Una classe "difficile"

I rami contorti degli alberi aggrediscono il cielo di latte.

Aggrappata al volante, mentre la Cinquecento arranca slittando sul fondo scivoloso, sono attraversata da un brivido. Il silenzio, teso e sottile come vetro, è spezzato dagli ululati che il vento strappa dai monti della Tolfa. Sono gli ultimi lupi del Lazio, asserragliati nella boscaglia.

I cigli dei fossi sono gonfi di neve, così come le nubi.Devo affrettarmi, prima che riprenda a fioccare: mi troverei nei pasticci senza catene a bordo!

E’ il mio primo giorno di scuola nel paesino, in provincia di Viterbo, dove ho avuto un incarico"a tempo determinato".

Lancio uno sguardo allo specchietto retrovisore: rimanda, riflessi, i miei occhi spauriti. Mi è stata assegnata una classe "difficile".

"Smettila!", dico al viso preoccupato, "E’ ora che ti comporti come un’adulta e ti assuma delle responsabilità!".

Le prime case di tufo, macchiate d’umidità, mi vengono incontro insieme alle volute di fumo. Ovunque, s’espande l’odore acre del legno bruciato.

E’ un borgo contadino: un groviglio di costruzioni medioevali, scurite dal tempo. Sembra abitato solo da vecchi, immobili come pietre, con gli occhi persi in chissà quali ricordi. La piazza è però carina con la fontana arabescata di ghiaccioli e il giardinetto, dove un bimbo, col "zinaletto" a quadri, si affanna a scavare una buca. Tutto assorto nella sua fatica, non si accorge della candelina che gli cola sul labbro.

Abbasso il finestrino e l’aria fredda mi fa lacrimare gli occhi.

"Scusi, la scuola media?" urlo ad una delle statuine del presepe.

La statuina mi guarda sorpresa, poi apre la bocca, ornata da due soli denti, e mi risponde con un oscuro biascicare e un movimento secco del bastone.

Finalmente individuo la mia scuola, ospitata in una costruzione dai muri sbrecciati, che un tempo sicuramente aveva una diversa destinazione.

Le scale sono anguste, con macchie d’umidità sulle pareti e un forte odore di pipì.

Mi blocca un ometto sferico, con arabeschi violacei sulle guance e un berretto in bilico sugli occhi.

"Chi si’, una nova alunna?A quest’ora s’ha da sta’ in classe!" mi apostrofa minaccioso.

"Ma…io…veramente…sono" esito intimorita"la…nuova professoressa di Lettere".

Con occhi in un cui ancora galleggiano frammenti di dubbio, mi accompagna in Presidenza.

In realtà la scuola è una sede staccata, e il preside è sostituto, al momento, dalla segretaria, una donna magra e tirata come un elastico. Mi osserva attraverso due sottili fessure allungate sulle tempie; arrotonda la bocca in un ventaglio di rughe ed esclama compassionevole:

"Povera professoressa, che classe le è capitata!".

I miei timori stanno trovando conferma.

"Non date confidenza a quegli impestati!" aggiunge incoraggiante, passando dal lei al voi.

Sono davanti ad un residuo di porta: smozzicata alla base, un cardine fuoriuscito dalla sua sede naturale e ferite bianche sulla vernice marroncina.

Nascosti agli occhi, ma non alle orecchie, gli alunni mi attendono. Sento la gola secca e inutilmente inghiotto saliva.

L’aula in cui entro non ha nulla in comune con quelle frequentate in tredici anni di scuola: i banchi, neri e scheggiati, sono accostati disordinatamente al muro, o raggruppati in un angolo. Sopra, in piedi, alcuni ragazzini si stanno pestando gagliardamente. Si bloccano sbigottiti, appena entro, e il silenzio piomba più stridente del baccano.

Uno scolaro magro, con una massa di riccioli oscillanti, si avvicina. Gli occhi gialli e liquidi mi squadrano interrogativi.

"E tu chi si’?" mi chiede.

Scoprirò in seguito che il tu è usato da quasi tutti in paese.

Mi presento e li invito a riordinare i banchi.

A fatica si stabilisce un po’ di calma.

Mi è capitata una classe di solo dodici alunni: otto maschi e quattro femmine.

Faccio l’appello: la voce mi s’inceppa su un cognome un po’…originale. Esito, pensando ad uno scherzo, poi mi decido.

"Pisciapiano".

Come temevo mi risponde uno scomposto sghignazzare.

I miei occhi s’incontrano con quelli di un ragazzino: scintillano di rabbia e di lacrime.

"Pisciàpiano, professoré, con l’accento sulla prima a", mi corregge, e nella voce trema l’umiliazione di chi è già marchiato sin dal nome.

"Bene, ragazzi: aprite l’antologia a pagina venti. Sentiamo come leggete."

" Comincia tu" dico rivolgendomi ad un bambino al primo banco.

Intanto mi avvicino al cespuglio castano e scompiglio affettuosamente i riccioli. E’ il mio modo di comunicare all’alunno che non ho voluto ridicolizzarlo.

Nel silenzio venato di sussurri la voce metallica declama: "La nebbia agl’irti colli…". Pesco, con gli occhi, un ragazzo: è agitato, non riesce a stare seduto al suo posto.

Tutto è scuro in lui: i capelli arruffati, la pelle bruna, le pupille di velluto, percorse da lampi ribelli.

Interrompo il monotono salmodiare, e gli chiedo:

" Come ti chiami? Non ti piace la poesia?".

"Si chiama Giovanni e non sa leggere" mi rispondono alcune voci in coro.

E’ un attimo. Una molla scatta, veloce come un lampo, verso i compagni e li aggredisce con una gragnola di pugni.

La classe ripiomba nel caos. Le bambine in un angolo piangono teatralmente. Non so come, riesco a ristabilire una parvenza di normalità.

Mi rendo conto che per ora Carducci è fuori posto in un ambiente percorso da sotterranee tensioni.

" Perché i tuoi amici dicono che non sai leggere?"chiedo al ragazzo, dopo averlo redarguito severamente.

Tiene il capo chino, all’improvviso intimidito da quel mio tentativo di dialogo. Il rossore si allarga sulle guance e le labbra, cocciutamente serrate, tremano.

" Non vive in casa sua, è uno del collegio" mi informa una bambina con i boccoli da angioletto, ma con nell’atteggiamento e nel tono di voce, i segni precoci della discriminazione.

"E’ vero professoré. Io lo conosco bene, sto con lui all’Istituto di Pian Bello".

Il proprietario della voce ha occhi scuri e profondi e un corpicino fragile, vestito con una maglietta troppo grande e jeans risvoltati più volte all’orlo. Sembra un bimbo di terza elementare.

 

Mi affrettai, nei giorni seguenti, ad informarmi sui collegiali. La segretaria, arricciando il naso, mi spiegò che erano tre: Giovanni, Robertino e Pisciàpiano Angelo. Il collegio era, in realtà, una casa di prima accoglienza gestita da suore, che ospitava ragazzi abbandonati, orfani, o con genitori "privati della patria potestà".

Giovanni leggeva a fatica, gonfiando le gote e inghiottendo saliva. La voce era stranamente profonda per un ragazzino; sul labbro superiore, un’ombra scura svelava che dentro di lui gli ormoni erano già in fermento.

"E’ un disadattato.Ci sono poche speranze" affermarono i colleghi di classe.

Era illogico, in quell’atmosfera di disagio e ignoranza, spargere subito i semi della cultura senza aver prima preparato uno strato di terreno fertile per accoglierli.

La prima ora di lezione la riservai, quindi, al "circolo di discussione".

Tra quelle mura ferite da incisioni volgari, con la luce sporca che spioveva da una finestrella ed il respiro asmatico della stufa, scoprimmo insieme la magia delle parole, capaci di comunicare agli altri le proprie emozioni e di fare volare la fantasia.

Ogni ragazzo nascondeva, nella profondità del proprio animo, ombre che finalmente trovavano una via per emergere.

Appena proclamavo l’inizio della discussione, le chiacchiere, gli strilli, i dispetti, si smorzavano nell’aria profumata di legna. Le parole vibravano sospese: prima rade, incerte, poi sempre più veloci e tambureggianti come le gocce d’acqua di un temporale.

Era, la mia, una classe di ragazzi fino allora abituati a parlare solo di bisogni primari: cibo, vestiti.

Quando conobbi i genitori, mi parve che fossero tagliati nel legno con l’accetta. Mi guardavano muti e diffidenti, mentre io gli domandavo dei figlioli, del loro carattere, dei loro sentimenti. Vedevo, dietro gli occhi arrossati e stanchi per il duro lavoro quotidiano, il desiderio di aprire il proprio cuore, ma lo strumento per comunicare si era inaridito nella solitudine della campagna o della stalla.

La classe divenne un’oasi privilegiata dove insieme si cercava di crescere, d’interpretare la vita, di nutrire la fantasia.

"Sei un’idealista un po’ matta e fuori del mondo" scherzavano i miei colleghi, soprattutto i più anziani.

"Vedrai che col tempo smorzerai il sacro fuoco, quando ti accorgerai di dare perle ai porci!".

Era la stessa espressione che avevo sentito da una mia professoressa di prima media: nulla in tanti anni era cambiato!

In realtà seguivo un percorso accidentato: il burrone mi era sempre di fianco, pronto ad inghiottirmi con tutti i miei ideali. I successi non erano certo più numerosi delle sconfitte!

 

Il foglio protocollo a righe mi sta davanti: macchie blu scolorite lo percorrono come geroglifici. La carta appare ondulata e molle. Riconosco gli indizi segreti delle lacrime.

Ho proposto agli alunni, come compito in classe, un tema libero incentrato sui desideri e i bisogni personali.

Le prime righe mi risvegliano dalla tiepida sonnolenza in cui sto scivolando durante la correzione.

"La mia vita è grigia come una giornata di pioggia" incomincia. Riconosco l’uso della similitudine, su cui ho fatto esercitare la classe per dare maggiore forza espressiva ai discorsi.

Giovanni mi conduce per mano a visitare il suo mondo: una landa desolata spazzata dal vento.

Nato ultimo, dopo dieci figli, in una famiglia colpita dalla diaspora, fu subito rifiutato dai genitori. Strappò, dove poteva, qualche brandello di tepore familiare, mentre era sballottato da un fratello all’altro.

"Sono stato spedito dai servizi sociali in collegio, come un delinquente", così scrive con la sua grafia sottile e contorta.

"Sai cosa significa, a sette anni, ritrovarsi solo in un lettino di ferro? Mi stringevo con forza le braccia attorno al corpo per darmi, in qualche modo, un po’ di calore, di affetto ".

Naturalmente il discorso non fila così pulito: è farcito di errori e frasi contorte; ma il senso di desolazione balza con violenza dal foglio e mi colpisce come uno schiaffo. Io, che piango difficilmente, sento le lacrime gonfiarmi gli occhi.

Il giorno seguente c’è il ritorno pomeridiano. Ho un’ora di" buco" e chiedo alla collega di Francese se posso parlare con Giovanni.

Poco dopo il ragazzo entra nell’auletta, pomposamente denominata "biblioteca".

E’ una tiepida giornata di maggio; dalla finestra spalancata su un paesaggio di rocce e gole selvagge, scivola una vibrante lama di sole che accende la penombra della stanza.

Giovanni è intimidito: ha forse paura di qualche rimprovero, o forse è consapevole di avere troppo denudato i propri sentimenti ed ora si sente senza difese.

"Giovanni, ho letto il tuo tema" gli dico, un po’ incerta.

In questi mesi è tanto cresciuto, il viso ha perso i lineamenti dell’infanzia ed è più difficile affrontare un discorso diretto. Poi guardo i suoi occhi, scuri con riflessi nocciola, occhi teneri e malinconici. Allora mi faccio forza.

"Siediti qui, vicino a me".

Obbedisce in silenzio.

"Nel tuo tema scrivi che ti senti solo, che ti manca l’affetto di una famiglia".

"Non l’ho mai avuta veramente…".

La sua voce è solo un fievole sospiro.

" Non ti trovi bene in collegio? Suor Ida non è gentile con te?".

" Non mi trattano male, se è per questo".

Le pupille tremano dietro le lacrime che si sforza di trattenere.

Gli prendo una mano tra le mie. E’ grossa e ruvida, per i lavori nell’orto, ma la sento fragile come quella di un bimbo.

Due gocce gli sfuggono, a tradimento, dagli occhi; scivolano lungo le guance brune, si fondono con le frasi smozzicate.

"Quando ero piccolo, e abitavo con mio fratello Livio, guardavo con invidia il mio cuginetto, mentre zia lo stringeva tra le braccia o gli cantava " sedia, sediola". La sera, a letto, m’immaginavo che anche la mia mamma mi prendeva sulle ginocchia e mi lasciava appoggiare la testa sul seno… Qualche volta zia accarezzava anche me, e mi dava un biscotto. Per tutto il giorno portavo nel cuore quei gesti d’affetto. Qui in collegio, invece, tutto è freddo, e grigio, e senza amore".

La voce, cresciuta di tono, si sfalda in piccoli singhiozzi.

"Non ce la faccio più a vivere così! Sono scappato anche, due volte. Mentre correvo nei campi, un pensiero…tanto, tanto triste mi ha fermato: non avevo un posto dove andare! Mi hanno ripreso subito".

Le ombre del pomeriggio hanno inghiottito la lama di sole; il buio invade lentamente la stanza.

Non so se il mio comportamento sia professionale, ma so, per istinto, che in questo momento è la cosa giusta da fare. Lo abbraccio, sfiorandolo appena, per non ferire il suo orgoglio di ragazzo"grande".

All’inizio è contratto, come una bestiola selvatica; poi si abbandona pesante contro di me. E’ come stringere un bimbetto: dimentico i suoi tredici anni. Sento le lacrime inondare la mia maglietta e il corpo sussultare per i singhiozzi. E’ come un torrente al disgelo primaverile: tutto il dolore, tutto il pianto, represso da troppo tempo, si riversa, incontenibile, su di me. Mi sorprende e mi travolge.

La commozione mi chiude la gola. Sono quasi spaventata di dovere accogliere una sofferenza sigillata così a lungo.

Alla fine, ci guardiamo intimiditi. Il suo orgoglio di maschio è incrinato dal comportamento da "donnicciola".

"Professoré, non dire niente…di…questo agli altri!".

"Tranquillo, Giovanni. Riguarda solo noi due".

"Mi ha fatto bene sfogarmi. Sono più leggero. Tu non mi prendi in giro, vero, anche se mi sono comportato come un pischello?". E mi lancia un tenero sorriso d’intesa.

 

Per una volta, la storia, triste all’inizio, ebbe una felice conclusione, come nelle fiabe.

L’Istituto delle suore fu chiuso, ma Giovanni, dopo aver convinto il fratello, con cui era andato a vivere a Viterbo, si sobbarcò un anno di alzatacce e di viaggi pur di finire le medie nella sua vecchia classe.

Agli esami di licenza, l’alunno, bollato come iperattivo e ritardato, ottenne un "Buono" che luccicò ai miei occhi più dei "Distinto" e degli "Ottimo" dei primi della classe.

La rabbia accumulata per l’abbandono aveva assorbito, per troppo tempo, tutte le sue energie. Quando, l’angoscia riuscì ad emergere dalla profondità del suo animo, per essere accolta e lenita, Giovanni fu finalmente libero di arricchire la propria mente con lo studio.

Ogni volta che il mio lavoro stenta a produrre frutti, e mi sento demoralizzata, basta che pensi a Giovanni per ricaricare l’entusiasmo.

Lia

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