Tramonto

Il vento tirava forte quella fredda mattina d'Ottobre.

Sul marciapiede, le foglie ormai ingiallite si rincorrevano in acrobatici giochi, mentre, come bambini che scivolano dalle mani delle madri, altre si staccavano dai rami per unirsi alle loro sorelle. Il sole aveva mancato il suo appuntamento e ovunque l’occhio scrutasse era grigio. Grigio.

Quel grigio Giuseppe se lo sentiva addosso come il colore della tristezza, di una rassegnazione forzata. Il pensiero di essere mandato in pensione otto anni prima non gli dava pace. Gli sembrava un licenziamento ornato di frange e merletti, una presa in giro. "Non è possibile" continuava a ripetersi andando lentamente avanti a testa bassa. Con il cappello in testa, serrato nel cappotto e con le mani in tasca non trovava ragioni: "Non è possibile" si diceva.

Gli occhietti castani che sbucavano da sotto il cappello intravidero l’insegna di un piccolo bar. Giuseppe vi si avviò mestamente, ricacciando gli occhi a terra, come se lì, su quell’asfalto bagnato, ci fosse una risposta ai suoi perché. Erano da poco passate le dieci quando attraversò la soglia del bar, inebriandosi dei caratteristici odori. Si guardò intorno: era la prima volta che vi entrava.

Ad un tavolino vicino ad un angolo sedevano un ragazzo e una ragazza. Le due sedie accanto erano occupate dagli zaini e dai caschi. I motorini davanti al bar dovevano certamente essere i loro. Avevano marinato la scuola, questo era piuttosto evidente, ma chissà perché l’avevano fatto.

"Forse avevano interrogazione di Matematica" pensò Giuseppe, "chissà se il mio Giulio lo ha fatto mai" pensò perplesso.

"Il Signore desidera…?" fece il barista cogliendolo di sorpresa.

Dopo un attimo di smarrimento realizzò: era entrato in un bar per prendere un caffè e non in un teatro ad assistere ad uno spettacolo; "Un caffè, grazie".

Il barista eseguì immediatamente. Manovrava quella macchina come un automa, sembrava esserne in simbiosi. Chissà, forse se un giorno si fosse dimenticato di metterci la miscela, quella macchinetta infernale gli avrebbe sfornato ugualmente un ottimo caffè, così, per amicizia.

"Nella vita tutto è possibile" pensò Giuseppe portandosi il caffè al tavolino. Cominciò a sorseggiarlo e si rimise ad osservare i due ragazzi che nel frattempo avevano quasi terminato le loro cioccolate calde. Erano sorridenti e ci doveva essere una certa complicità fra loro; si vedeva dal modo in cui parlavano e soprattutto dagli sguardi che si scambiavano. "Ah…l’amore" pensò sorbendo l’ultimo sorso di caffè.

D’improvviso gli caddero gli occhi sul fondo della tazzina. Gli vennero in mente le storie che ogni tanto raccontava sua moglie, secondo le quali nei fondi di caffè si poteva leggere il futuro di chi l’aveva bevuto. "Tutte balle" sentenziò alzandosi e dirigendosi alla cassa. Pagò la consumazione e, dopo aver lanciato un’ultima occhiata ai due ragazzi, uscì.

Si ritrovò, ancora una volta, sul vecchio Viale Vittorio Veneto, costeggiato dalle decine e decine di platani che continuavano ad elargire foglie come fossero coriandoli. Riprese lentamente il suo cammino senza meta fin quando decise di sedersi su una panchina. Rimase lì, fermo, immobile, per una decina di minuti, quando ad una ventina di metri si fermò un autobus dal quale scesero parecchie persone. Molte di queste presero la stessa direzione: c’era il mercato, quel giorno, a Piazza Mazzini.

Decise di unirsi a loro, di perdersi tra quella folla di scalmanati in cerca d’affari, illudendosi che il confondersi tra tanta gente potesse, in qualche modo, diluire le sue ansie. Si mise a girare tra le bancarelle, buttando un’occhiata qua e là. Di tanto in tanto scorgeva gruppetti di persone accalcarsi verso bancarelle miracolate dalla scritta "PREZZI STRACCIATI".

Le osservava, incuriosito, mentre rovistavano tra i maglioni in cerca della taglia giusta o del colore preferito e non appena trovavano quelli con i giusti requisiti ecco immediatamente scattare il meccanismo della pseudo amicizia da bancarella, quella, per intenderci, che si crea tra quelle signore accomunate dalla fortuna di trovarsi lì a fare un affare, con frasi del tipo: "Scusi Signora, pensa che questo golfino mi doni?", oppure "Secondo Lei, fra questi due, quale dovrei scegliere?", per poi rispondersi da sole con un "Li prendo entrambi, tanto a questi prezzi…".

Continuava a girare tra le bancarelle, pensando che chissà quante di quelle persone che si conoscono e fanno amicizia nei mercati rionali, magari abitano nello stesso stabile da anni e non lo sanno nemmeno. Si fermò ad un tratto ad osservare una signora che timidamente chiedeva ad un venditore di cambiargli dei pantaloni acquistati la settimana prima, affermando che si era sbagliata sulla taglia. Il venditore, un tipo alto e magrolino, non fece una piega e, sfornando un disarmante sorriso, ritirò la merce sostituendola con quella desiderata, ben sapendo che quel gesto gli aveva fatto guadagnare preziosi clienti. Il volto della signora si distese come quello di una ragazzina che ha appena superato un difficile esame e Giuseppe riprese a camminare. Girò ancora un po’ e poi decise di andarsene, ma più si allontanava da quel fantomatico paese delle meraviglie e dalle "OCCASIONI DA NON PERDERE", più gli tornavano in mente i suoi problemi, le sue tristezze.

Si mise a pensare agli anni passati dentro la fabbrica di vetri e infissi. E pensò a tutti quei ragazzi che, come lui, avevano lasciato in paese al Sud e come lui si erano trovati in quella fabbrica a lavorare per costruirsi un futuro. Quanti di quei ragazzi presi per lo sconforto per la lontananza da casa, avevano pianto sulla sua spalla. E allora, lui aveva saputo trovare le parole giuste, li aveva portati a cena a casa sua per fargli sentire ancora il calore di una famiglia. E col tempo li aveva visti sposarsi e avere dei figli, sentendosi orgoglioso come solo un padre può essere. Ma adesso, forse, era lui, Giuseppe Cusenza, "MERIDIONALE DEL SUD" come soleva definirsi, ad avere bisogno di sfogarsi con qualcuno; Qualcuno che potesse essere obiettivo, che gli potesse dare un buon consiglio.

I rintocchi di una chiesetta vicina gli diedero l’idea: un prete. Sì, forse le parole di un prete glia avrebbero saputo infondere un po’ di tranquillità. Si avviò verso la chiesetta cercando mentalmente le parole con le quali esprimere il suo problema, ma giunto davanti alla piccola gradinata si fermò. Erano parecchi anni che non entrava in una chiesa. L’ultima volta era stata per la cresima di suo figlio. E a pensarci bene, erano anche parecchi anni che non si confessava. Due vecchiette, piegate dal peso degli anni, gli passarono davanti e salirono la gradinata. Con i loro abiti neri ed il fazzoletto sulla testa erano arrivate lì, come ogni giorno, per la messa delle undici. Le guardò salire faticosamente i grandi gradini di marmo bianco e, non appena sparirono nel buio della chiesa, si decise ad entrare anche lui.

Appena entrato scorse una delle acquasantiere poste ai lati del grande portone e, ispezionando con gli occhi l’interno della chiesa, allungò la mano per bagnarsi la punta delle dita. Meccanicamente si fece il segno della croce e, mentre il suo sguardo continuava a vagare tra le architetture, cominciò ad avanzare. La messa era appena iniziata, anche se c’erano pochissime persone. In fondo alla navata destra sorgeva un piccolo altare dedicato alla Madonna.

Una giovane donna con in braccio un frugoletto era inginocchiata a pregare fervidamente. I suoi occhi esprimevano gioia e riconoscenza. Giuseppe si sedette su una panca al centro della navata cercando di scorgere un prete che fosse disposto ad ascoltare i suoi problemi, e forse, chissà, a dargli un buon consiglio. La signora col bambino aveva terminato le sue preghiere e accese il grande cero che aveva portato con se, ponendolo tra gli altri, i quali quasi sfiguravano al suo confronto. Fece un ultimo inchino ed il segno della croce e si avviò verso l’uscita baciando il fronte il suo piccolo tesoro. Giuseppe, dopo un po’, capì che quello sull’altare doveva essere l’unico prete di quella chiesa, e che se voleva parlargli doveva aspettare che terminasse il rito.

Pensò che in fondo un prete valeva l’altro e che probabilmente gli avrebbe consigliato di ascoltare la voce della sua coscienza. "Troppo comodo" pensò "delegare alla propria coscienza la voce di Dio. Chissà come sarebbe parlarci sul serio. Avrei un bel po’ di cose da chiederGli". E così pensando buttò un’occhiata verso il crocefisso sull’altare maggiore.

Ma in quegli occhi di legno, in quello sguardo così dolorosamente sereno, non scorgeva alcun segno. No, non era certo un pezzo di legno, seppur così finemente lavorato e rifinito, che gli avrebbe risposto. Lentamente abbassò gli occhi verso terra buttando fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni. Si sentiva amareggiato, come se quella metaforica fune cui si era disperatamente aggrappato si stesse inesorabilmente spezzando, facendolo precipitare nel baratro dei suoi dubbi. Decise di accendere un cero.

Ne scelse uno tra i tanti e lasciò scivolare qualche moneta nell’offertorio. Rispolverò un Padre Nostro dimenticato per anni ed uscì. Un cane gli tagliò la strada mentre scendevo l’ultimo gradino della chiesa. Il vento aveva ricominciato a tirare forte e Giuseppe si affrettò verso la fermata dell’autobus. Cinque minuti dopo era già in cammino per casa.

Infilò lentamente la chiave nella serratura ed aprì. I cardini cigolarono; "Dovrò metterci dell’olio", pensò.

La Pina gli andò incontro asciugandosi le mani sul grembiule. "Come va, caro?" gli disse baciandolo. "Bene, perché?" – "Non so, stamane eri così giù…" – "Ma no…è che stanotte ho dormito poco: saranno stati i peperoni di ieri sera, ogni tanto non li digerisco" –

"Ma, veramente…" cercò di obiettare la Pina – "Ma si, ma si" disse Giuseppe sminuendo il tutto con un sorriso "sono stati i peperoni. E poi, a una certa età lo stomaco comincia a fare i capricci, no?" – "Ma se sei ancora un giovanotto" disse la Pina dirigendosi in cucina. Giuseppe la seguì, fermandosi un attimo davanti allo specchio dell’ingresso ad osservare i suoi capelli brizzolati. "Mica tanto" affermò ridendo.

Il vapore che saliva dalla pentola faceva impallidire i pensili. La Pina rigirò per un po’ il minestrone di verdure che al marito piaceva tanto. Non era allegro vederlo in giro per casa con quell’espressione così triste sul volto. Sembrava che il freddo gli fosse penetrato attraverso la pelle fino al cuore, stringendoglielo e facendoglielo lacrimare di delusione. Giuseppe le arrivò alle spalle, e, cingendole la vita, le poggiò la testa sulla spalla destra. La Pina abbassò il fuoco e abbandonando il mestolo si girò verso il marito.

Aveva gli occhi lucidi mentre gli accarezzava piano i capelli. Le baciò la mano. "Ti amo, sai" – "Certo che lo so", fece la Pina aggrottando le sopracciglia e portandosi le mani ai fianchi: "Ci mancherebbe altro". Si girò verso la pentola e aggiustò di sale il minestrone. Giuseppe, nel frattempo, si era diretto verso il salotto, dove, appena giunto, accese il televisore. Era appena iniziato il notiziario delle Tredici e Giuseppe si affrettò a pigiare il tasto del volume per ascoltare meglio.

Si accomodò sul lato sinistro del divano, poggiò il telecomando sul tavolino ed accavallò la gamba sinistra. Sullo schermo scorrevano le immagini del disastro provocato dall’esplosione di un’autobomba in una città araba. Lo speaker che le commentava aveva una voce fredda e metallica. Non sembrava minimamente coinvolto da quello di cui stava parlando. Giuseppe osservò quanto tutto questo fosse triste e cinico allo stesso tempo.

Dopo poco giunse la Pina. "Non appena arriva Giulio ci mettiamo a tavola". – "Hai sentito? Un’altra autobomba a Beirut. Questi arabi non sanno fare altro che far scoppiare bombe".

Le prime gocce di pioggia avevano iniziato a battere sui vetri quando in televisione iniziarono a parlare delle previsioni del tempo. Temporali, abbassamento della temperatura e vento. Al Sud invece era previsto bel tempo. Sotto il sole della cartina gli sembrava quasi di vedere la sua casetta in collina. Lentamente si alzò dal divano e si diresse verso la finestra. Appoggiò la spalla destra al muro e si mise ad osservare la gente che si affrettava sotto la pioggia. Chiuse per un attimo gli occhi e si vide al suo paesello, seduto davanti la porta di casa ad ascoltare il canto delle cicale nei caldi pomeriggi d’Agosto. Un leggero venticello gli passava tra i capelli, senza però scomporglieli troppo, quasi per rispetto. Riaprì gli occhi che suonavano alla porta. Era Giulio che tornava da scuola. "Ciao, papà" disse entrando. Si diresse in cucina a baciare sua madre.

"Che odorino, cos’è?"

"Minestrone" fece la Pina accendendo il fuoco sotto la pentola.

Salvo Genna

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