Tiruchirappalli

Alla stazione dei treni di Villupuram chiediamo informazioni per conoscere i posti che ci sono stati riservati sul treno. Un signore delle ferrovie ci indica un cartello affisso sul binario in cui sono elencati i nomi dei passeggeri ed i relativi posti numerati. Siamo tutti e tre nella stessa carrozza, ma in posti diversi. La carozza ha l’aria condizionata e può funzionare sia da vagone letto notturno che da trasporto passeggeri diurno. Peccato che, nonostante sia giorno, il mio posto sia occupato da un signore che avendo viaggiato di notte, ha dimenticato di svegliarsi ed è sdraiato di traverso. Ci sono due posti liberi al di là del corridoio, così mi siedo sperando che non arrivi nessuno. Peccato. Un uomo burbero e maleducato mi manda via in malo modo, si siede e fa sedere nel posto di fronte una signorina con la quale intrattiene una brillante conversazione. È il controllore. Gli faccio notare che il signore addormentato occupa tre posti, ma non se ne cura affatto. Gli mostro il biglietto come per far vedere che ho il posto riservato, ma molto infastidito lo prende e, senza neppure guardarlo, continua a fare il galletto con la signorina. "Signore, mi restituisca il biglietto!" gli dico con tono adirato, ma fa finta di non sentire. Allora alzo la voce e lui, stizzito, vidima il biglietto e me lo restituisce. Un uomo sulla quarantina, molto gentilmente mi offre il suo posto, dicendo che scenderà alla prossima stazione, ma io insisto perché c’è abbastanza spazio per sedere entrambi, anche se la cultura indiana non consente che uomini e donne siedano vicini se non legati da qualche parentela. Non importa. La mia cultura lo consente ed il signore, sebbene a malincuore, si siede. Scambiamo qualche parola, ma poi si perde navigando in internet con il suo computer portatile.

A Trichy usciamo dalla stazione ed andiamo direttamente a prenotare il treno per Madurai. Ormai abbiamo capito come funziona e, compilato il modulo, acquistiamo i biglietti.

L’Ashbi Hotel è abbastanza vicino alla stazione e facile da raggiungere a piedi, nonostante gli zaini pesanti ed il caldo. File di bancarelle con chincaglierie di ogni genere e negozi di scarpe, elettrodomestici, stoffe e alimentari costeggiano la strada ed occupano quasi tutto il marciapiede. Si cammina in mezzo al traffico stando attenti a non essere investiti e le macchine continuano a suonare i loro clacson. Fiancheggiamo un edificio circondato da una specie di fosso-fogna che ci toglie il respiro e, girato l’angolo, entriamo nel cortile dell’albergo. Sembra di fare un salto indietro di cent’anni. L’edificio, in stile coloniale, ha alcuni vetri della pensilina della porta d’ingresso rotti. La reception è un ambiente piuttosto scuro con poltroncine di paglia polverose. Un signore ci registra e, come da copione, ci chiede da dove arriviamo e dove andremo come prossima tappa del nostro viaggio. Le camere sono semplici e poco pulite, ma per fortuna non danno sulla strada. Un giardino interno, con un pergolato di piante rampicanti ed una copertura di foglie di palma, originale del periodo coloniale e scurita dalla polvere di decenni, sembrano vecchi di secoli. Anche il cameriere deI ristorante nel giardino sembra d’altri tempi ed i piatti e i bicchieri di latta, l’unica posata che ci viene fornita ed infine le pietanze, tutto è d’altri tempi.

Il Rock Fort Temple è un tempio arroccato in cima ad una collina, nella zona nord della città. Il percorso che porta dalla stazione alla zona del bazar e del tempio è una lunga strada quasi tutta diritta. Percorrerla a piedi, per stranieri come noi, è una sicura fonte di incontri. Ogni pochi metri qualcuno ci ferma per chiederci di dove siamo, che facciamo e per farsi fare delle foto. Tre ragazzi, sulla stessa bicicletta, si spacciano come il pastore di una chiesa e due fedeli. Anche di notte, ai piedi della collina del tempio è pieno di gente che vende e che compra. Un mercato di frutta, viveri ed oggetti vari. Un gran viavai.

Un’irta scalinata rappresenta la via di accesso al Rock Fort Temple. In fondo un elefante dalla pelle scolorita, ma colorato allo stesso tempo, il deposito delle scarpe, bancarelle con offerte votive e tanti fedeli. La luce del sole colpisce la vista quando si esce dalle zone buie lungo il percorso scavato nella roccia. Molti dei gradini sono colorati di rosso e di bianco con un corrimano centrale per separare le file di persone che salgono e scendono. La costruzione alla sommità della collina, in effetti è un tempio, ma somiglia ad un forte e le numerose antenne che lo circondano sciupano un po’ l’atmosfera. Si entra e si cammina in senso orario lungo un corridoio che percorre i quattro lati del tempio. Si intravedono da una porta i bramini che benedicono i fedeli e si sente l’odore del burro fuso irrancidito che esce dalla cappella sacra ed attraversa il corridoio scorrendo in un apposito canaletto.

Babbo, mamma e figliolo, così ci interpreta un ragazzo che chiede a Riki se Chinese è suo padre. È già la seconda volta che qualcuno ci fa questa domanda. Anche un ristoratore di Mamallapuram, e la cosa comincia a divertirci. Il panorama è molto bello. Si vede la città dall’alto con i tetti dorati e ricchi d’arte di alcune costruzioni sottostanti. In lontananza, al di là del grande fiume Cauvery si susseguono le torri del tempio Srirangam.

Lo raggiungiamo in autorisciò. Lungo la strada, una processione di fedeli con un carro trainato da mucche dalle enormi corna. Un uomo con coloratissime ghirlande di fiori al collo e la pelle dipinta di bianco, viene portato come in trionfo e molti fedeli lo seguono. La strada che conduce al tempio è un brulichio di gente variopinta che cammina. Bancarelle con stoffe, vasi, collane, sculture, incensi, candele, e tantissime altre merci fanno da cornice al complesso religioso ad anelli concentrici, dove i non-indù possono giungere solo fino al quarto. Uno dopo l’altro ci agganciano dei ragazzi che vendono collanine di perline di sandalo. Una collanina per un euro, poi due per lo stesso prezzo, poi dieci. È veramente dura riuscire a non comperare niente. Poi uno di questi ci chiede se abbiamo figli, così il Chinese indica Riki, poco più avanti. Segue tutta una serie di domande su come si chiama, quanti anni ha, ecc., ecc. Il massimo del divertimento è quando il ragazzo va da Riki, ignaro, e gli dice: "tua madre ha comperato una collanina", indicando verso di noi. Scoppiamo in una gran risata.

Il tempio all’interno è suggestivo. Cortili e cerchia di mura si susseguono con un numero di fedeli esorbitante. Molti di loro bivaccano all’ombra dei porticati. Shari coloratissimi sono distesi per terra ad asciugare al sole. Sono gli abiti dei fedeli che si sono purificati nel fiume sacro ed ora mangiano i loro piatti di riso e verdure tra le colonne del tempio. Camminiamo tra di loro, quelli in piedi, quelli seduti e quelli sdraiati per terra. Un altro elefante prende le offerte dei fedeli e dà le sue benedizioni toccando loro il capo con la proboscide. C’è un altare, un po’ rialzato, su cui si può salire ed osservare qualche gradino più in basso i fedeli che accendono i loro lumini di burro davanti alle statue degli dei. D’improvviso, un uomo che sembra invasato, urla e si dimena, mentre altri lo trattengono. La scena, alquanto insolita, si protrae per qualche minuto, poi l’uomo si acquieta. "È lo spirito", ci dice la guida.

Il cortile dei cavalli scolpiti con la torre bianca del tempio, simbolo della pace, è una delle aree più artisticamente toccanti. Enormi cavalli e cavalieri e tigri e altri animali di pietra gialla sostengono una parte della copertura di un grande ambiente che, al contrasto con la luce esterna, sembra buio. Al di là del cortile, tre o quattro uomini si riposano all’ombra. Uno di loro regola l’accesso ad un colonnato temporaneamente adibito a stalla delle mucche. Un cavallino bianco, parzialmente dipinto di giallo ai piedi e in testa, è rinchiuso in un piccolo recinto, mentre mucche e vitellini sono fuori e dentro il colonnato dai capitelli scolpiti. I guardiani degli animali ed in particolare la donna mungitrice, con i suoi grandi bricchi del latte, si fanno fotografare e la guida ci spiega che quegli animali sono stati donati al tempio dai fedeli e che presto andranno in un’asta. E difficile riuscire a tenere i piedi fermi suI pavimento di mattoni roventi sul tetto di una delle costruzioni del tempio. Ma guardare dall’alto i cortili con i pellegrini, le merci esposte delle bancarelle e le torri scolpite e colorate, ripaga della sofferenza.

Un piccolo bus collega Srirangam al tempio Sri Swambukeshwara, dedicato all’acqua. Ci saliamo al volo sfuggendo ad uno dei tanti ed assillanti venditori di collanine di sandalo. Il bus non parte subito ed è inevitabile osservare gli altri passeggeri in attesa ed ugualmente essere guardati. Sono sia vecchi che giovani, uomini e donne, ma quella che balza all’occhio è l’alta incidenza di cecità o difetti agli occhi.

Una donna ci indica la strada per il tempio. La seguiamo mentre anche lei si dirige all’ingresso. L’ambiente circostante è meno curato che a Srirangam. Le case sono fatiscenti, tetti che sembrano instabili e tutto è un po’ meno colorato che altrove. Si entra nel tempio camminando nell’acqua lungo un percorso di una ventina di metri. Subito all’interno, un uomo ci assilla per farci da guida e non ci lascia in pace finché ci allontaniamo velocemente, non prima di aver visitato un suo amico bramino, custode di un piccolo altare, che non perde occasione per chiederci soldi. Di nuovo sotto il sole, cerchiamo il lingam di Shiva parzialmente sommerso, attorno al quale è costruito il tempio, ma non riusciamo a raggiungerlo, essendo nella zona riservata agli indù. Camminare a piedi scalzi sulle pietre roventi rende la visita un po’ difficoltosa e alla fine lasciamo anche questo tempio di nuovo rincorsi dalla sedicente guida.

Individuata la strada dove si fermano gli autobus che riportano in città, la difficoltà sta nel trovare la giusta direzione. Chiediamo e finalmente saliamo. L’autobus è affollato e sempre per la stessa tradizione per cui uomini e donne non si possono sedere vicini, una ragazza mi invita a sedere vicino a lei. Chinese e Riki sono in piedi attaccati alle guide di sostegno. L’autobus non ha finestrini, ma solo sbarre. Attraversiamo alcune zone della città in cui gli odori sono molto forti e ad un certo punto, sempre col tono ironico dei toscani diciamo: "questo è puzzo di maiali" e ci mettiamo un po’ a ridere tra noi. La ragazza al mio fianco diventa rossa. Si copre il naso con un lembo del suo shari: un conato dietro l’altro e vomita fuori dalle sbarre. Le passo alcuni fazzolettini di carta che ho nello zaino e Riki, quasi senza guardare: "attenta a non fare una reazione a catena!". La scena è comica e grottesca e ci diciamo: "se non resiste lei a questi odori...". Per fortuna, nessuna reazione a catena.

Scendiamo vicino alla stazione dei treni e, sempre guardando più volte a destra e a sinistra, attraversiamo la strada e raggiungiamo l’hotel. Il Vincent Garden si trova nella direzione del Rock Fort Temple. Il proprietario è affabile e capace di intrattenere i clienti pubblicizzando i suoi piatti principali. Chinese e Riki scoprono il "chicken 65", pollo impanato nelle spezie e fritto che ci accompagnerà per buona parte del viaggio. L’atmosfera è particolare. Tavoli sotto una copertura di foglie di palma, alcune fioche lampadine a basso consumo, zanzare e odore di fritto che viene dalla cucina. Dopo cena, il proprietario ci invita a visitare lo stabile dietro al ristorante: la vecchia casa di famiglia che vuole ristrutturare e convertire in albergo-ristorante con tanto di terrazza nascosta per poter servire ai clienti birre senza licenza. Ci presenta anche la moglie, una giovane donna riservata che appare un po’ sorpresa di vederci fare i complimenti al marito per come immaginiamo possa venire il complesso a fine lavori.

Il treno per Madurai parte nel mezzo del giorno, ma prima mangiamo in un ristorante vicino alla stazione. Ci fanno accomodare in una stanza chiusa e senza finestre, quasi completamente buia tanto che gli occhi fanno fatica ad abituarsi. Ci sono solo altre quattro o cinque persone che mangiano ad un tavolo vicino e ci guardano. Quando arriva il nostro pranzo, senza vedere di cosa si tratta, iniziamo a mangiare mentre tutti gli altri si alzano, si dispongono attorno al nostro tavolo e ci guardano. La sorpresa non è poca e tra noi un poco parliamo ed un poco ridiamo. Cerchiamo anche di attaccare bottone, ma i signori non parlano inglese e non ci intendiamo.

Roberta Ferri

5a tappa - il seguito a breve

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Le foto di Roberta Ferri in  "Fermare l'attimo"