Ugo FOSCOLO - A ZACINTO

Lettura di Mariano Fresta

 

 

E’ sempre aperto, specialmente in ambito scolastico, il dibattito su classicismo e romanticismo nelle opere del Foscolo. Data per scontata la sua adesione totale al neoclasscismo, è tuttavia indubbio che alcuni temi da lui trattati (l’amore, l’esilio, la morte) appartengono alla temperie romantica, anche se lui, forse, non ne era consapevole. Il problema sta, appunto, nel fatto che le due sensibilità, quella classica e quella romantica, convivono in modo inscindibile nelle opere foscoliane, specialmente nei cosiddetti sonetti maggiori, dove i temi, decisamente nuovi per il gusto e la cultura del tempo, sono svolti in modo da apparire in una forma ispirata dai canoni del neoclassicismo. Se, però, facciamo un confronto tra le opere del Foscolo e quelle del suo contemporaneo Vincenzo Monti, anche lui neoclassico, riusciamo a capire sia il motivo per cui la forma montiana è stucchevolmente neoclassica, sia le ragioni per cui nella poesia foscoliana non sappiamo dove collocare il classicismo e dove il romanticismo. Nel Monti il neoclassicismo, con tutto il suo armamentario retorico e letterario, è usato come un vestito che può essere messo a tutti i contenuti; si tratta dunque di un’operazione tutta esteriore, in cui né il contenuto influenza la forma, né la forma modifica il contenuto. Nel Foscolo, invece, il neoclassicismo agisce sui contenuti come il lievito nell’impasto di acqua e farina: una volta lievitato, l’impasto non è più farina e acqua, ma è pane. In questo modo i temi nuovi della poesia foscoliana, a contatto con la sensibilità neoclassica, non sono più l’esilio, l’amore e la morte, ma diventano un’altra cosa, in questo caso diventano "miti". Nell’opera foscoliana i contenuti principali hanno sempre un "altrove", hanno sempre un riferimento nella letteratura classica greco-romana; così nel comporre il sonetto "In morte del fratello", il Foscolo non ha bisogno di esternare il proprio dolore, ma riportando le immagini e le parole già espresse da Catullo, dà ai suoi versi la compostezza che era richiesta dall’estetica neoclassica. Diceva, infatti, Lessing che la poesia non deve recare turbamento nell’animo del lettore, ma anzi gli deve suggerire immagini di quiete e di serenità. Se Foscolo si fosse lasciato trasportare dal suo sentimento e avesse espresso il dolore per la perdita del fratello con le sue parole, la sua composizione non avrebbe certamente suggerito al lettore né quiete né serenità.

Questa capacità di far propria la veste neoclassica e di farla funzionare per esprimere la nuova sensibilità romantica, che si stava progressivamente affermando, si vede chiaramente nel sonetto A Zacinto.

 

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde

Ove il mio corpo fanciuletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quell’isole feconde

Col suo primo sorriso, onde non tacque

Le tue limpide nubi e le tue fronde

L’inclito verso di colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio

Per cui bello di fama e di sventura

Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

 

 

Nel sonetto il poeta esprime il suo dolore per non poter tornare nella sua terra natìa; senza una patria, costretto a trasferirsi da una città all’altra, egli si sente un esule. Questo dell’esilio è certamente un tema che appartiene alla sensibilità nuova del romanticismo; un tema che sarà caro a tutti quelli che, in quel periodo di grandi rivolgimenti politici e sociali, erano alla ricerca di una patria; ma per il Foscolo l’esilio, più che un fatto politico, è una situazione esistenziale: l’uomo, su questa terra, è soggetto solo alle leggi di un meccanicismo materialistico, la sua vita non ha nessuna finalità. Si tratta di un sentimento di fragilità e di nullità che, se espresso in maniera diretta, desta nel lettore turbamento e tristezza. Ma il neoclassicismo non ammetteva espressioni simili. Il Monti avrebbe ammantato questo tema con una veste di stampo classicista, ma sarebbe stato solo un ornamento del tutto esteriore. Il Foscolo agisce diversamente. Intanto, già nel titolo, compie un’operazione decisiva per tutto lo svolgimento del sonetto: egli, nato nell’isola di Zante, non usa il nome moderno della sua terra, ma quello con il quale la chiamavano gli antichi Greci, Zacinto. Automaticamente il nome classico evoca il mondo dell’antica Grecia e dei suoi miti: Zacinto è situata proprio nello stesso mare in cui, secondo la leggenda, nacque Venere, la dea dell’amore che ha reso feconda e felice l’isola; è lo stesso mare di cui parla Omero mentre racconta le avventure drammatiche di Ulisse; quell’Ulisse che, come il poeta, era esule in cerca della patria e che alla fine del suo peregrinare riuscì ad approdare ad Itaca, la sua pietrosa ma amata terra natia. Il poeta, invece, non avrà la gioia di tornarci, perché il destino gli ha riservato di morire in terra straniera, dove nessuno andrà a visitare la sua tomba. Il poeta compare solo nell’ultima terzina, dove, con il sopravvento di un elemento preromantico, si può notare un sentimento di nero pessimismo e di tristezza, del tutto assente negli altri dodici versi, in cui invece predomina una visione tutta classicistica, con un paesaggio fatto di sole, di cieli azzurri, di boschi verdeggianti e in cui la figura di Ulisse ci si presenta nel momento della felicità, quando finalmente approda alla sua isola.

Lo stesso intrecciarsi inestricabile di neoclasscismo e di romanticismo si trova anche a livello formale: il brano è un sonetto (14 versi, distribuiti in due quartine e in due terzine), una composizione "classica" della letteratura italiana. In genere ogni verso del sonetto ha senso compiuto, ogni strofa finisce col punto fermo; nel sonetto foscoliano abbiamo, invece, una rivoluzione ritmica: quasi tutti i versi travalicano, mediante gli enjambement, dall’uno all’altro; è impossibile fermarsi alla fine del verso, perché il senso della frase si conclude spesso nel verso successivo. Tutto l’andamento ritmico del sonetto ne è sconvolto. Anche la suddivisione in strofe non funziona più, perché abbiamo un unico lungo periodo sintattico che va dal primo al dodicesimo verso. E’ la fine della forma classicheggiante; dopo Foscolo verranno Leopardi e Manzoni che non comporranno più sonetti, perché essi si trovano già in pieno romanticismo.

Un’ultima annotazione. Quando il Foscolo parla della sua terra natìa, non usa mai il termine "patria", forse perché il suo rapporto col padre non fu felice e perché si sentiva più legato alla madre. Nel sonetto, infatti, lui parla di "materna mia terra", la patria è "matria", è un personaggio femminile, non solo perché il sostantivo è di tale genere, ma perché il Foscolo identifica nella madre umana, nella madre-natura il principio della vita. La critica psicanalitica, usando come strumento interpretativo gli "archetipi" di Jung, ha individuato nel sonetto una massiccia presenza di elementi femminili e materni: oltre all’espressione "materna mia terra", abbiamo Venere, dea dell’amore e della creazione ("genitrice" dice il poeta latino Lucrezio, "degli dei e degli uomini"), c’è poi l’isola lussureggiante di luce e di vita. Ed ancora, ci sono moltissimi riferimenti all’acqua, senza la quale non c’è vita: ci sono le "onde del greco mar", c’è Omero che canta "le acque fatali" di Ulisse. Oltre a questi riferimenti espliciti, ci sono quelli impliciti, che si nascondono dentro altre parole: tutte le parole in rima dei primi otto versi o sono termini che indicano direttamente l’oggetto ("onde", "acque"), o sono termini che contengono il nome dell’oggetto (sp-onde; gi-acque; n-acque; fec-onde; t-acque; fr-onde). Secondo la psicanalisi questi riferimenti consci ed inconsci all’acqua rimandano al liquido amniotico in cui, nel ventre materno, vive il bambino. L’attaccamento alla madre e l’aspirazione ad una terra materna, propri del Foscolo, si rivelano in queste parole; e queste parole e i loro suoni sono così forti ed importanti da essere stati messi in evidenza con la loro collocazione in rima.

 

 

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