Ritratto di bambina alla parete

(racconto edito da periodico Rizzoli: la vicenda si svolge nel 1985)

 

“ Non riuscirò, stamani, ad alzarmi “.

Isabella, immobile nel letto, era oppressa da una spossatezza insostenibile. Ebbe un attimo di panico, ma si riprese subito. Non sarebbe arrivata alla bella età di novantacinque anni, se i centri nervosi non fossero stati sempre sostenuti da un buon autocontrollo e  forza d’animo.

I virus dell’influenza dovevano essere arrivati fino a lei, al primo piano della vecchia casa, nonostante avesse pochi contatti con l’esterno e quindi poche fonti di contagio.

Accanto alla sveglia, sul comodino, aveva quanto occorreva: il telefono, una bottiglia di acqua minerale, un bicchiere. Nel cassetto, le medicine più comuni e ricorrenti. Su un tavolino, a fianco del letto, perfino un mangiadischi e un paio di 45 giri.

Alla parete, dietro il comodino, alcuni pulsanti le permettevano di aprire sia la porta che dava sulle scale, sia il portone che si affacciava sulla strada. C’era anche un campanello di comunicazione con le altre stanze, le era servito finché il suo povero marito le era rimasto accanto. Molto importante invece un videocitofono che le consentiva regole fondamentali di prudenza. Da quando dieci anni prima le si erano manifestati certi disturbi di cuore, s’era organizzata per una certa autosufficienza in caso di difficoltà. Non aveva problemi economici, per una piccola rendita personale che le permetteva una vita quantomeno decorosa, sia pure senza largheggiare.

Il telefono era una delle sue più valide risorse, sorridendo fra sé rivolgeva spesso un pensiero grato a Meucci, l’inventore. Era il mezzo che la teneva in comunicazione con l’esterno per le necessità più consuete oltre quelle impreviste. Qualche volta, le riservava la sorpresa di una voce che domandava sue notizie e si tratteneva brevemente a conversare con lei. Non più quella delle amiche predilette, già tutte ormai partite per l’ultimo viaggio.

I parenti più solleciti, stranamente erano i più giovani, cioè i figli di sua nipote Mara: Loretta e Gianluca. La ragazzina sedicenne, allieva dell’Istituto d’arte era la più assidua. Più avare invece le telefonate del figlio di Isabella, Nicola, settantenne, ma ormai talmente cagionevole di salute, da non poter farne affidamento, semmai era lei spesso a chiedere notizie di lui.

Loretta e Gianluca, qualche volta, venivano a farle visita: visite che precludevano quasi sempre a qualche richiesta, ma era pur sempre una gioia assecondarli e averli accanto. Poi le loro voci giovani restavano a lungo fra le pareti della casa troppo silenziosa a rammentarle altre voci del passato: la preistoria della sua vita. A volte si portavano appresso alcuni amici. Isabella capiva che volevano esibire quella specie di reperto archeologico che era rimasto di lei, del quale tuttavia andavano fieri e quindi lei stessa finiva per esserne lusingata.

-Vi presente la bisnonna Isabella, non è carinissima? Fa tutto da sé, perfettamente autosufficiente, un fenomeno. E poi capisce i miei problemi più di mia madre -

Forse per confermare quel concetto, un anno prima, per il suo compleanno, le avevano regalato un mangiadischi e un disco. Ora stavano sull’altro comodino, alla parte opposta del letto, quella che era stata del povero Ernesto. A volte la sera, prima di addormentarsi, introduceva il disco nella fessura apposita. Era la canzone di un cantautore moderno, dalla voce rauca e raschiante, che pareva adirarsi molto nell’incalzare della musica. Al primo ascolto le era parso sgradevole, quasi un fastidio, poi ci si era abituata al punto che le era diventato familiare e, dopotutto, sempre un suono che le teneva compagnia. Accanto al mangiadischi restava però la sua vecchia radio, tanto vecchia che non si capiva come ancora potesse funzionare. Quella era realmente un’amica che l’aggiornava quotidianamente e la teneva in contatto con la realtà del presente, evitando che le diventasse estranea col passare degli anni.

Isabella viveva sola da quando, quarant’anni prima il figlio si era sposato. Le avevano chiesto, è vero, di venire a vivere con lei. Ma Isabella si era opposta: “ I giovani stiano con i giovani”. Aveva salvaguardato la propria e la loro libertà. La nuora le era stata grata, il figlio meno. Ancora oggi, a volte, glielo rinfacciava. Anche se, lui stesso, che a sua volta aveva accolto la figlia col marito, ora che la salute lo aveva abbandonato, rischiava di finire in una casa di riposo, per dare spazio a loro nella casa che era stata ed era ancora sua.

-Mi vogliono mandare via, capisci? Via dalla casa che ho comprato io con i soldi della mia liquidazione!-

E perfino le aveva chiesto di poter trasferirsi, ora da lei, come sei fosse ancora in grado di poterlo accudire.

Al suo rifiuto s’era molto adirato: - Sei fortunata tu, a non avere problemi di salute, solida come una roccia, per questo non capisci i malanni degli altri -

Sembrava aver dimenticato, il figlio, che quando era rimasto orfano del padre, ancora bambino, la madre ventisettenne, che non aveva mai lavorato fino allora, s’era industriata a procurarsi un lavoro, da principio anche manuale e pesante. E poi aveva perfino ripreso gli studi in modo da avere un diploma che le desse possibilità diverse. Ma si sa, troppo piccolo allora per rendersi conto delle poche ore di sonno della mamma che studiava di notte.  Non che le fosse pesato lottare per quel figlio, per farlo crescere senza privazioni e portalo alla laurea, oltre a salvare quella casa che era stata testimone delle loro gioie e dolori.

Il tempo le aveva dato ragione: ora, in quella vecchia casa, sia pure, ormai fatiscente, si sentiva, in qualche modo, protetta. E là voleva finire i suoi giorni, senza che altri decidessero per lei. Sapeva che il figlio la tacciava di egoismo, ma alla sua età si arriva ad un punto che niente ci scalfisce.

Nemmeno le era pesato in passato il rifiuto a un paio di proposte di matrimonio, arrivate negli anni, a lei una volta molto bella, non così incartapecorita, come adesso.

Ma si sa… era stata tacciata anche allora di egoismo e viltà da uno dei suoi pretendenti. Le capitava di chiedersi se davvero avesse meritato e meritasse adesso quell’appellativo.

Dal quadro appeso alle parete di fronte al letto, lo sguardo di una bambina, meglio dire adolescente, sembrava fissarla comprensivo, forse compassionevole.

Il pittore era stato un amico di suo padre, rimasto ahimè sconosciuto, nonostante il suo innegabile talento. Rappresentava Isabella quattordicenne. Bella la luce che sembrava insinuarsi fra i folti e ricciuti capelli castani, rendendoli quasi biondi. Erano lunghi a toccarle la cintura e incorniciavano un viso rotondo ancora infantile, impreziosito dai grandi occhi azzurri, lo sguardo sorridente, più del sorriso appena accennato delle labbra. Forse il pittore si era ispirato a qualche grande del passato.

La bambina del ritratto era in qualche modo testimone  delle sue debolezze senili, spesso Isabella le si rivolgeva, o la interrogava, col pensiero, a volte anche a voce alta nell’illusione che l’altra le rispondesse.

***

Squillò il telefono. Faticosamente la sua mano lo raggiunse: ma quanto era diventata pesante quella cornetta…

- Ciao nonna, sono Loretta-

- A quest’ora non dovresti essere a scuola?

- Ti telefono infatti dalla scuola. Domani è il tuo compleanno, nonna, te lo ricordi?

- Sì, lo ricordo.

- Vorrei festeggiarti, domani come l’anno scorso, con tutti i miei amici.

- No, Loretta, preferirei di no. Quest’anno, vorrei tanto restare sola.

- Ma come nonna! Ho già fatto gli inviti! E poi pensiamo a tutto noi, non dovrai affaticarti. Intanto veniamo domattina a spostare i mobili della sala. Poi portiamo i panini, le tartine, i dolci, lo spumante, i dischi lo stereo…

- No, vedi Loretta, è che… con sono molto in forma.

- Ma scusa è il tuo novantacinquesimo compleanno, potrebbe essere…

- …l’ultimo, lo so. Fai come vuoi, sei ci tieni tanto. Mi troverete a letto, non mi sento tanto bene oggi, credo influenza..-

- A maggior ragione, nonna, così non dovrai stare sola in casa.

Isabella sospirò. “Davvero non ho più carattere, non ho più energia, non so più far valere le mie ragioni: sono davvero vecchia”. L’anno prima, le avevano talmente rivoluzionato la casa che le ci erano voluti giorni per rimetterla in sesto. Perfino Dina, la domestica che veniva a darle una mano una volta alla settimana, s’era risentita. E poi c’era stato quell’episodio che l’aveva talmente amareggiata…

***

- Che cosa ci tieni in quella grossa cassapanca che, così pesante, non si riesce a spostarla?

- Biancheria. Cose che non ho mai usato. Roba del corredo.

- Corredo tuo, nonna?

- C’è qualcosa anche di mia madre.

- Davvero? Possiamo dare un’occhiata?

Avevano tirato fuori le camicie da notte ricamate mano, i mutandoni, le camiciole da pelle. Avevano lanciato striduli risolini di isterico entusiasmo.

- Che cosa te ne fai, nonna, di queste cose, mica le usi.

- No, non le uso, ma sono ricordi.

- Sì, capisco. Ma nemmeno ti ricordavi di guardarci dentro, alla tua cassapanca. C’è odore di muffa e la tela è tutta ingiallita. Perché non la regali a me, nonna, tutta questa roba?

- Per che farne, Loretta? E’ roba d’altri tempi.

- Non lo sai che è di gran moda, vestirsi con i camicioni di una volta? Non sai che, al mercato dell’usato, questa roba va a ruba?

- Non è roba usata, quella: è nuova.

- Nuova di settant’anni fa.

- Ma mai portata.

Alla fine, per la grande insistenza, gliel’aveva regalata. Alcuni giorni dopo, Dina, tutta trafelata, era venuta ad informarla.

- Lo sa che al mercato, stamattina, ho visto sua nipote Loretta?

- L’Istituto d’Arte è proprio lì accanto.

- E infatti, stava proprio con i compagni della scuola. E sa cosa vendevano sopra un bancarella improvvisata? La biancheria del suo corredo! Tutte quelle trine ricamate a mano, accanto agli “stracci usati”.

Era stata una delusione grande. Anche perché inconsciamente prediligeva Loretta fra gli altri nipoti. Eppure, era solita affermare che non si arriva a cent’anni se non ci si libera dai sentimentalismi.

Si misurò, ancora una volta la temperatura, un gesto automatico come servisse a curarla. Trentanove e tre. E infatti aveva la mente offuscata con ricordi imprecisi, immagini ondeggianti che si deformavano e si scomponevano. A fatica, si tirò su a sedere. Compose il numero telefonico del medico e gli spiegò. Questi rispose: - Sono sommerso di chiamate con questa epidemia. Penso che, prima di domattina. non ce la farò a venire da lei. Piuttosto si faccia assistere da qualcuno, non può rimanere sola in casa.

- Domani verrà mia nipote con gli amici: avrò anche troppa compagnia.

Tentava di scherzare.

- Ha in casa qualche preparato antinfluenzale o antireumatico?

Alla sua risposta affermativa: - Benissimo ne prenda subito una compressa, le servirà anche per il mal di testa –.

- Ho ancora un flacone di antibiotici che mi prescrisse l’altra volta… vedo che non   sono scaduti.

- Ne prenda una capsula ogni sei ore, meglio essere prudenti. Ma se non bastasse e si sentisse troppo male, chiami un’autoambulanza e si faccia ricoverare in ospedale.

- Ma che dice dottore, per un’influenza..!

- Con quest’influenza, c’è poco da scherzare. Poi alla sua età e con il suo cuore…

Nonostante la confusione, considerò che, se davvero fosse stato così allarmato, le avrebbe dato la precedenza, rispetto ad altri malati meno problematici, piuttosto che spedirla all’ospedale.

Perfino Dina, il giorno prima, s’era rifiutata di tornare, sapendo di… quei dannati per     casa.

***

 

Isabella, nonostante le medicine, non s’era sentita meglio. Temeva proprio che non ce l’avrebbe più fatta a rimettersi in piedi. Il dottore era venuto e aveva di nuovo consigliato l’ospedale. Comprensibile che declinasse la responsabilità nei confronti di una novantaduenne.

Loretta, che era venuta con le sue amiche per addobbare la stanza della festa,  aveva ribadito: -Alla nonna, posso pensarci io! –

Per la verità, era stata molto premurosa. L’aveva aiutata a lavarsi e le aveva sistemato il letto. Le aveva preparato una minestrina col brodo che Dina aveva lasciato in frigorifero. Le aveva somministrato le medicine. Sarebbe ritornata con tutti gli amici nel pomeriggio. Peccato quella inopportuna malattia della nonna che rischiava di sciupare l’atmosfera festosa.

I ragazzi arrivarono alle quattro e le si affollarono in camera. Isabella, nella testa, sentiva come un rotolare di sassi.

-Abbiamo un regalo per te, una sorpresa – esordì Loretta.

Poggiarono, ai piedi del letto, un pacco voluminoso. Lo liberarono della carta. Una grande cornice. Un ritratto. Sussultò: ecco dove era finita quella sua vecchia fotografia che aveva tanto inutilmente cercato. Ne avevano ricavato un ritratto a china. Loretta voleva forse farsi perdonare il precedente dal vero fattole qualche mese prima. Vi si era vista così incartapecorita e decrepita da non poter sopportarne la vista e aveva preteso che Loretta lo portasse via.

- Il ritratto è opera mia. La cornice è un regalo collettivo – precisò sua nipote.

- Grazie, siete stati molto gentili. E’ davvero un dono gradito.

- Lo mettiamo alla parete di fronte al letto, accanto a quell’altro, così potrai ammirarlo a tuo piacimento e confrontarli. Mi dirai dopo quale ti piace di più.

Come spiegarle che il quadro precedente aveva un valore e significato affettivo ben diverso? Era il ritratto di una ragazzina presente e reale e questo invece era ricavato da una vecchia fotografia in bianco e nero? Piantavano un chiodo alla parete o nel suo cervello?

- È ben riuscito, non ti sembra?

- Sì, ben riuscito .

- Quanti anni avevi, nonna, al tempo della fotografia? –

- Due di meno rispetto al ritratto precedente.

- Ti chiudiamo la porta, nonna, per non disturbarti. Se hai bisogno, suona il campanello. Più tardi verremo a fare un brindisi con te. Peccato che tu non possa mangiare la torta, nonna.

- Non fa niente, non fa niente… Non pensate a me. Grazie, sì, chiudete la porta.

Finalmente restò sola a scambiare sguardi con la bambina del nuovo ritratto. La bambina aveva lunghi e folti capelli, sciolti per le spalle. Aveva grandi occhi malinconici che sembravano scrutare nel futuro, fino a soffermarsi stupefatti sopra un volto grinzoso, dove gli occhi erano diventati piccoli e spenti, sotto le palpebre cascanti, fra le rughe.

- Non avrei mai creduto di trovarti ancora qui… E… in che stato… - sembrava voler dire.

- Non hai torto a scandalizzarti. C’è una bella differenza fra noi due. Ma, di strada, ne ho fatta molta, prima di arrivare fin qui. E ne ho visto, di mondo. E, del resto, finora, mi sono difesa bene, mai dato noia a qualcuno.

- Io però non avrei mai creduto che ci si potesse ridurre così.

La musica penetrava e ingigantiva nella stanza, nonostante la porta chiusa. Era una musica ossessionante, ottenuta con strumenti elettronici.

- Scommetto, ironizzò la Isabella del vecchio dipinto a colori rivolta alla vicina nel quadro in grigio, che mai avresti sospettato di poter ascoltare musica da fantascienza.

- A te piace ascoltarla? – si meravigliò quella.

- No. Ma Loretta è la nipote di Isabella e questa musica fa parte del suo mondo e del suo tempo.

Dal letto, la voce tremula precisò: - Io faccio parte anche di questo tempo.

- Lo sa, Loretta, che stai così male?

- E’ giovane, non si rende conto, e poi, sai come la penso, i giovani devono stare con i giovani. Per grazia di Dio, sono rimasta lucida e cosciente e penso che i vecchi quando non sono più autosufficienti, debbano andarsene.

- Andarsene dove? Come tuo figlio in una casa di riposo?

- Anche. Se è il caso. Ma non è il caso mio.

La musica seguitava a martellarle le tempie. Voleva prendere ancora una volta le gocce per il mal di testa, prescritte dal medico quella mattina. Un problema, contarle con precisione, mentre cadevano nell’acqua del bicchiere. Cadevano così velocemente! La mano le tremava e la vista le si era terribilmente indebolita. Non più di venti gocce, aveva detto il dottore e solo in caso di estrema necessità.

“ Sono stanca, pensò, adesso sono davvero molto stanca”. Eppure riuscì, ancora una volta a tirarsi su a sedere, poggiandosi alla spalliera del letto. Versò anche l’acqua nel bicchiere, senza far danni. Avrebbe dovuto suonare il  campanello per chiamare Loretta, ma proprio non voleva disturbarla. Le aveva presentato un nuovo amico, uno studente universitario, aveva detto. Dallo sguardo che si erano scambiati, Isabella aveva subito capito che si trattava di un amico “diverso”. Che gran cosa aver conservato il cervello! Lo aveva riconosciuto anche il medico. Il tasso del suo colesterolo si era mantenuto miracolosamente basso, aveva detto. Tolse il tappo alla boccetta. La girò e la mantenne capovolta finché le resse la mano, più ferma di quanto si sarebbe aspettata. Bevve. Il sapore era molto amaro, sgradevolissimo.

La bambina del ritratto in bianco e nero seguitava a fissarla malinconica.

- Che senso ha, le chiese, anticipare di qualche giorno o poche ore? -

- Lo stesso senso che può avere aspettare qualche giorno o poche ore - rispose.

Chiuse gli occhi e si lasciò andare sul cuscino, un vero sollievo. Poco più tardi, notò che la musica la infastidiva meno, aveva anzi un suono ovattato e lontano. Cercò a tentoni con la mano, un disco sul tavolino accanto. Lo introdusse nella fessura del mangiadischi. Così la voce del cantante coprì il suono dell’altra musica, nella stanza accanto. A un tratto, ebbe la sensazione di levitare sopra il letto. Adesso era diventata la bambina del ritratto e fissava con compatimento la vecchietta rattrappita, anzi mummificata, immobile sotto le coperte. Le mani reggevano contratte il bordo del lenzuolo. Vide che erano grandi e nodose, sproporzionate alla figura minuta. Provò insofferenza, quasi ripulsa, così come era accaduto, vedendo il ritratto dal vero, dipinto da Loretta. La pelle del viso era come la buccia di una mela avvizzita e il corpo minuscolo e immobile dava l’idea di un involucro vuoto. Il disco seguitava a girare nel mangiadischi. La musica incalzava, sembrava che la stanza non riuscisse a contenerne il suono. La voce del cantante si esaltò, si fece rauca e urlante, sembrò adirarsi. Isabella, per l’ultima volta, cercò di capire se davvero era il caso di arrabbiarsi tanto, nello spazio di una canzone.

Marzia Plumeri

(edito con lo pseudonimo Barbara Antonelli

in seguito abbandonato)

 

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