereidi o canti di leste sirene ittiocaudate. Solo mare, lento mare, acqua che si ritirò e placida accolse un inaspettato slancio d'eterno silente acrobata delle maree. Acqua e mare troppo lesto a chiudersi, troppo ardente nell'ultimo abbraccio. Veloci alla schiusa della spuma dell'onda, restarono in placida quiete poche spine e un singolo petalo dell'ultima rosa… Gadaelfir

F.

 

( Mio caro F. questo è il tuo pezzo che preferisco. E' perfetto, struggente, intenso e come sempre doloroso: entra nell'anima. Grazie per avermi permesso di inserirlo. Marzia)

 

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