La donna spezzata: fiaba o realtà?
Il treno arranca, sferragliando, lungo la ripida china erbosa. Le lame sottili delle Odle, inquadrate dal finestrino, scintillano contro il puro zaffiro del cielo.
La donna, raggomitolata sul sedile, ha appoggiato la fronte al vetro rigato: le immagini arrivano deformate, come in un vecchio dagherrotipo.
Dai giganti di roccia traluce un chiarore rosato. Più in basso, le prime ombre della sera inghiottono, uno dopo l’altro, i masi, aggrappati alla loro solitudine.
L’oscurità scende veloce: smorza le fiamme aranciate del tramonto. Ora il treno corre nel buio senza dimensioni. Di tanto in tanto, luci lontane emergono dai veli di nebbia: gente sconosciuta, appena sfiorata, e subito inghiottita dall’oscurità.
Laura s’assopisce. La realtà sfuma nel sogno.
L’orrore penetra, improvviso, sotto le palpebre serrate. Ha, sedici anni. Un’ombra, senza volto, le è addosso nella strada solitaria; la schiaccia a terra con furia. Mani senza pietà frugano sotto la gonna, mentre un respiro rauco le ansima sul collo. Si divincola con disperazione, ma l’altro è troppo più forte: viola la sua intimità. Il dolore fisico non è nulla, in confronto al ribrezzo che prova al contatto di quel corpo viscido e duro. Invano, implora aiuto, nel silenzio della notte.
La donna spalanca di scatto gli occhi, scossa dal suo stesso grido. Per fortuna, è sola nello scompartimento. Un’unica lampadina diffonde, nell’oscurità, un chiarore lattiginoso.
Si china sul tavolino con il viso tra le mani: cerca di resistere al dolore che le pulsa nello stomaco. Come sempre, ogni volta che l’incubo ritorna. Riuscirà mai a cancellare dalla memoria la solitudine di quegli attimi, pietrificati in frammenti d’eternità?
Dopo la specializzazione in Psicologia, aveva deciso di abbandonare la sua città, con tutti i ricordi drammatici ad essa legati.
Su una rivista medica, aveva letto che una Casa di cura, in Alto Adige, cercava giovani psicologi, con ottime referenze, e una buona conoscenza della lingua tedesca. Avrebbero dovuto seguire, individualmente, e con un orario prolungato, pazienti adolescenti con problematiche particolari.
Laura aveva accettato l’incarico, essendo in possesso dei requisiti. Era stimolata anche da un’esperienza nuova e insolita.
Il treno rallenta la sua corsa nel buio; si arresta, stridendo, nella fioca luce di una sperduta stazione.
Sotto la pensilina le viene incontro un uomo in divisa da ferroviere.
"Potrebbe indicarmi dove si trova Villa Grün?" gli chiede.
L’uomo le spiega la strada: il duro accento teutonico è ingentilito dalla cadenza tirolese.
La villa si erge massiccia contro gli abeti che frusciano leggeri nell’oscurità. Il cuore nel petto palpita come un uccello. Sta per inserire una pagina nuova nella sua vita.
Si fa coraggio e suona.
La porta si apre sul viso paffuto di una donna: i pomelli rossi la fanno assomigliare ad una matrioska.
"La Dottoressa, penfo" le dice gentile, in un buffo italiano.
"Entrare, non rimanere al freddo".
Il canto mattiniero di un gallo la fa sobbalzare. Strisce luminose vibrano sulla parete. A fatica esce dal dormiveglia; si guarda intorno disorientata. Lentamente riprende contatto con la realtà: si trova in una stanza sconosciuta, lontano chilometri da Roma.
Scosta il piumone e mette piedi a terra rabbrividendo. Infila la vestaglia e si avvicina alla finestra: il paesaggio alpino, velato di nebbia, è di una bellezza struggente.
Prova, come ogni mattino, al risveglio, la sensazione spiacevole di essere un albero spezzato a metà, colpito da un fulmine. Ne ha discusso col suo Professore. Ricorda le sue parole:
"Laura, inconsciamente, rifiuti la tua parte fisica. Devi imparare a volerti bene, se vorrai avere una normale vita affettiva".
E’ vero: si occupa del suo corpo frettolosamente, senza piacere, solo perché è necessario.
Sa che le sue difficoltà discendono dal trauma della sua adolescenza, ma non si sente ancora pronta per affrontare i nodi del passato. E’ convinta, d’altra parte, che il suo lavoro non sarà condizionato dai problemi personali.
" Non ti fidare di ciò che s’agita nel subconscio!" l’ha avvertita il Professore.
Il Direttore è un uomo massiccio, pieno di sé. Osserva, dagli occhialetti dorati, la giovane dottoressa. E’ castana, minuta, non bella, con quel viso pallido, da topolino spaurito; gli occhi grigi con sfumature verdi assomigliano a malinconici laghetti di montagna.
"Le sue referenze sono molto buone, dottoressa. Il lavoro non è faticoso, ma il contatto con gente disturbata richiede equilibrio e, me lo lasci dire, saldezza emotiva".
Laura coglie sfumature di diffidenza nei suoi confronti, ma è ben decisa a farsi valere.
" A lei sarà affidata, in particolare, una ragazza. Qui c’è la cartella, che potrà esaminare con calma. Le riassumo brevemente il caso.
Valentina ha sedici anni, è incinta di due mesi, ma si ostina a negare il suo stato".
" La ragazza è stata ricoverata da noi in precarie condizioni per un grave stato di denutrizione e sintomi dissociativi".
Attraverso le grandi vetrate, il Direttore le indica la sua paziente.
Valentina sembra una bambola: il visetto, dai lineamenti delicati, è seminascosto dai lisci capelli castani. Il corpo minuto è raggomitolato su se stesso, come per difesa.
Il sole ha dissolto la nebbia; una luce tenera bagna la vallata. Le cime slanciate scintillano contro il cielo di ottobre, ancora limpido. Ovunque, regna il silenzio solenne della montagna.
"Ciao, Valentina. Io sono Laura, la tua terapista".
La ragazza, accucciata in una poltroncina di vimini, sembra staccarsi a fatica da un luogo lontanissimo. I suoi occhi, umidi e grandi, la fissano spauriti. Istintivamente incrocia le mani sul ventre.
" Ti trovi bene in questo posto?".
Esita un po’ prima di rispondere.
" E’ bello qui, ma sento la mancanza della mia famiglia, della mia classe".
"Perché ti trovi a Villa Grϋn? ".
" Non sono stata bene, ultimamente. Avevo degli incubi, terribili. La mattina ero assalita dalla nausea. Ora va un po’ meglio".
Laura poggia dolcemente una mano su una spalla della ragazza. Le tenere ossa da uccellino sporgono sotto la camicetta. Valentina si ritrae con uno scatto.
"Non devi avere paura. Voglio essere tua amica".
La ragazza l’osserva diffidente, poi si apre in un sorriso timido. Laura sente la tenerezza farsi largo attraverso il blocco pietrificato delle emozioni. Come sempre, quando i sentimenti prendono il sopravvento, s’insinua il dolore allo stomaco che la costringe ad aggrapparsi ad una sedia.
Gli occhi della ragazza sono su di lei, acuti e dolci. Sembra che scavino in profondità nel suo animo.
"Non si sente bene?" le chiede.
"Un po’ di mal di pancia. Niente di grave" le risponde, arrossendo.
Non è riuscita a mantenere il necessario distacco. Il suo comportamento è contrario ai principi della psicologia. Tuttavia, annota mentalmente, confessare la sua debolezza, ha creato un ponte tra lei e la paziente Forse, in certi casi, si devono percorrere sentieri nuovi, senza affidarsi troppo rigidamente alle mappe.
Tra la paziente e la sua dottoressa, col trascorrere delle settimane, si creò un rapporto intenso, tanto che spontaneamente Valentina passò a darle del tu.
Laura, rimase china per ore a studiare la cartella clinica della ragazza.
Valentina era sempre stato un soggetto isolato ed insicuro, con una famiglia numerosa, che tendeva a ripiegarsi su se stessa, per evitare ai figli"i pericoli del mondo esterno".
"Ce n’è abbastanza da creare problemi, in una ragazzina, che sta attraversando il periodo delicato della crescita ", rifletté.
Non aveva, però, mai manifestato particolari difficoltà, fino a due mesi prima, quando aveva cominciato, a non mangiare e ad essere tormentata da incubi notturni. Era diventata magra al limite dell’anoressia.
Nessuno si era accorto del bambino, solo una visita medica, più approfondita, aveva fatto emergere il suo stato.
Per i genitori, religiosissimi, era stato un trauma, ma alla fine, essendo contrari all’aborto, avevano accettato di accogliere il nascituro, assieme agli altri figli. La ragazza, tuttavia, si ostinava a negare, con indignazione, di essere incinta.
La primavera bagna di una luce chiara il paesaggio: fiorellini gialli e bianchi fremono, nell’erba, sotto la carezza gentile del vento; l’aria vibra della vita di innumerevoli insetti. Un ruscello, gonfio d’acqua, gorgoglia tra i sassi.
Laura ha progettato un’escursione con la giovane amica. Si devono accontentare, però, di una breve passeggiata: la ragazza si muove a fatica, con il suo pancione prominente.
" Fermiamoci qui, per fare colazione. Che ne dici?".
"Mi piace questo posto: è così tranquillo!" si entusiasma Valentina.
Sono immerse in un silenzio profondo; si ode solo la danza lieve del vento tra le foglie, e il fruscio ritmico dell’acqua lungo le sponde di velluto.
"Vieni qua, accanto a me" dice Laura.
Valentina si accosta, confidente. La donna è intenerita dai goffi movimenti dell’esile corpo, appesantito dal pancione.
E’ uno di quei rari momenti in cui le distanze si annullano e le individualità si fondono in un tutt’uno armonico.
Forse è questa atmosfera speciale che spinge la ragazza ad uscire, all’improvviso, dal riserbo.
" Hai notato come mi sono gonfiata,ultimamente? Mi pare di non essere più la Vale di prima! ". Sospira,poi,con gesto intimo e fiducioso, le prende una mano e la pone sul proprio ventre. Laura avverte sussulti ripetuti arrivare dalla grotta nascosta: la piccola vita si muove con vigore nel suo tiepido nido. Prova, a quel contatto, un’emozione forte: trattiene a stento le lacrime, ma, dentro di sé, sente sciogliersi il blocco di ghiaccio che da anni la teneva prigioniera. Troppo a lungo ha cercato di evitare le passioni, corazzando il proprio animo, per paura di soffrire; e il suo subconscio ha reagito proiettandole, ogni notte, le immagini terribili che avrebbe voluto dimenticare.
"Lo senti, vero?".
La voce di Valentina è solo un soffio, mentre le tiene la mano ben ferma sul pancione teso, che continua a vibrare. Le parole sono inequivocabili: è’ dunque consapevole del suo stato?
" Come è successo, Vale?".
Laura la interroga con circospezione, per non spezzare il cerchio magico attorno a loro.
Le parole emergono, a fatica, dal riserbo della ragazza.
"Lo conoscevo appena… pensavo… di amarlo: era bello, biondo, come… un principe delle fiabe. Ti sembrerà impossibile… al giorno d’oggi, ma davvero ero… inesperta. E’ successo tutto così… in fretta che quasi non ricordo…Sì, i suoi baci. Il pulsare del cuore. Del sangue. Non avevo mai provato… niente di simile. Dopo, mi ha detto di non prendere quella…quella… cosa troppo sul serio. C’eravamo… divertiti un po’, ecco tutto ".
"Non sapevo nulla di lui… Veniva dagli Stati Uniti, credo. Era…il mio primo rapporto... Infantilmente, ho negato, contro ogni logica, anche a me stessa…quello…quello che stava accadendo nel mio corpo.Ero così confusa: non sapevo più distinguere la realtà dal sogno.Tutti mi stavano attorno, volevano sapere, ma io non riuscivo a ricordare. Poi sei arrivata tu".
Le poggia, con un sospiro, la testa in grembo.
"Non so perché, ma ho intuito subito che mi avresti aiutato".
Il silenzio le avvolge in un abbraccio intimo.
Ad un tratto, una voce vibra nell’aria umida del crepuscolo. Le parole scivolano, da sole, dalle labbra di Laura: è come se fosse un’altra persona a pronunciarle.
" Avevo proprio la tua età, quando un uomo… no, non si può chiamare uomo un essere così… non l’ ho neanche visto in faccia… mi ha assalito, con crudeltà. Ero poco più di una bambina… Per me, è stato terribile, capisci?". Piange, ma sono lacrime buone, che lavano via la cosa orribile che per tanto tempo ha sepolto nel cuore.
Alla fine si riscuote. Che cosa sta facendo?Sta confidando i suoi segreti ad una paziente! E’ contrario a tutti i principi deontologici…
" Ecco perché ho avuto, subito, fiducia in te: intuivo che avevamo qualcosa in comune!".
La voce di Valentina è dolce, mentre le accarezza una guancia. Le pare, all’improvviso, infinitamente più matura e saggia di lei.
" Sei cara, Vale, ma io ho sbagliato, come psicologa…".
" Può darsi. Io so solo che nessuno è riuscito ad aiutarmi: solo tu! Per questo ho voluto farti sentire il mio bambino. Lo amo, sai, nonostante suo padre…". e le lancia un enigmatico sorriso.
Si appoggiano ambedue, esauste, ad un grosso tronco rugoso. Le prime ombre della sera disegnano sul prato arabeschi violetti; più in alto, smerli, gialli e arancio, decorano le nubi. Le Odle avvampano rosate, mentre il sole, lentamente, impallidisce all’orizzonte.
"Laura, non ho più paura, sai?Voglio affrontare la realtà. Con coraggio.Per me stessa, e per il mio bambino. Tu penserai qualche volta a me?".
" Come potrò mai dimenticarti, Vale? Ho sentito il piccolino agitarsi dentro di te ed è stata un’emozione grande. Mi ha trasmesso fiducia nella vita. Mi sentivo, inconsciamente, sporca e colpevole: respingevo la parte di me che consideravo corrotta. Ero stata educata con rigore, all’antica. Ora, però, non rifiuterò più il mio corpo. Incontrarti è stato importante".
Si gira ad accarezzare la scorza rugosa dell’albero.
"Le due parti del tronco si sono finalmente riunite. Non sono più una donna spezzata!".
Lia