Thiruvananthapuram
Raggiungiamo in treno la capitale del Kerala, Thiruvananthapuram. Il viaggio è lungo ed arriviamo di notte, ma siamo riusciti a prenotare tre cuccette in uno scompartimento con l’aria condizionata. Per buona parte del viaggio, parliamo e scherziamo con dei simpatici indiani con i quali condividiamo lo scompartimento. Sono del Tamil Nadu e ci parlano delle differenze con gli abitanti del Kerala, quasi con derisione nei loro confronti, soprattutto quando si parla di roti e chapati, il primo leggero e cotto nel forno, il secondo pesante perché fritto. Uno di loro parla l’inglese molto meglio dell’altro e mi congratulo per l’ottima pronuncia. Allora, con fierezza, ci spiega che lavora in un call-center per una finanziaria americana dove è richiesta un’ottima conoscenza della lingua per dare spiegazioni ed informazioni a chi in America perde o vuole richiedere una carta di credito. Di sera, la temperatura diventa troppo bassa per Riki che ha mal di gola e preferisce viaggiare seduto sui gradini della porta del treno, nonostante il vento ed il rumore delle rotaie. Ad ogni stazione, i venditori ambulanti offrono cibi e bevande e Riki non si fa sfuggire delle occasioni d’oro. Arriva da noi con aria entusiasta e due fagotti nelle mani. Ci offre un chapati rinvolto nel giornale. "Il sacchetto della salsa, all’interno, ci penso io a buttarlo dalla porta del treno", ci dice, "ma il chapati non è male". Ed infatti ne apprezziamo il sapore, nonostante l’odore di "quotidiano" ci renda un po’ riluttanti.
È notte quando arriviamo alla stazione e raggiungiamo in taxi il Wild Palms Home Stay, in una zona fuori dal centro della città. Avevamo avvisato dell’ora del nostro arrivo e il gestore gentilmente ci aspetta alzato. Espletiamo le formalità della registrazione e scambiamo quattro chiacchiere con lui. L’ambiente è confortevole con mobili e rifiniture di legno scuro, lavorati nello stile indiano. Le frequenti e abbondanti piogge che cadono nel Kerala fanno sì che tutto sia sempre un po’ umido e l’odore di muffa sia parte integrante del tutto.
A piedi camminiamo per dei chilometri sotto il sole, verso lo Sri Padmanabhaswami temple ed il centro della città. Le vie laterali dell’arteria principale sono tranquille e poco trafficate. Piccoli negozi si affacciano sulle strade e l’ambiente sembra meno povero di quello che appariva in Tamil Nadu. La vegetazione è lussureggiante ed approfittiamo dell’ombra di enormi alberi per acquistare e bere il succo di grandi noci di cocco verdi. Il traffico sulle via principali è decisamente più consistente.
Il tempio si trova in cima ad un’ampia gradinata all’estremità del lato meridionale di un laghetto rettangolare, parte integrante del complesso. L’aspetto della torre è ben diverso da quello dei templi del Tamil Nadu. Le sculture non sono colorate, ma semplicemente di roccia calcarea beige, ricoperta a tratti da muffe e piante. I bramini presidiano l’ingresso ed i non indù non possono entrare.
Molto suggestivo è il museo del palazzo del maharaja di Travancore con le sue sculture in legno, i suoi cristalli veneziani, le sale per la musica e la vita quotidiana. Una finestra del piano alto si affaccia su una fila lunghissima di teste di cavallo di legno che sorridono e sostengono il cornicione. Ci soffermiamo a fotografare un fiore di banano nel giardino del palazzo ringraziando la guida che ci ha spiegato con passione e pazienza i dettagli dell’edificio.
Attraversiamo un mercato con bancarelle che vendono abiti per bambini, per adulti, fiori e molto altro, ma soprattutto i commercianti, spesso giovani, ci fermano per chiederci di fotografarli. Indossano degli improbabili cappelli di pelle nera che col sole di mezzogiorno devono dare delle reazioni poco gradevoli sul cuoio capelluto.
La gente comune parla l’inglese molto meno che in Tamil Nadu e le comunicazioni sono un po’ più difficili. Anche al ristorante non riusciamo a capire il senso di quello che c’è scritto sul menù, né il cameriere è in grado di spiegarcelo. Per cominciare ci porta tre belle foglie di banano sulle quali, pescando da un pentolone riversa grosse mestolate di riso, poi, sempre da pentole d’alluminio, pesca salse di vario tipo. I commensali dei tavoli vicini ci guardano con grande curiosità e noi loro, soprattutto per il gusto che mettono nell’amalgamare con la mano destra quegli ingredienti, formando una poltiglia omogenea, prima di mettersene in bocca una bella dose. Le nostre dosi sono ben più piccole, con il cucchiaio che gentilmente il cameriere ci ha portato. Ignari degli ingredienti, selezioniamo lentamente i vari pezzetti cercando di capire di cosa si tratti e la quantità di spezie presenti presto ci toglie lo stimolo della fame.
La fermata degli autobus è sempre un caos e prima di capire qual è quello per Kovalam dobbiamo chiedere più volte. È l’ultimo della fila. In circa mezz’ora scendiamo alla fermata della località balneare più nota del Kerala e ci dirigiamo verso una delle tre spiagge principali. È bassa stagione, il mare sembra minaccioso con grosse onde che infrangono sugli scogli e sulla sabbia facendo molta schiuma. Le barche dei pescatori sono in secca, rovesciate lungo la strada subito al di sopra della spiaggia. Ci fermiamo a guardare dall’alto qualche giovane impavido che entra nell’acqua sul bagnasciuga e le barche alle nostre spalle fatte di legni tenuti insieme da foglie di banano intrecciate. Raggiungiamo la spiaggia principale passando lungo una strada con molti negozi di souvenir e negozianti che non perdono occasione per invitarci ad entrare. Questa grande cala è più riparata della precedente e le onde sono meno minacciose. La spiaggia è gremita. Sono soprattutto indiani, ma c’è anche un nutrito gruppo di occidentali. Subito siamo circondati di venditori di mango, banane, cocco, parei, magliette, asciugamani da mare. Se ne liquida uno e subito ne appare un altro che vende le stesse cose. Un serpente decide disgraziatamente di uscire dai cespugli ed andare sulla spiaggia. Subito lo prendono a colpi e gli schiacciano la testa. Ci allontaniamo rapidamente da quella violenza. Il caldo è forte e decidiamo di entrare in acqua anche noi. Non ci sono donne indiane in costume, ma di occidentali ce ne sono diverse, così a turno uno di noi guarda gli zaini sulla spiaggia mentre gli altri due fanno il bagno. Le correnti sono forti e ci spostano rapidamente da una zona all’altra. Onde frequenti si susseguono trasportando verso riva i bagnanti. Vediamo un’onda che arriva e velocemente un gruppo di ragazzotti indiani si frappone tra l’onda e noi. Un attimo dopo me li ritrovo aggrappati alle gambe. Sensazione molto sgradevole. Ci spostiamo in un altra zona, ma il giochino è lo stesso. Esco dall’acqua e mi rivesto rapidamente. Riki e Chinese possono godersi il bagno con più tranquillità.
L’autobus ci riporta a Trivandrum, nome inglese di Thiruvananthapuram, e ceniamo al Wild Palms, soli nella loro sala da pranzo. Un cameriere ci serve con molta gentilezza. Ho come la sensazione di essere in un’altra epoca, quando i bianchi si facevano servire dai neri, ma poi mi rendo conto che quel ragazzo fa il suo mestiere e ritorno al reale.
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Alappuzha
L’autobus impiega circa quattro ore da Trivandrum ad Allapuzha. Ci toccano i posti in fondo, ma solo due, così Riki e Chinese fanno a turno a stare in piedi o a sedersi sul pavimento. Gli ammortizzatori inesistenti e la posizione in coda fanno sì che si sobbalzi ad ogni buca e di buche ce ne sono molte lungo la strada. Si attraversano paesi, zone rurali, boschi e piantagioni di palme. La vegetazione è lussureggiante ed il verde delle foglie fa da sfondo alle merci coloratissime delle tante bancarelle lungo la strada. Via via che ci spostiamo verso nord il paesaggio cambia e sembra che il mare entri nella terra. Strette strisce sabbiose fanno da confine tra l’oceano e le acque interne, una laguna dove il tempo sembra avere un ritmo diverso che altrove. Al mercato dove l’autobus ci lascia, subito ci avvicina una folla di procacciatori di clienti per alberghi. Tra quelli c’è anche il procacciatore di Gowri, presso il quale abbiamo prenotato, che dà indicazioni all’autista di un autorisciò di dove portarci.
C’è un grande cortile all’ombra di alberi colossali. L’aria che si respira è densa di umidità. Le piogge frequenti rendono il terreno fangoso e qualunque cosa all’esterno e all’interno odora di muffa.
Stanchi per il viaggio, nell’attesa che il cuoco di Gowri prepari il nostro pranzo, ci riposiamo sotto uno dei gazebo presenti nel cortile. Il grido di un uccello attira la nostra attenzione. È molto vicino. Un grosso rapace è appollaiato su un ramo basso che quasi lo possiamo toccare. Sono due, testa e collo bianchi e corpo marrone. Un uomo porta sul braccio un terzo rapace un po’ più piccolo degli altri e tutto marrone. I tre uccelli seguono dalla pianta i nostri movimenti e guardano i tanti corvi e gatti che si avvicinano attratti dal cibo. Un’altalena pende dall’alto di un ramo.
Siamo ancora abbastanza vicini all’equatore e fa buio presto la sera. Una passeggiata in notturna ci porta nel centro del paese. Alleppei è costruita lungo canali, ma l’oscurità non consente di vedere giù dai ponti. La vita cittadina è movimentata, il traffico, i rumori, i venditori di frutta e di pesce dalle bancarelle chiamano. Vedere le mucche per strada qui è più frequente. Un negozio di stoffe ha una vetrina molto lunga e variopinta. I suoi sari colorari, così disposti, attirano l’attenzione e colpiscono la fantasia. Entro a chiedere i prezzi e subito tutti e sette i commessi sono per me. Fanno un sacco di domande, mi vorrebbero vendere l’intero negozio. Una bella foto di gruppo e proseguiamo il cammino.
Da Gowri noleggiano le biciclette. Il mare dista solo quattro chilometri dal centro e, nonostante la difficoltà di pedalare nel traffico caotico e con guida a sinistra, costeggiando uno dei canali si giunge alla spiaggia. Il mare è calmo e la spiaggia è grande. Questo sarebbe stato un buon punto per fare il bagno, almeno visto da fuori, e non ci sono cartelli che indichino correnti pericolose. Gli edifici vicini alla spiaggia sembrano vecchie fabbriche abbandonate. I muri sono ricoperti dal solito strato di muffe verdi, dovuto all’umidità, e l’insieme è fatiscente. Lungo il canale, grandi alberi con pipistrelli enormi, appesi per riposarsi nelle ore diurne.
Le acque interne, viste dal silenzio di una barca a remi, sembrano appartenere ad un’altra realtà. La calma del luogo è talvolta interrotta da grossi barconi a motore e da case galleggianti che trasportano turisti da una parte all’altra. Molti turisti scelgono di dormire nelle case galleggianti, per vivere in toto l’esperienza della laguna. Queste grosse barche sono come mini appartamenti, dotate di camere, cucine, condizionatore cuoco e capitano. A noi bastano cinque ore in barca a remi per immergerci nella natura dei giacinti d’acqua e di fiori di loto. Percorriamo per un tratto uno dei canali principali, poi deviamo in canali più piccoli dove la navigazione è consentita solo a remi. Ogni lingua di terra emersa è abitata e l’acqua della laguna, fino a poco tempo fa potabile, è il centro attorno a quale ruotano le attività e la vita di quella gente. Le donne ci lavano i panni, i piatti, i polli appena uccisi e ripuliti per essere venduti o cucinati. Tutti ci fanno il bagno: gli uomini in costume e le donne vestite, bufali e vacche. I canali più stretti si attraversano su ponti levatoi di bambù. In pratica grosse canne legate con delle funi che all’occorrenza si sollevano per consentire il passaggio delle barche. Due uomini conducono la nostra, uno più giovane a poppa ed uno più anziano a prua. Noi tre stiamo seduti su cuscini nella parte centrale della barca che ha anche un tettuccio per ripararci dalle piogge frequenti ed improvvise. Ciascuno di loro ha una pagaia con una sola pala. Il più giovane parla un po’ meglio l’inglese e conversiamo su come si svolge la vita nelle acqua interne, sulla sua famiglia, sulla nostra famiglia, sul Kerala, sull’Italia. È molto divertito quando scopre che Riki, a quasi quarant’anni, non è sposato e non ha una ragazza fissa. Lui una famiglia ce l’ha: moglie e due figli. Nel punto in cui invertiamo la rotta c’è un ristornate dove molti turisti vengono accompagnati dalle guide per il pranzo. Ci limitiamo ad una birra ed un tè. I due barcaioli preferiscono una birra locale e se la procurano presso una delle capanne vicine. Una gran confusione all’interno. non si capisce chi siano i camerieri e chi i clienti. Usciamo abbastanza in fretta. Fuori, una piccola vasca con dei pesci dentro. Sembrano sogliole e qualcuno si diverte a toccarli per farli scappare. Nell’attesa di ripartire, l’immancabile succo di una noce di cocco. Il ritorno è in parte attraverso gli stessi canali ed in parte in canali diversi. Lungo una sponda, una lunga fila di gente proviene da una grande tenda allestita per festeggiare un matrimonio. Cominciano a cadere le prime gocce di pioggia ed una martin pescatore si mantiene immobile su un ramo. Il rematore più anziano indossa un originale cappello-ombrello a spicchi colorati, mentre il più giovane si infila una mantellina di plastica. La pioggia non dura a lungo. Per canali sempre più stretti si arriva al capolinea. Un grosso gallo colorato è immobile in cima ad un cumulo di terra. Un autorisciò ci riporta da Gowri.
Roberta Ferri
7a e 8a tappa