E’ uno dei miei primi racconti (ero giovanissima). In famiglia, quattro cacciatori e il loro argomento quasi unico: la caccia. Così assimilai i termini "tecnici" e le loro emozioni. In realtà, scrissi sul tema per dimostrare loro che, pur essendo contraria alla caccia, ero in grado di raccontarla, grazie a (o a causa di) quel loro continuo vantarsi, o lamentarsi, sia per una giornata fruttuosa che deludente. Nata con l’intento d’ironia, la storia totalmente immaginaria di "Rosso", amico misterioso, adesso la sento quasi vissuta. Il racconto fu pubblicato sulle pagine di "Diana" periodico di caccia e pesca. Allora il mio pseudonimo era "Barbara Antonelli".
Rosso, un incontro straordinario
- Ti presto l’auto, per domani – offrì l’amico Giacomo che mi ospitava nella sua bella casa in Toscana.
- Grazie, no. Mi sciuperesti il piacere. Voglio che sia come ai bei tempi quando me ne venni via di qua.
Mi guardò perplesso, forse mi compativa, o semplicemente non capiva la ragione per la quale io, sessantenne e con la vita sedentaria ch’ero costretto a condurre a Roma, mi lasciassi prendere da simili e faticose nostalgie. Né avrei saputo, forse non volevo, spiegargli l’impulso che mi aveva spinto a telefonargli per autoinvitarmi, a prendere il primo treno per ritrovarmi a cena a casa sua, a più di trecento chilometri da Roma. Certo m’ero sentito forte del fatto che eravamo stati ragazzi insieme, come fratelli, compagni di banco ai tempi della scuola, dalle elementari al liceo.
- Preferisco la bicicletta, come trent’anni fa. O molto prima, quando da bambino, con le gambette corte, seguivo mio padre e mi veniva il fiatone a stargli dietro.
- Mi avessi dato il tempo di combinare in riserva – si rammaricò.
- Ma no, non avrebbe senso, è così che la intendo io, una giornata di caccia.
- Tu sei rimasto giovane, io no. La famiglia è una gran bella istituzione, ma certo invecchia – commentò Giacomo con malinconica ironia, palpandosi il ventre prominente, sotto lo sguardo disapprovante della moglie.
***
Uscii di casa poco dopo le cinque. Gli altri dormivano, escluso la signora Rosa, madre di Giacomo. Da come mi guardava e mi porgeva l’abbondante colazione, seppi che mi capiva. Nei gesti ritrovava le care abitudini passate, quando si alzava all’alba, prima del marito e lo aiutava, come in una cerimonia propiziatoria. Le avevo chiesto un panino e una borraccia d’acqua, la sera prima. Mi aveva preparato un pasto luculliano: la frittata di spaghetti, il filino di pane con le salsicce. Perfino la fetta di torta casalinga. Non osai rifiutare, perché l’avrei mortificata.
Fuori di casa, nella livida mattina di novembre, l’aria frizzante mi tagliò il viso. Per un momento esitai, pensando "vecchio pazzo", poi inforcai la bicicletta e pedalai vero Tombolo.
Uscendo dalla città, per il viale di "Marina", già ebbi l’impressione (o era suggestione?) che il sangue scorresse più veloce nelle vene, certo che il freddo m’era già passato. Fu allora che avvertii un leggero ansimare. D’istinto mi voltai e scoprii che un cane, non so da quanto, mi seguiva.
Non era un gran cane, diciamo pure brutto, nel senso che era un incrocio di vari e razze non ben identificabili. Aveva tuttavia negli occhi la vivezza intelligente e sensibile di cui i bastardi, a mio parere, sono particolarmente dotati.
"Lasciamolo fare, si stancherà " pensai. Ma, dopo un paio di chilometri, a me parve di avere le gambe corte come da bambino e faticavo a star dietro a mio padre, il cane invece non dava segni di stanchezza. Notai anche una certa eleganza nel suo incedere. Aveva il pelo di un colore fulvo sotto la sporcizia e anche gli occhi, ad osservarli, mi parvero due tizzoni ardenti. Il suo inseguimento silenzioso e caparbio, dopo avermi meravigliato, m’infastidì.
- Senti, amico, avevo fatto conto di stare solo, ma proprio solo del tutto! – lo apostrofai.
Finsi un gesto di minaccia: rallentò un poco, ma poi seguitò imperterrito e tenace a starmi dietro.
- Via, vattene! Pussa via! – gli ordinai. Doveva avermi scambiato per un altro, pensavo senza convinzione.
Davvero m’ero proposto una giornata di completa solitudine, per ritrovare me stesso, nei luoghi dell’infanzia e respirare l’aria e gli odori, i profumi che la nostalgia aveva resi acuti, ma irreali.
***
Dopo tanto pedalare, mi fermai. Il cane sempre dietro. Mi osservò scendere dalla bicicletta, chiuderla e poggiarla al tronco di un pino. Di nuovo finsi un gesto di minaccia che mi rimase a mezz’aria per l’arrivo di un’auto che si fermò a due metri di distanza. Ne scesero due cacciatori.
Avviandomi per il sentiero, notai altre auto seminascoste fra il verde. C’erano molti bossoli sul tappeto di aghi di pino e, man mano che avanzavo, scoprivo d’essere stato preceduto da numerosi altri. E dire che m’ero indispettito per il cane!
Questo ora mi precedeva e si voltava di quando in quando a controllare che non lo distanziassi troppo. M’ero proposto di tirare a qualche tordo ma, raggiunta una zona un po’ aperta del bosco, non vidi tordi. Molti invece i cacciatori, rarissimi gli spari. Camminai a caso, per ore, col fucile in spalla. Constatai che, allontanandomi dalle strade ed entrando nella macchia, gli incontri con altri cacciatori si facevano più rari. La pineta stranamente mi sembrò diversa da come l’avevo conservata nel ricordo. Eppure riconoscevo i colori di novembre. C’erano il verde chiaro dei pini e quello più scuro dei lecci, con le pennellate gialle e rossastre di qualche foglia superstite sui rami delle querce. I colori erano nitidi e gli odori intensi e penetranti; li riconoscevo, eppure mi sentivo estraneo, fuori posto, deluso.
Il cane che mi precedeva diede segni d’impazienza. Forse aveva creduto di ravvisare in me il cacciatore esperto, autentico. Anch’io m’ero illuso di ritrovare intatte, nel bosco, sensazioni passate. Solo passate, non perdute. M’ero considerato un puro. Per me la caccia aveva rappresentato (e rappresentava) il matrimonio con la natura, l’origine, il rito pagano e la cerimonia religiosa, la sacralità. Se da anni me n’ero astenuto avevo, in un certo senso, tradito me stesso. E adesso, credendo di ripagarmi di una troppo lunga rinuncia, mi ritrovavo a masticare delusione.
Seguivamo un fosso pieno di "cannelle", molto folto. Il cane, avanti, si fermò ad aspettarmi. C’era una forza tale nei suoi occhi rossastri da non saper resistergli. Quando gli fui vicino, entrò. Levai il fucile di spalla, ma con un certo scetticismo. Dubitavo non tanto della capacità del mio compagno, quanto della possibilità di trovare una qualsiasi preda. E invece si alzò una gallinella e fu un bersaglio fin troppo facile. Mi parve così incredibile che mi reputai semplicemente fortunato. Nemmeno, come sarebbe stato giusto, ebbi una parola di lode per il cane. Andò a riprendere la gallinella e mi tornò incontro scodinzolando. Fece due giri ai miei piedi e la lasciò cadere delicatamente. Poi, di nuovo, m’invitò a seguirlo.
Andando avanti, il fosso s’impaludava nella boscaglia; trovammo zone d’acqua e dossi di terra. Il bosco s’era fatto molto più fitto. Il cane si dava un gran da fare, entrava in tutti gli "sporchi" che gli capitavano, anche se fra i cespugli c’erano rovi e altra vegetazione fitta. Seguitammo ad avanzare per un certo tempo. Cominciavo a sentirmi stanco e, se fosse stato per me, non sarei andato oltre. Ma l’entusiasmo e la fiduciosa esuberanza del mio compagno mi mantenevano attento, col fucile pronto. Un battito d’ali e mi voltai verso un cespuglio. Stranamente non ne fui sorpreso, era come se l’avessi desiderata e attesa: la beccaccia volava incolonnandosi verso la cima degli alberi. La prima fucilata fu una "padella", di seconda, le spuntai un’ala. E la beccaccia sparì dietro un "folto". Con essa scomparve anche il cane, per riapparire, poco dopo, con la beccaccia in bocca, ancora palpitante. Giuro che gli ridevano gli occhi dalla soddisfazione! Anch’io, confesso, non stavo più nei panni: finalmente ritrovavo, intense ed esaltanti le sensazioni intense del passato.
Riponendo la beccaccia nella cacciatora parlai al cane, come si può con un amico. Giocai ad indovinare il suo nome. Se fosse stato mio, come lo avrei chiamato? Intento, se avesse potuto tenere un cane, e in un appartamento di città non è proprio l’ideale, avrei comprato un cucciolo di razza per tirarmelo su a modo mio, ma. ci sarebbe stato da giurarci, non sarebbe venuto bravo come questo. Bastardo sì, questo, ma d’eccezione.
-Rosso! – gridai. Rispose al mio richiamo, scodinzolandomi incontro.
Seguitai a lanciare nomi diversi, divertendomi come un ragazzo, finché non ostentò un’indifferenza indolente. Solo se lanciavo il nome "Rosso", si girava attento verso di me. Ad un certo punto uggiolò, guardandomi interrogativo. Capii che, oltre ad essere stanco, era anche affamato. Io che, con la "regina" in "catana", mi sentivo un re, m’ero scordato perfino di mangiare.
"Rosso" fece onore al lauto pasto, anche alla sua parte di torta, senza offesa per la signora Rosa che non l’aveva destinata certo ad un cane. Più tardi, mentre con il muso fra le zampe, sembrava schiacciasse un pisolino, gli posai la mano sulla testa, in una grattatine carezzevole. Mi restituì l’affettuosità, lambendo la mano che l’aveva accarezzato.
***
M’ero proposto di scoprire dove e con chi abitasse, ma, al ritorno, per un tratto di strada l’ebbi dietro, poi, voltandomi, non lo vidi più.
A casa dell’amico, ne parlai a lungo, con lui e i ragazzi, come di un fenomeno.
- E’ stato un incontro straordinario – commentai convinto – e mi dispiace non saper niente di più preciso -.
- C’è poco da sapere – semplificò Giacomo – appartiene certamente ad un cacciatore, altrimenti non sarebbe così esperto: ci sono alcune case, lungo la strada. Ti avrà visto passare. Ti avrà visto passare. Se non fossi stato in bicicletta… col fucile a tracolla … Insomma ha avuto agio di osservarti, il furbo, di prendersi una bella giornata di caccia, fuori programma.
La madre di Giacomo se ne stava in disparte sonnacchiosa, eppure, senza darlo a vedere, ci ascoltava. Il figlio mi aveva spiegato che l’arteriosclerosi le si manifestava soprattutto sulla sera, con trasposizioni di tempo, di luoghi e di persone. Forse la stanchezza, o il sangue circolava peggio, la sera.
- Anche mio padre ha trovato "Rosso" ad aspettarlo, sull’uscio di casa, l’altra mattina. Era il cane del "Moro", cacciatore di mestiere. Chi lo voleva, il Moro, doveva prendersi anche il cane. Una bestia eccezionale. Poi, diversi anni fa, il Moro morì d’un colpo e il cane scomparve. Ma ricompare ogni tanto all’uscio di qualcuno che si prepara per andare a caccia. Li sente, Rosso, i cacciatori di stampo speciale. Se questa volta ha scelto te, vuol dire che ti stima.
- Svegliati, mamma! Rosso avrebbe almeno sessant’anni, adesso! Non può essere "quel" Rosso, a meno che non sia un fantasma.
- Non credo ai fantasmi umani – scherzai – figurarsi ai fantasmi canini! A giudicare dalla sua vivacità e dal suo appetito, quel cane è più vivo di me –
E con la mano sinistra toccai il dorso della destra, là dove la lingua calda e affettuosa del mio misterioso compagno l’aveva lambita.
Marzia Plumeri