Timidezza

(pubblicato sul numero 266 di Silarus)

La vidi, per la prima volta, dalla finestra di camera mia. Anzi la intravidi. Una figura esile. La ragazza, nel giardino della vecchia e sfortunata Nora, ex insegnante di scuola elementare di mio padre e di molti altri, innaffiava i fiori. Il giardino della maestra era stato famoso in paese, ammirato e un po' invidiato. Poi l'ictus. La povera donna aveva perso l'uso degli arti e, in gran parte, della parola. Del suo farfugliare si comprendeva ben poco. Ma Nora capiva e s'era fatta capire dalla figlia, ch'era arrivata da Napoli per accudirla: che non s'azzardasse ad affidarla ad un Istituto per anziani non autosufficienti. Così le avevano messo in casa una "badante" rumena. Non proprio uno stinco di santa: faceva entrare la sera, quando l'assistita dormiva, lo spasimante di turno. Si sussurrava che avesse incrementato la dose dei tranquillanti per l'inferma, così che il suo sonno fosse assicurato. E i paesani, che avevano amato quella donna schiva e generosa, a suo tempo ottima insegnante, paziente e affettuosa con gli allievi, avevano informato la figlia a Napoli e credo anche il parroco della parrocchia di San Geremia.

A farla breve, c'era stato il licenziamento della badante. La nipote diciannovenne di Nora, quindi, si era trasferita in Toscana, si era iscritta presso l'Università di Firenze e l’aveva sostituita.

Abitava con la nonna, nella villetta di campagna e così, il denaro speso male per la badante poco ligia, si sarebbe reso utile per mantenerla all'università. Nelle ore di frequenza, che però non aveva un obbligo così fiscale, una donna del paese le si alternava.

Tutto questo lo seppi all'edicola-cartoleria, nonché ricevitoria del gioco del Lotto, dove la gente amava soffermarsi a raccontare di numeri ricevuti in sogno e a pettegolare.

***

Che la ragazza fosse in gamba, lo si capì dal rifiorire delle rose e poi le ortensie, a maggio. E anche dalle passeggiate fino al parco, il sabato o la domenica mattina, la nonna sulla sedia a rotelle e lei a spingerla. A tratti, si chinava a parlarle all'orecchio e, a volte, la sua mano si soffermava sui capelli grigi a rassettare qualche ciocca mossa da vento.

Si dimostrò molto riservata, nessuna amicizia, nessuna confidenza né tantomeno si tratteneva a dare ascolto alle maldicenze pigolanti delle donne di paese. Sempre a passo veloce, per qualche commissione indispensabile. Poteva risultare superba o antipatica, tuttavia, stranamente, nessuno la criticava.

- Povera figlia, ha così tanto da fare… e poi gli amici li avrà a Firenze, compagni di università, ma lei, puntuale, torna a casa per badare alla nonna -.

Di quegli amici, non se n'erano mai visti entrare nella villetta delle ortensie.

Per la verità, la ragazza, raramente, restava fuori per più di mezza giornata, al massimo, alcune volte, rientrava alla tre del pomeriggio. Immagino che, la maggior parte del suo tempo, lo riservasse alla nonna e che studiasse, forse, dopo cena. Ad una certa ora del tardo pomeriggio, scendeva ad innaffiare le piante del giardino. Io, che rientravo dal lavoro in Municipio, dopo le due, ero pronto dietro le tendine della finestra a… lo ammetto, a spiarla, E non era difficile, vista la metodicità delle sue azioni.

Un paio di volte la settimana, si recava al Mercato Vecchio di Firenze che si trova vicino alla stazione di Santa Maria Novella. Lo avevo scoperto, seguendola una mattina, incuriosito dal fatto che uscisse di casa col frigo portatile, oltre alla cartella con le sue dispense universitarie. Erano i giorni in cui rientrava più tardi. A volte mi domandavo se riuscisse a trovare il tempo di respirare: una vita monacale.

Era molto diversa dalle altre ragazze che conosco e mi spaventano per la loro aggressività. Non era appariscente, si truccava appena, indossava quasi sempre jeans e camicetta. Mai ostentava di seguire la moda, per esempio, l’ombelico di fuori che io trovo inelegante e decisamente poco salubre in inverno. Era riservata e modesta, ma devo anche dire molto bella, visto che riusciva ad esserlo senza tanti accorgimenti.

Inutile fare giri di parole, me ne ero follemente innamorato. Oltre a spiarla, mi accadeva di immaginare un nostro improbabile incontro. Niente di eclatante. Un oggetto che le cadeva a terra ed io che glielo raccoglievo. O, in un altro caso, le rivolgevo la parola per chiederle un consiglio su un prodotto da acquistare.

Progettai di prendere qualche ora di permesso per anticipare l’uscita dal lavoro. Sarei salito sul treno delle dodici e mi sarei precipitato al mercato, dove l’avrei aspettata.

"Stasera ho un amico a cena, non ricordo bene la ricetta della carbonara… pancetta o prosciutto?"

Oppure: " Ma… lei abita di fronte casa mia, che coincidenza…"

In parole povere, preparavo una sorta di rappresentazione, che mai avrei interpretato.

Capitemi… sono timido e introverso anch’io, come supponevo dovesse esserlo lei.

Così era già trascorso un anno e un altro stava scorrendo.

Tutto uguale, tutto ripetitivo. Salvo che, nell’estate, erano arrivati i suoi genitori, per darle il cambio e qualche momento di respiro.

Spiandola dalla finestra, l’avevo vista più colorita, abbronzata, sia per le ore dedicate ai fiori del giardino, ritornato stupendo, sia perché, a volte, la vedevo uscire la mattina e tornare la sera con quella sua borsa grande plastificata, borsa da mare. L’ immaginai in costume da bagno, bellissima. Fantasticai di trovarmi in spiaggia con lei, di mostrarmi meravigliato e di rivolgerle la parola.

"Che combinazione, anche lei al mare qui? Scusi, non vorrei sembrarle sfacciato… è che io abito proprio di fronte alla casa della signora Nora e spesso la vedo quando sta in giardino, dalla finestra di casa mia"

"Davvero? Non mi sono mai accorta di lei…"

"E lo so, sono piuttosto anonimo, passo inosservato. Diciamo che mi sono ingrigito con gli anni. Lei invece è bellissima e così giovane…"

"Nemmeno lei è vecchio, di sicuro non arriva a quarant’anni"

"Ne ho trentotto"

A conversazione avviata, sarebbe stato facile fare amicizia e magari, dopo un certo tempo, dirle come fossi rimasto incantato da quella sua semplicità d’altri tempi.

***

Ci fu gran movimento nella casa di fronte, un via vai continuo. Di chi le aveva voluto bene e anche, soprattutto, di curiosi. Nora, s’era spenta così, di notte. La nipote l’aveva trovata senza vita, quando era andata per alzarla e darle colazione. Immaginavo quanto fosse stato sconvolgente.

Non ebbi il coraggio di uscire e attraversare la strada per unirmi al flusso dei paesani, forse più curiosi che addolorati. Non era quella l’occasione che avevo tanto sospirata: presentarmi a stringerle la mano per farle le mie condoglianze. In Chiesa, alla funzione funebre, me ne stetti in disparte, dietro tutti. Guardai lei, da lontano, il mio amore impossibile. Pallida e composta, accanto ai genitori. Non seguii il funerale, come altri vollero fare.

La mattina dopo, al lavoro, come sempre. Della maestra Nora pensavo che avesse fatto la morte del giusto, magari fosse così per tutti, passare dal sonno fisiologico al sonno eterno. Ma ero soprattutto dispiaciuto per la nipote che di certo le era affezionata e non si sarebbe aspettata un fine così repentina.

Dalla finestra, nei giorni seguenti, nel pomeriggio, non vidi movimento in giardino, le persiane della casa, accostate, non aperte del tutto. Così per alcuni giorni. Fino a quel giovedì, quando le vidi chiuse, sprangate.

All’edicola, le solite chiacchiere dei paesani. Dissero che erano partiti tutti e la casa messa in vendita presso un’agenzia della zona.

Tutte le parole che tante volte mi ero ripetuto mi si chiusero in gola, quasi a soffocarmi. L’amavo così tanto e nemmeno conoscevo il suo nome. Ogni giorno, per giorni, per più di un anno, io ero vissuto di lei e per lei. E adesso? Nemmeno ero riuscito a dirle addio.

***

Rifletto e mi chiedo: sono stato uno stupido illuso per quasi due anni? Per aver solo sperato, senza mai rivelarmi, come un ragazzino liceale? So che molti mi considerano un po’ strano e, a volte, qualcuno, mi tiene a distanza. La verità è che vivo da solo da così tanti anni, ormai! E la solitudine, spesso, agli altri, fa paura come fosse una malattia sconosciuta e contagiosa.

Ho saputo, per caso, il suo nome: Amelia. Mi fa pensare alla camelia: un fiore, come le rose e le ortensie…

Marzia Plumeri

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