Niente...eppure tutto
Oggi sono tornato nel mio vecchio quartiere, il quartiere dove sono nato e ho vissuto la mia fanciullezza.
In quel posto forse ci si capita per caso ma non di passaggio: devi andarci apposta, infatti ci sono solo tre piccole stradine che scendono fin giù e bisogna conoscerle per decidere di andare.
Quando sono arrivato nella piazza la mia prima sensazione è stata che tutto fosse più piccolo: ricordavo una grande piazza, forse i miei occhi di bambino mi facevano vedere le cose più grandi, forse perché allora non c’erano auto ad invadere la piazza. Già, le auto, nessuno ne possedeva. Lo si notava anche dalla strada: le basole in pietra lavica erano ancora grezze sembravano appena uscite dalla bocca dell’ Etna, si vedeva anche l’erba crescere tra una basola e l’altra, adesso invece l’usura le ha rese lisce e non cresce più l’erba….
Mi sono incamminato per una piccola stradina, una di quelle strade che non hanno mai visto passare un mezzo a quattro ruote, al massimo un carrettino in tempi più lontani. Mi sono avvicinato alla porta dove abitava nonna Rosa, lei sempre seduta sotto i due gradini, su una vecchia sedia a lavorare a maglia, faceva le scarpette e le cose che si fanno per i neonati che in futuro sarebbero stati bambini come noi e l’avrebbero fatta arrabbiare e gridare. Ogni volta che ci vedeva passare di corsa ci sgridava, ma penso avesse paura che la facessimo cadere… Adesso sopra i gradini c’e’ una vecchia porta verde chiara scolorita dal sole, i vetri rotti, le tegole sul tetto in parte rotte in parte rubate, il tubo delle acque piovane rotto e arrugginito e le bacchette inchiodate sulla porta facevano capire che non ci abitava più nessuno…
Da lì si sentiva il rumore del treno che passava proprio davanti alle abitazioni, c’e’ ancora quel vecchio e piccolo ponte in pietra lavica dove passava la ferrovia e dove noi bambini andavamo per giocare a ridosso dei binari. Là avevamo la nostra jungla, un piccolo boschetto tra la statale e la ferrovia, avevamo le capanne e i nostri nascondigli, nascondevamo i vecchi copertoni che usavamo per giocare, sapevamo accontentarci di poco, dovevamo accontentarci, non c’era nulla…però "noi" non dovevamo chiedere niente a nessuno: andavamo al mare e bastava attraversare la statale di corsa, per vecchi sentieri costruiti dai saraceni, verso il mare, magari a volte marinando la scuola… Noi eravamo sempre allegri e sorridenti, non abitavamo in mezzo ai palazzoni, non c’erano auto che disturbavano i nostri giochi, non avevamo niente e ci bastava, ma era come avere tutto: eravamo liberi, spensierati e felici.
Giuseppe