da… I canti di Gadaelfir

dello scherno, ovvero transito dello specchio

 

C’era una volta – sia così… consueto ed atteso … il probabile avvio - un giovane altero, deciso e sprezzante, schiuso e scostante, nella sua inaccessibile torre, forte di pietra abilmente squadrata. In questa torre era severo censore, raffinato cantore, musicista virtuoso, magnifico amante di simulacri di donna, che tratteneva a sé solo per brevi istanti, disdegnando il mondo, animato da eretico furore da erotico clangore, da estetico clamore. L’ultimo dei giorni lo colse annoiato, accigliato, forse disassennato. Quel giorno, perimetrando a brevi passi il culmine della torre, ne scorse le scale, buie e scivolose; scale che da quella stessa torre volgevano al basso, trasducevano a nuove vie e forse ad una nuova frontiera. Scese le scale…. scelse le scale, le percorse ad una ad una, in ripida discesa...quasi in rapida folle fuga. E dopo le scale... una porta dai cardini lenti e dopo la porta… una via piena di voci e dopo le voci… l'acclivio inconsueto di una via nuova e dopo....e dopo, ancora altre vie, altre voci, altri volti e nuovi visi. Quegli stessi volti, quegli stessi visi che dall'alto sembravano tutti uguali e malsani. E, nella lenta acquisizione di un conoscere nuovo, si spogliò dei pensieri di un tempo, delle parole di un tempo, delle voci di un tempo, del tempo stesso della sua vita di un tempo. E sempre in discesa disperata, fino in fondo al viale, e dopo il viale fino all'abiezione, fino al confine non concepito dei luoghi non giurisdizionali, giunse infine al passaggio sul filo, transito dell'eterno acrobata. Senza alcun pensare affrontò il filo, si lacerò le carni, si ferì i piedi, si ferì le mani, incauto improvvisato acrobata, abbandonò l'ultimo pensiero, ma si trattenne al filo, si fece tutt'uno col filo, percorrendolo fino in fondo il maledetto fottuto filo d'urlante e freddo metallo. In fondo al filo era uno specchio, chiudeva l'unica possibile via, era il punto d'arrivo e con l'ultima forza, con l'ultimo tratto di braccia vi giunse davanti. Poteva cadere, rinunciare, lasciarsi cadere, volgersi indietro, tornare alla torre, forse......tornare comunque ai vicoli e ai volti, ai luoghi sicuri. La decisione fu un attimo, alzò lo sguardo allo specchio, ne prese i bordi tra le mani, strinse forte, fino a farsi male e guardò nello specchio. Mille facce, mille volti, tutti diversi, ma volle andare più a fondo, e nell'angolo più remoto dello specchio si ritrovò, piccola anima schiusa, alterata, disassennata. Più fragile e diverso, più inaridito e disperso, più debole e trasverso, sicuramente non più bello, non più potente, solo gli occhi gli permisero di riconoscersi e... guardando quegli occhi, ne fu trapassato, trasfigurato.

E, piangendo, gli sovvenne che la torre era il corpo e la strada la vita e il filo l'anima e lo specchio l'ultima porta. Si tuffò nello specchio, ne infranse i mille frammenti, i pensieri, le parole, i gesti, la superbia, l'alterigia, l'inessenza, la consueta desistenza....tutto volse in frantumi non più componibili. Oltre lo specchio - e fu un attimo - trovò inattesa nuova via e nuovo camminare, nudi i piedi, nudo il corpo, nuda la mente. Passo dopo passo, affondando i piedi nella sabbia troppo bianca e fine, fino a giungere alla riva ed oltre quella riva scorse il mare, quel mare che dalla torre non aveva mai visto o immaginato... Infinito mare e spuma d'onda e risacca. Il vento giocò con i suoi lunghi capelli, il mare gli diede sicuro vigore, con pochi legni e lembi di vecchi pensieri costruì una piccola zattera, cercando tra la sabbia trovò stracci di antiche vesti - altri erano passati - sufficienti a fare una piccola vela e un ramo contorto, sbattuto da un'antica mareggiata, si fece albero maestro. Il vento di levante gonfiò la vela, e lui veloce entrò nell'acqua e tirò a se la piccola, fragile zattera, per poi salire con una spinta agile di reni e di braccia. Si pose, allora, per altro mare aperto, e, acquistata velocità, buttò indietro il capo, sentì i capelli frustargli le spalle e volgendosi al cielo urlò, forse per la prima volta, il suo nome. Abbasso il capo e, finalmente sentì tra le mani un frammento dello specchio, inspiegabilmente lo aveva trattenuto, fino a farsi sanguinare e, in quel momento guardando il frammento scorse un solo volto, due soli occhi, una sola anima, un solo nome ....... F.

 

 

 ( F. tu sai ciò che penso dei tuoi scritti: mi pervadono d'incanto e di dolore. Per ringraziarti non esistono parole. Marzia)

 

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