UN CAVALLO NELLA NOTTE

(già edito su periodico con pseudonimo)

Fui svegliata dal rumore degli zoccoli di un cavallo che battevano sul selciato intorno casa. Era arrivato al galoppo ma poi s'era messo al trotto; una breve sosta quasi sotto le nostre finestre e poi, di nuovo, via al galoppo.

Sapevo che nella fattoria agrituristica, a un chilometro da casa nostra, gli ospiti avevano a disposizione anche i cavalli del maneggio. Un paio di volte li avevamo incontrati, durante qualche nostra passeggiata e Robert, il mio bambino, s'era entusiasmato nel vederli.

Da qualche giorno, purtroppo, qualche appassionato, ospite dell'agriturismo, doveva soffrire d'insonnia e la procurava anche a noi, cavalcando di notte, o alle prime luci dell'alba.

Così decisi, nel pomeriggio, di recarmi alla fattoria per conoscere i proprietari e, naturalmente, Robert venne con me. Lo scopo principale sarebbe stato quello di far presente il disagio procurato dalla cavalcata prima dell'alba. All'apparenza, risultò piuttosto una visita di cortesia.

Appena fummo arrivati, Robert si precipitò alla steccato del recinto dei cavalli. Uno stalliere mi si avvicinò, gli spiegai, ma, nel frattempo, una donna, moglie del proprietario, si era diretta verso di noi.

Mi presentai: - Sono Jennifer Francis, la mia casa si trova ad un chilometro da qui... - 

Intanto seguivo i movimenti di Robert con lo sguardo: - Mio figlio - spiegai 

- Piacere di conoscerla, io sono Lisa Martori.  Lei abita la villa dei Lorenz, li conoscevo bene, anzi ...li conosco bene, anche se da anni li sento solo al telefono: da quando hanno lasciato l’Italia, cioè -

Le raccontai di noi.

Mio marito Hunter lavorava all’ambasciata inglese a Roma e il suo incarico, dapprima temporaneo, si era trasformato a tempo indeterminato.  Avevamo quindi deciso, per la salute del bambino, di cercare casa in campagna. Era stato un vero colpo di fortuna trovare in affitto quella villa spaziosa e confortevole, del tutto ammobiliata e con buon gusto. Robert già frequentava la prima elementare, nella scuola italiana del paese vicino. 

Non le dissi che alcuni nostri conoscenti britannici invece trovavano stravagante la nostra scelta, quando a Roma c'è un'ottima scuola di lingua inglese.

Si sentì un nitrito e un cavallo, che non stava nel recinto, trotterellò verso Robert, direi con disinvolta confidenza. Grande entusiasmo di mio figlio, io invece lo raggiunsi, preoccupata.

- Non abbia timore. Jewel è un cavallo speciale, più domestico di un cane domestico. Ha il suo box, ma praticamente gira nella fattoria e dintorni, quasi indisturbato, come lo aveva abituato la sua padrona. Mrs Lorenz manda regolarmente il suo assegno, anche generoso, ma chiede sia trattato quasi come una persona di famiglia. Questo cavallo adora i bambini, ma non accetta di farsi cavalcare. E infatti non è a disposizione dei nostri ospiti. Potrei dire che è un cavallo particolare, con un'intelligenza quasi umana -

- E’ possibile che faccia i suoi...giri, prima dell’alba? Da qualche notte, vengo svegliata da un cavallo al galoppo...-

- Non credo che di notte... -

- Se non è questo cavallo... è qualche altro -

- In effetti, gli lasciamo il box aperto, perché, può sembrare ridicolo, ma soffre di claustrofobia: non vuole essere rinchiuso e quando all’inizio ci abbiamo provato, si è scagliato contro la porta a rischio di ferirsi e quindi...-

Intanto, il cavallo, con il muso, dava colpi leggeri a Robert che rideva compiaciuto, mentre io invece ero preoccupata per quelle effusioni troppo ravvicinate.

- Vuoi provare a montarlo? - chiese la Martori - sembra che ti stia invitando -. Lo stalliere si accinse a sellarlo, con un'espressione abbastanza dubbiosa, ma il cavallo si prestò, assecondandolo.

Con molta apprensione, lasciai che l'uomo aiutasse Robert a salire in sella e notai che il cavallo sembrava voler favorire al massimo quell’operazione.

- Devi essergli molto simpatico, non si è mai comportato in modo tanto condiscendente e confidenziale. Per essere più precisi, Jewel è una cavalla ed anche piuttosto matura, infatti ha otto anni... -

Mio figlio, in groppa a Jewel, sembrò subito a suo agio, mentre la donna teneva al passo l’animale, reggendo le redini.

Il bambino disse: - Dammi le redini, voglio tenerle io -

La donna fece un cenno allo stalliere che, a sua volta, montò un altro cavallo e si affiancò.

Con le redini in mano, il mio bambino guidò la cavalla al trotto, costeggiando la parte esterna del recinto. Sembrava, a vederlo tanto sicuro, che non fosse la prima volta a cavalcare.

- Allora hai cavalcato altre volte! - esclamò infatti la donna. Si meravigliò quando negai.

- Forse ha imparato guardando qualche film western - scherzai. Ma, per la verità, nel vedere il mio bambino in cima a quell’animale che mi sembrava imponente, quasi gigantesco, mi rammaricai di aver permesso quell'iniziativa.

***

Mio marito ed io c’eravamo quasi abituati al galoppo notturno di Jewel. Gli avevo raccontato dell’incontro alla fattoria e non aveva apprezzato l'esperienza di Robert su Jewel. 

Un amico d’infanzia di Hunter era morto per una caduta da cavallo e mio marito provava una sorta di avversione per i cavalli e, in qualche modo, mi aveva contagiato.

Alle otto del mattino, Hunter partiva in auto per Roma ed io invece, uscivo con la mia utilitaria per accompagnare Robert a scuola.

Quella mattina, la custode mi informò che la maestra di Robert voleva parlarmi. Appena i bambini furono entrati tutti in classe, l'insegnante li affidò alla custode  e mi raggiunse nell’atrio.

Per quanto mi disse, restai allibita.

- Il bambino da diversi giorni cade letteralmente dal sonno. Diverse volte si è addormentato sul banco... ma anche quando è sveglio è completamente assente... ritengo che abbia qualche problema di salute. Fino ad una settimana fa era brillante e vivace... ho creduto che fosse mio dovere...-

La ringraziai e vide che ero piuttosto sorpresa e abbastanza contrariata. Le dissi di non aver notato di pomeriggio,quella sonnolenza.

- Ci credo - commentò la maestra - dorme tutta la mattina in classe. Inoltre devo rimproverare i compagni che lo prendono in giro, peggiorando la situazione: non credo che il bambino ci guadagni a venire mortificato -

La salutai, abbastanza turbata. A casa telefonai a mio marito per raccontargli. 

- Deve essere quel cavallo che gira intorno, di notte, a tenerlo sveglio, bisognerà trovare una soluzione - 

- Robert mi ha chiesto diverse volte di tornare alla fattoria per imparare a cavalcare. Ha... simpatizzato con "quella" cavalla: quella che lasciano libera di andare e venire in totale libertà -

- Non si discute, cercherò di fargli capire. E bisognerà anche parlare con i vicini - 

Nel pomeriggio, cercai di osservare mio figlio e forse sì, lo vidi un po’ pallido, ma mi sembrò di buon umore, come al solito.

- Hai sonno? - gli chiesi.

- Un pochino, ma poi mi passa -

- Hai dormito bene, stanotte? -

Mi guardò, diffidente. E mi sembrò strano, per un bambino piccolo, quell’atteggiamento di difesa. Alla risposta affermativa insistetti: - Hai fatto un bel sogno? -

Sembrò gli avessi dato una ciambella di salvataggio: - Ho sognato Jewel - disse.

Ecco, pensai, è vero che si sveglia per colpa del cavallo! Bisogna davvero protestare con la nostra vicina: non si può lasciare libero il cavallo, di notte.

***

Mentre Hunter parlava, mi domandavo se fosse davvero il caso di raccontare a nostro figlio di sei anni, la storia del suo amico d’infanzia: una storia tristissima.

Ma Robert lo ascoltava impassibile, davvero in lui era notevole il "self control", del quale ironizzano gli italiani quando parlano di noi inglesi,

- Il tuo amico è stato sfortunato, daddy: ha trovato un cavallo che lo ha disarcionato: se tu vedessi come è bella Jewel, non avresti più paura dei cavalli -

Durante la notte, mi rigirai nel letto, senza riuscire a prendere sonno, prima dell’alba udii distintamente il galoppo arrivare e ripartire, mi alzai, innervosita.

Andai in cucina e bevvi un bicchiere di latte, poi, passando davanti alla camera di Robert, entrai a controllare.

Il letto era disfatto, ma Robert non c’era e la finestra era aperta, mancavano anche la sua giacca a vento e gli scarponcelli. Mi sentii mancare. Urlai, chiamando mio marito e, contemporaneamente, mi precipitai alla finestra, fuori c’era soltanto il buio. Per la prima volta, constatai quanto quel davanzale fosse vicino a terra, più o meno due metri, non di più.

Dopo, fu come un sogno o un incubo. Mio marito uscì fuori, io rimasi semi paralizzata dalla paura, in camera del mio bambino. Avevo un sospetto che mi sembrava inverosimile, eppure speravo fosse giusto, per non pensare al peggio.

Al un certo punto, quando già mi accingevo a telefonare alla polizia, sentii avvicinarsi il galoppo di Jewel e anche Hunter, che chiamava nostro figlio a gran voce nel buio, lo sentì.

Il cavallo si fermò. Sulla groppa aveva il mio bambino che lo cavalcava senza sella. Mio marito fuori ed io vicino alla finestra, restammo immobili, impietriti. Il cavallo si affiancò al davanzale e il bambino  ci salì sopra  molto agilmente, poi scivolò in camera. Aveva gli occhi aperti, ma mi fissò senza vedermi, come in una crisi di sonnambulismo. Immaginavo che potesse essere pericoloso e non parlai. Anche mio marito ebbe la stessa cautela. Il bambino si tolse la giacca a vento e le scarpe e rientrò nel letto.

Avrei dovuto svegliarlo un’ora dopo, per andare a scuola, ma non lo svegliai.

Verso le undici, Hunter lo portò con sé a fare un giro per Roma, sarebbe passato anche da un agenzia immobiliare, per vedere di trovare un appartamento ammobiliato in affitto in città. Essere stranieri, non residenti, forse poteva favorire qualche opportunità.

Avevamo anche considerato la possibilità di restare nella casa di campagna, ma permettendo a nostro figlio di cavalcare Jewel, di giorno e con la sella. Eravamo molto incerti e preoccupati. D’accordo con Hunter, mentre loro erano a Roma, sarei andata a parlare con la signora Martori. Per la verità, vagamente, accarezzavo l’idea che, se fra bambino e cavallo era scoccato il grande...feeling, forse avremmo potuto chiedere alla proprietaria, ora in America, di farlo tenere a noi, tantopiù che c’era una stalla dietro casa, probabilmente la stalla che era stata del cavallo nel passato.

***

La Martori mi stava dicendo: - La signora Lorenz è molto gelosa del cavallo, anche se lo ha lasciato in Italia, sia per ragioni pratiche che sentimentali. Non credo che voglia cederlo... era il cavallo di suo figlio. Glielo aveva regalato, verso i quattro anni del bambino: praticamente erano cresciuti insieme. Certo, però, la storia che lei, signora Francis, mi ha raccontata, è scioccante: potrei tentare di spiegare alla Lorenz per telefono...-

Ringraziai. Poi riferendomi alla sue ultime parole: - Mi ha detto che la signora Lorenz ha un figlio? Noi abbiamo trattato solo con l’agenzia e non l’abbiamo mai incontrata.

- "Aveva" un figlio, è morto a sei anni di età di leucemia fulminante, in tre soli mesi. Per questo se ne sono andati ed hanno lasciato casa e cavallo, più o meno sei anni fa. Non gli reggeva il cuore a restare qui. Il bambino, anche se così piccolo, prima di ammalarsi, cavalcava il cavallo in modo stupendo, anche senza sella, erano tutt’uno, lui ed cavallo. Sembra ridicolo dirlo, ma l’animale è andato in depressione, dopo la morte del bambino. Inoltre, torna sempre a girare intorno alla vecchia stalla ed alla casa. Certo che prima era libero di andare quando voleva, ora che ci siete voi, dà fastidio -

Notai, ma non lo rimarcai, che la prima volta aveva finto di meravigliarsi quando le avevo fatto presente il disturbo della cavalcata notturna. Ma per la verità,  di tutto il suo discorso,mi aveva sconvolto la prima parte: l'età di quel bambino, la sua morte, il suo rapporto così stretto con la cavalla Jewel

***

Avevo messo Robert a dormire nel mio letto: mio marito aveva deciso di dormire in camera del bambino.

Alle domande del piccolo, avevo spiegato: - La notte scorsa ho fatto un brutto sogno, ho sognato che qualcuno voleva rubarti, lo so che la mamma è sciocca ad avere paura dei sogni...però mi fa piacere tenerti nel letto con me, stretto stretto...-

Robert era sembrato molto compiaciuto di poter proteggere la sua mamma, paurosa dei sogni.

Con mio marito, avevamo parlato a lungo: trasferirci nell’appartamento degli ospiti a Roma in attesa di una nuova sistemazione ci sembrava al momento la soluzione migliore. Anche se, forse, io m’ero lasciata suggestionare un po’ troppo da certe letture degli ultimi tempi, o strane teorie.

In piena notte, squillò il telefono. Hunter non si era svegliato, anzi lo sentivo russare nella stanza vicina. Mi alzai: il telefono si trovava nell’ingresso.

Mi sorprese sentire la voce della Lorenz dall’America: era stata informata dei fatti, dalla Martori, ma certo, per chiamare, non aveva tenuto conto del fuso orario.

Fui fredda. La sentivo molto eccitata: intendeva venire in Italia con il primo volo per conoscere il mio bambino.

- Non credo sia il caso - le dissi - tantopiù che ci trasferiremo a Roma al più presto. Per mio marito, è troppo disagevole fare il pendolare -

- Oh, che peccato... Mi sarebbe piaciuto regalare Jewel al bambino... Si è creato un rapporto talmente eccezionale fra la cavalla ed il bambino...-

- Non potremmo accettare un regalo così impegnativo, siamo in Italia soltanto per un breve periodo -. Tagliai corto, mentendo, stavo sulla difensiva, quella donna mi spaventava e turbava per l’emozione intensa che avvertivo nella sua voce. Ma che cosa si era messa in testa?

Tornai in camera e... Robert non stava più nel mio letto, la finestra era spalancata.

Dopo, fu un vero incubo. La galoppata nella notte non si risolse nell’arco di un’ora, o poco più. Cavallo e bambino non rientravano. Telefonammo ai Martori che vennero, loro, con il fuoristrada e lo stalliere a cavallo. Intanto avevamo telefonato ai carabinieri della zona. Io avevo il cuore stretto in una morsa, avevo freddo e tremavo, nel corpo e nel cuore.

Trovammo il mio bambino a due chilometri di distanza. In uno spiazzo, nel bosco. Era a terra, privo di sensi. Jewel gli stava accanto col muso proteso verso di lui.

***

I medici dell’ospedale ci avevano relativamente tranquillizzati: sì, è vero, c’era una modesta commozione cerebrale, causata dal trauma cranico, ma lo stato leggero di coma era da considerarsi una forma di difesa dell’organismo: accade, in certi casi, come una sorta di protezione naturale per evitare uno stress emotivo troppo forte, che potrebbe complicare il quadro clinico. Io avevo il terrore che fossero soltanto vuote parole per tranquillizzarmi. Con Hunter, mi alternavo al capezzale del nostro bambino, giorno e notte. Mai mi sarei aspettata l’apparizione della signora Lorenz una mattina. Informata dai Martori, era arrivata a Roma con l’aereo da Chicago e, dall’aeroporto, si era diretta, senza aspettare oltre, in taxi, fino all’ospedale.

Avrei forse dovuto essere più decisa, ma avevo molte notti insonni, ansia e disperazione sulle spalle. La lasciai entrare nella stanza di Robert. Avrei saputo dopo che aveva detto al personale, per non venire fermata, di essere mia sorella. In effetti era bionda come me e potevamo anche somigliarci.

Si avvicinò al letto e, con gli occhi lucidi, mormorò: - Oh, darling, my little Charlie (o caro, mio piccolo Charlie)... You must live, baby... ( Tu devi vivere, piccino) -.

La sorpresa mi paralizzò: supposi che Charlie fosse il nome del suo bambino morto di leucemia. Robert,improvvisamente, aprì gli occhi, la fissò e sorrise. Disse: - Bye, mamy -. E richiuse gli occhi, ripiombando nel suo sonno profondo.

***

Il mio bambino uscì dal coma definitivamente tre giorni dopo. Non ricordò mai niente dell’accaduto. Rivedendo la Lorenz, la considerò un’estranea, perfino disturbato da certe sue attenzioni. Lei ripartì, appena fu certa della guarigione del bambino e, nel salutarla, provai un senso di liberazione, ma anche compassione per lei.

Non avrei saputo più nulla dei Lorenz, né ci avrebbero più cercato in seguito. Non raccontai a Hunter l’episodio dell’ospedale, lo tenni dentro di me: a ricordarlo, mi procurava un forte malessere, insieme a una sorta di commozione. Adesso mi dico che forse Robert, in quell’anticipo di risveglio dal coma, si era rivolto a me, per salutarmi e non a lei.

Nel frattempo, Hunter, durante la degenza ospedaliera del bambino, aveva trovato una nuova sistemazione a Roma, un appartamento ammobiliato molto signorile e costoso, in un quartiere elegante. Contavamo che sarebbe stata una soluzione provvisoria, in attesa di altro: la villa dei Lorenz era ancora a nostra disposizione per un paio di mesi, ma non avevamo intenzione di tornarci.

Ciò che mi sorprese, fu l’indifferenza di Robert: non mi chiese perché non fossimo ritornati nella casa in campagna che pure era sembrata piacergli tanto e non mi chiese di Jewel. Anche se adesso era perfettamente in salute, conservava un’amnesia per tutto il periodo che andava dalla prima visita alla fattoria dei Martori fino al giorno dell’incidente.

Il medico ci suggerì di tornare in quei luoghi, magari soltanto per una passeggiata e studiare la reazione del bambino. L’occasione venne per un invito a pranzo dei Martori che si sentivano in parte responsabili di quanto era accaduto e grati perché non li avevamo accusati, né sporto denuncia come qualcuno ci aveva suggerito.

- Jewel resterà chiusa nel box - ci volle tranquillizzare la donna - e poi, dopo quella notte, sembra essersi calmata, o rassegnata -

Io tremavo all’idea dell’incontro tra il mio piccolo e la cavalla.

Ma tutto si svolse nel modo più banale. Soltanto nell’andarcene, la Martori non resistette alla tentazione di chiedere a Robert: - Vuoi salutare Jewel? -

Robert la guardò sorpreso: - Chi è Jewel? -

Alla risposta, volle vedere il cavallo. Andammo davanti al box: Jewel aveva la testa rivolta verso la mangiatoia, si girò appena, sentendoci arrivare. Né mio figlio, né il cavallo mostrarono emozione, solo indifferenza, come se ci vedessero per la prima volta. Mentre, con angoscia ricordavo che, al primo vero incontro, si erano come "riconosciuti".

Adesso era come se tutti, noi presenti e l’animale, avessimo vissuto un sogno, o un incubo. Niente di più.

E ora che gli anni sono passati e viviamo a Londra, rigiro fra le mani una cartolina di auguri natalizi proveniente da Roma, forse i Martori hanno avuto il nostro indirizzo dagli Smith che abitano nella casa dove alloggiammo noi. Tutto mi ritorna in mente, ma in modo sfocato e nebuloso: come un sogno, appunto.

Marzia Plumeri

I nostri racconti