Tirighinaja
Passava a seconda della stagione, per brevi periodi, lungo i sentieri intorno alla terra di mio padre, lei, la tirighinaja. Spingeva davanti a se, lentamente come lo è il brucare, due vacchette magre e ossute che non avevano nome: un grido gutturale, una frustata o un sasso ben tirato bastavano a guidarle. Neanche lei aveva un nome, o meglio, lo aveva e me lo disse una giorno e fu uno dei discorsi più lunghi che le sentii mai fare, Annamaria o Annalisa, non lo ricordo. Per i pochi frequentatori di quei sentieri fu sempre la tirighinaja. Un nome che era allora un mestiere, ma ancor prima una condizione sociale. Forse la più infima nella scala di gerarchia dei già poveri. Tirighinu è il sentiero di campagna. Ed è di tutti. Oggi oramai solo per il transito, quei pochissimi rimasti. Ieri anche per quella poca erba che cresce ai bordi o al centro della carreggiata. Tirighinaju era il pastore senza terra, senza pascoli per le sue poche pecore o le sue vacchette rustiche: il suo pascolo erano i sentieri di tutti, i bordi dei canali o le rive dei torrenti, le piazzole delle chiesette di campagna, tutto quello insomma che era pubblico e dove crescesse un poco d’erba. Non era un mestiere da uomini, capaci di altre fatiche, ma di ragazzi e vecchi, rarissimamente di donne, per evidenti motivi, dato che allora più di un bambino veniva concepito tra l’erba dei sentieri. Anna aveva sui tredici anni, il sole perenne l’aveva resa scura, il pettine non domava del tutto i suoi capelli un po’ crespi, il latte che mungeva aveva screpolato le sue mani, i rovi avevano rigato le sue gambe scattanti e la vita l’aveva resa selvatica e diffidente verso chiunque. Anche verso un ragazzetto come me, poco più che suo coetaneo, forse perché, ironia delle gerarchie economiche, per quanto vestito di recuperi, ero comunque sempre abbastanza pulito e, altra differenza, avevo le scarpe anche in estate. E poi, via, ero il figlio del padrone di molta terra, di pascoli ed erbai che lei non poteva neanche sognare. Così mi evitava, anche se io ero attratto dalla nascente bellezza di donna che si intravedeva sorgere sul suo viso e dai suoi occhi gialli di rapace. E la salutavo sempre con un sorriso e un timido invito al dialogo. Lei farfugliava un "saludu" e guardava ostentatamente verso le sue vacchette.
Ma, come sempre in Sardegna, il clima ci mise lo zampino. Non pioveva da mesi e sentieri e piazzole erano ormai pietre e terra nuda. Il torrente, ultima risorsa, ormai brucato e ribrucato all’osso. La fine del tirighinajo.
La trovai una mattina che con una roncola spezzava le canne giovani e le piegava verso terra affinché le vacchette potessero mangiarne le foglie legnose. E, a solo pochi metri da lei, fioriva matura e verdissima l’erba medica di un nostro campo isolato e lontano dal centro aziendale, ma regolarmente irrigato di pioggia artificiale con l’acqua del torrente, che non ho mai visto seccarsi. Era sudata e certo stanca, ma continuava nella disciplina della sopravvivenza a spezzare quelle canne per le poche foglie eduli di ciascuna.
Sapevo che potevo incorrere in una punizione più che solenne se ci avessero scoperti, ma quel trio di combattenti determinati a non cedere al destino e alla fame, mi convinse. Mi avvicinai e, mentre ancora il suo secco "saludu" era nell’aria, le proposi di far entrare per un po’ le sue vacche nel nostro medicaio. Lei taceva e credetti non avesse capito. Stavo per ripetere l’offerta quando dalle sue labbra uscì una voce ferma e chiarissima: "E io cosa ti devo dare?". So che arrossii e che toccò a me, ora, tacere a lungo, ma lei non accennò a deridermi né a circostanziare la domanda; aspettava calma che mi decidessi a fare il mio prezzo. Solo anni dopo compresi che chi vive dell’erba dei sentieri non si aspetta nulla in regalo. E, forse, altri l’avevano comprata per una manciata d’erba. Infine riuscii a proferire un appena udibile "Nulla, non voglio nulla.". Ma lei non era affatto convinta e riprese a battere con la roncola sui fusti delle canne e a piegarle. Sapere il prezzo l’avrebbe aiutata a decidere, forse avrebbe contrattato, ma i regali non si contrattano e, soprattutto, non ci si deve fidare di chi dice di volerli fare.
Per una volta nella vita intuii che parlare sarebbe stato inutile. Mi avvicinai a un cancelletto che dava sull’erbaio e lo apersi. Le vacchette, come prevedevo, furono fulminee ed erano già dentro quando lei appena cominciava a richiamarle fingendo una rabbia che non aveva. Rimase estatica a guardale mentre in pochi minuti si rimpinzavano di quella delizia. E finalmente guardò anche me e ripetè avvicinandosi, ora senza durezza: "Cosa vuoi?".
Credo di aver perso la mia prima e ultima occasione di baciare una tirighinaja dagli occhi gialli. E forse anche di avere da lei qualche altra gioia. Infatti non risposi nulla. Le tolsi dalla mano la roncola, e la invitai con un gesto a sedere su un sasso accanto a me. Aprii la sacchetta dove mia madre ogni mattina metteva il mio pranzo e ne trassi il pane, una frittata e una scatoletta di Simmenthal. Lei si allontanò di qualche passo e prese il suo pacchettino: pane e ricotta secca. Poi mi stupì scavando nella sabbia del ruscello per prendere una bottiglietta da mezzo litro piena di vino rosso. Imbandimmo. Il vero successo fu della Simmenthal, ché frittate, mi parve di capire, ne mangiava spesso. E quella strana carne con la sua gelatina la affascinava. Mangiai di gusto io, come un lupo lei, quasi affogandosi e aiutandosi ad ingoiare con robusti sorsi di rosso. E mentre già io avevo finito, lei svolse il minuscolo pacchettino della ricotta secca, ne tagliò un tocchetto quadrato, poi, con un gesto che avevo visto solo ad un vecchissimo bracciante di mio nonno, si accinse a mangiarlo. Non lo morsicava, ché il morso ne avrebbe consumato troppo. Apriva la bocca e appoggiava il tocchetto agli incisivi, poi premeva appena, staccandone così un’impercettibile scheggia che subito accompagnava con un robusto morso di pane. Credo di aver capito anche troppo da quel suo cauto e antico gesto.
Non tornò più, il sentiero era spoglio e il torrente anche, e i gesti d’amicizia valgono se non li chiedi di nuovo.
Io non l’ho scordata, la mia tirighinaja; lei certo mi avrà cancellato dopo pochi giorni.
E quando ancora sento la rabbia per le cose del mondo credo che una parte abbia radici in quelle scaglie di ricotta secca.
Roberto Virdis