UN CASO SPECIALE
Edito nell’aprile 1978 dalla rivista di caccia Diana
La strada, illuminata dai lampioni, era deserta. Con mio fratello Antonio, fissavo contrariato l’auto che bloccava l’uscita della nostra macchina al cancello di casa.
Provammo a spostarla di peso, senza riuscirci. Imprecai fra i denti. Antonio invece, decisamente, dopo vari inutili tentativi di rimuovere l’ostacolo, smoccolò con tutti i sentimenti. Reazione tipicamente toscana, magari discutibile, di fronte ad una contrarietà. Non so se serva a scaricare l’ira o ad alimentarla.
- Va a finire che per un bischero, ci rimetto un giorno di ferie – realizzò mio fratello fuori di sé.
- Una bischera – rettificai.
- Come lo sai? – s’interessò.
- È la macchina della nuova vicina, l’ho vista un paio di volte -.
Mio fratello lavorava e viveva da solo a Firenze in un piccolo appartamento di sua proprietà. Veniva da noi a Pisa, per un paio di week-end al mese. Più frequentemente, nella stagione della caccia, prendeva, appunto giorni di ferie. Nonostante la differenza d’età, io diciotto anni, lui trenta, eravamo molto uniti. Ci legava soprattutto la comune passione per la caccia, ereditata, d’altra parte, entrambi, da nostro padre.
- Non sapevo che la casa accanto fosse stata venduta – seguitò Antonio.
- Non è stata venduta. È venuta ad abitarci la nipote che ha ereditato. Stava a Torino, s’è trasferita qua -.
-La rimando a Torino a pedate nel…. se non mi leva la macchina – si agitò Antonio. E, caricato dai moccoli precedenti, si diresse deciso al cancello accanto e suonò il campanello.
- Sono le quattro – commentai incerto.
- Appunto, porco mondo. Mezz’ora di ritardo. Sveglio tutta la casa. Faccio un casino! -.
- C’è soltanto lei in casa, ci abita da sola -.
- Meglio che niente, allora -. E seguito a spingere il dito sul pulsante, con accanimento.
Si accese una luce, si aprì una finestra. Una testa bruna e arruffata nel riquadro.
A voce moderata, nei limiti del possibile s’intende, perché la voce di mio fratello, profonda e robusta, sembra il brontolio di un tuono, informò la proprietaria. Una risposta sommessa e incomprensibile. Poco dopo, portone e cancello si aprirono. Ne uscì una figuretta esile e patetica, in una lunga vestaglia a fiorellini. Porse un portachiavi, esitante. Soffocò uno sbadiglio.
- Scusate, sono rientrata piuttosto tardi ed ho preso un tranquillante per dormire -.
- E perché ha lasciato la macchina davanti al nostro cancello? -.
- Perché davanti al mio portone ce n’era un’altra e non son potuta entrare. E poi ho pensato che stamattina sarei partita per prima io. Vado sempre via prima delle sette -.
- Va bene, va bene – tagliò corto Antonio.
Dovevamo arrivare al padule di Castiglione della Pescaia, prima dell’alba. Là ci abitava Domenico, un conoscente che ci aveva combinato una giornata in botte.
- Apra il cancello, che la macchina la metto dentro io – disse Antonio e rivolto a me: - E, intento, tu tira fuori la nostra -.
Il tono per me era normale ma, per orecchie estranee, dovette sembrare un po’ tropo autoritario. Notai un trasalimento nella ragazza. Ne sorrisi fra me: le collere di mio fratello sono violente, quanto rapide e inoffensive. Compita la manovra, infatti, era molto più calmo.
- Mi dispiace, signora… signorina… D’altra parte mi stava mandando a monte una giornata di caccia, non so se può capire -.
La ragazza sembrò svegliarsi di colpo. Spalancò gli occhi che si rivelarono decisamente azzurri e ci squadrò in lungo e in largo. Il suo sguardo si soffermò con riprovazione sopra i nostri stivali.
- Ah! Cacciatori.. – scandì
Solo allora, misi a fuoco che l’adesivo. Incollato al parabrezza della sua auto, rappresentava un "panda".
- Beh, se ne torni a dormire – consiglio ironico mio fratello.
Il viaggio fu silenzioso, la velocità piuttosto sostenuta. Di quando in quando, lanciavo occhiate verso oriente, quasi a voler ritardare il sorgere dell’alba. Domenico ci aspettava all’inizio del padule, dove aveva il barchino e tutta la batteria delle stampe.
Al telefono, il giorno prima, avevamo fissato un orario ben preciso, perciò correvamo il rischio di non trovarlo.
Tacevamo con l’impressione che le parole potessero, in qualche modo, rallentare la corsa. Il posto in cima ai nostri pensieri, il più scomodo e sgradevole, potete immaginare chi lo avesse.
Arrivammo che Domenico se ne stava andando, convinto che avessimo, per qualche ragione, rinunciato.
Antonio in un linguaggio, diciamo molto fiorito, secondo il solito, gli spiegò la causa del ritardo. Scaricammo in fretta fucili e cartucce.
- Per fortuna, il "chiaro" è vicino – commentò laconico Domenico.
Il vento s’era messo a tramontana e le ultime selle brillavano più vivide. Più tardi, mentre Domenico metteva le stampe e le anatre, noi stavamo già nelle botti, sentimmo qualche sparo in padule. L’alba avanzava, nel chiaro si contavano quasi tutte le stampe. Domenico era appena rientrato che, nelle stampo si tuffarono, non si sa da dove, quattro uccelli. Fu possibile distinguerli e ne fermammo due: la mattina prometteva bene. Avvertivo quella particolare sensazione indescrivibile, quasi epidermica, che è come un presentimento, o un presagio favorevole. Infatti, fu una giornata indimenticabile.
Il forte vento di tramontana ci procurava disagio nelle botti ma, in compenso, disturbò anche gli uccelli in mare (quel giorno ce n’erano proprio tanti!) che entravano a branchi nel padule.
Alle due del pomeriggio, avevamo finito le cartucce. Più di sessanta a testa. Non sentivamo la stanchezza, tanto eravamo paghi e soddisfatti. In totale, otto marzaiole, quattro codoni, tre mestoloni, due pittime, undici gambettoni. Durante il viaggio di ritorno cantammo fino a sgolarci, canti stonati.
Rientrando in auto, nel vialetto di casa, suonammo il clacson come una fanfara. Un segnale convenuto che faceva correre nostro padre in giardino, a compiacersi con noi, a ringiovanire, a rivivere giorni esaltanti del passato. Un tempo, eravamo noi due che, bambini, gli correvamo incontro, felici di dare il nome giusto ad ogni uccello, così come lui ci aveva insegnato.
Facemmo la "stesa", sul tavolo di ferro del giardino. Il sole di marzo, giovava fra le penne degli uccelli.
Nostro padre disse. – Di questi tempi, una caccia come questa è cosa rara. Ci vuole una fotografia -.
La mamma che, dal terrazzo del primo piano, aveva sentito, portò giù la macchina fotografica.
Ci scattammo a vicenda un paio di fotografie. Una finestra della casa accanto si richiuse rumorosamente. Guardai e vidi un leggero movimento della tenda, dietro i vetri. Con Antonio ci scambiammo una compiaciuta occhiata d’intesa.
Maggio. Essendo chiusa la caccia, avevamo programmato, per un certo sabato di andare alla foce dell’Ombrone per vedere e fotografare il passo delle "animine" e degli altri uccelli primaverili. Antonio sarebbe venuto a Pisa verso le nove del venerdì sera. Invece, ci piombò a casa, senza preavviso, alle dieci di giovedì. Era agitatissimo. Tuonava moccoli perfino in presenza della mamma che, assolutamente, su queste deprecabili licenze, non transige.
Mio fratello sventolava un rotocalco dalle pagine cincischiate. Lo buttò sul tavolo e scoprimmo la causa di tanta indignazione.
Uno dei tanti, ignobili, articoli diffamanti sulla caccia, di un'incompetenza grossolana, esibiva al centro pagina, una fotografia: un cacciatore, in procinto di fotografare un altro che, in posa spavalda (così riferiva la didascalia), ostentava le prove di uno sterminio. Noi, gli sterminatori, peggio che nazisti.
Salì il sangue alla testa anche a me che, comunemente ho un certo controllo: Quella figlia di "buona mamma", dalla finestra a piano terra di casa sua, ci aveva fotografato e tratto le sue stupidissime conclusioni.
Antonio spiegava che in ufficio quel giornale "da donne" era passato di tavolo in tavolo prima di arrivare fino a lui, fra i commenti più svariati.
Urlò che a "quella" avrebbe dato una lezione da ricordarsela finché campava. Nella casa accanto, le finestre erano illuminate quindi la responsabile c’era.
Antonio non volle ascoltare i consigli della mamma: - Non darle importanza, sii superiore -. Pretendeva soddisfazione immediata e uscì di casa che sembrava un cinghiale infuriato.
Avrei voluto seguirlo, tantopiù che mia madre mi spingeva a farlo, sperando che sarei riuscito a impedirgli di compromettersi. Antonio mi respinse dietro al cancello.
- Non voglio angeli custodi, io! –
Alle ventitré non era ancora ritornato. Mia madre era pallida d’ansia. Mi pregò: - Vai a vedere -.
Mio padre si oppose: - Antonio non è un bambino e neppure uno stupido -.
Per essere sinceri, ero piuttosto preoccupato anch’io. Nonostante la fiducia e la stima nel suo equilibrio psichico, riflettevo che un raptus è sempre possibile. A volte basta una bischerata qualsiasi a provocare una reazione imprevedibile e qui, dopotutto, la provocazione era stata grave.
Antonio tornò alle ventitré e trenta. Era stato nella casa vicina per un’ora e un quarto. Si era calmato, era evidente. Solo gli lessi sul viso un certo disagio.
- Ah, mi avete aspettato alzati – commentò.
- E allora? – sollecitammo.
- Allora cosa, abbiamo parlato da persone civili -.
Si rivolse a me, in tono evasivo: - Sai perché parte tutte le mattine, prima delle sette? Ha avuto il posto a Volterra, figurati. Insegna lettere, lo sapevi? -.
- Ma insomma, tutto qui? – m’indispettii.
- No, il sabato è il suo giorno libero. Dopodomani, viene con noi a vedere le animine all’Ombrone. Porta anche lei la macchina fotografica, visto che sa usarla -.
- Cooosa?? - strabiliai e la voce mi si strozzò in gola. – È proprio enorme. Pareva che volessi farla a fette! Hai sempre detto che, nelle nostre girate, non vuoi estranei perché ti rompono i… e vorresti adesso portarti appresso una bischera patentata qualsiasi, anzi una serpe subdola e maligna -.
- È un "caso speciale". E poi non è una bischera. È solo ignorante. Figurati che non conosceva nemmeno uno degli uccelli della fotografia. La porto con noi proprio perché impari qualcosa da chi ne sa più di lei. Deve capire la differenza. Deve capire che la natura noi la sentiamo più di chiunque altro perché veramente ne facciamo parte. Non solo fisicamente. E la rispettiamo -.
- Ah, senti – sbottai – Proprio non so capirti. Anzi sai che cosa ti dico? Che sabato io non ci vengo -.
Mia madre nascose un sorriso. Anche lei, come me, sospettava la vera ragione di quel "caso speciale".
Mio padre sbadigliò: - Io me ne vado a letto -.
Antonio mi diede una pacca affettuosa sulla spalla, conciliante. Già sapevo che mi sarei rassegnato. Ma ci sarebbe voluto un certo tempo. Quanto richiede, appunto, un caso speciale, per essere risolto.
Marzia Plumeri