Una voce nel buio

 

Eccolo di nuovo lì, sotto un maledetto sole con quella sensazione che qualcuno si fosse divertito a spalmargli addosso un sottile strato di colla con una accortezza che solo un paranoico può avere. Qualcuno peggio di lui.

Perché mai anche quella volta non aveva preso la sua comoda, lussuosa ma soprattutto climatizzata berlina, perché aveva di nuovo preferito la moto?

Semplice! Soltanto perché la colla potesse avere il suo risultato migliore aiutata dal calore del motore sotto di lui e dai vapori della benzina. Sembrava che tutta la polvere di Napoli l’avesse lui addosso mentre una goccia di sudore acida e bollente gli torturava l’occhio. Maledetto casco.

Per di più, in quell’ora, il traffico ingoiava anche la più sgusciante delle moto, che nervosamente sobbalzava per i continui rilasci di frizione che la mano dava senza un comando volontario.

La prossima volta, non mi faccio fare fesso - diceva tra se e nemmeno tanto - prendo la macchina. Tanto ci metto lo stesso ed almeno non sudo. Ed al diavolo il parcheggio a pagamento, sindaco ed assessore compresi.

La sua insofferenza non era solo dovuta al sudore che lo perseguitava d’estate, colpa della sua mole da diverso tempo abbondante, ma anche perché lì, nei pressi della piazza del porto, era accaduto qualcosa che sentiva ancora addosso, cosi come quel sudore.

Tutto era incominciato quando aveva conosciuto un nuovo gruppo, tutte persone normali, qualcuno lavorava, qualcuno ancora universitario, chi al primo impiego, chi invece un "normale" disoccupato che in questa città vuol dire che non appartieni a nessun comitato né storico, né organizzato né nuovo storico organizzato e che nemmeno ti arrangi per tirare avanti con lavoretti più o meno leciti. Tutti bravi ragazzi insomma.

Fino a lì tutto normale, a lui piaceva di tanto in tanto cambiare compagnia, anzi si vantava di potere avere a che fare con tutti senza problemi, e frequentava ambienti più borghesi o più popolari cosi come gli girava. Ma evitava accuratamente quelli " con la puzza sotto il naso ", gli provocavano un fastidio epidermico. In fondo era lui il più snob.

La comitiva si frequentava o meglio si dava un tacito appuntamento tutte le sere dopo cena, davanti ad un locale in un vicolo li vicino, e sarà stato per quell’aria sonnolenta del centro storico o più semplicemente perché qualcuno non aveva soldi ma alla fine si stava lì tutta la serata a decidere dove andare. La compagnia era piacevole.

I vecchi palazzi, malandati ma ancora fieri della nobiltà che li aveva abitati, i balconi adornati dai gerani e dalle malvarose, il profumo di queste, le luci fioche che trapelavano dagli infissi, i dondolanti lampioni di vetro bianco satinato ancora tenuti da un filo teso tra un palazzo e l’altro, tutto faceva si che gli usuali scherzi tra amici si intrecciassero senza preavviso con confidenze intime, personali, stranamente rese ad una platea numerosa.

In quei momenti lui risentiva quel cuore di Napoli che tanto amava da bambino quando girava da solo, senza motivi per avere paura, per i vicoli dei quartieri. Allora un bambino da solo era un figlio di tutti, nessuno lo toccava perché tutti l’avrebbero protetto.

La paura e la violenza non avevano ancora soggiogato nessuno, eppure in fondo non era poi passato tanto tempo.

Nato 30 anni prima in una famiglia medio borghese, il padre, imprenditore, era il tipico uomo che si era "fatto" da solo, senza istruzione ma con una grinta che i disagi e la fame della guerra avevano esasperato. Era un uomo a volte aspro, caparbio e spesso egoista, soprattutto solo, ma poi giustificato per essere cresciuto in una famiglia numerosa e diventato uomo durante la guerra in una città difficile, storicamente povera e oppressa.

Gli Aragonesi, gli Angioini, i Borboni e prima ancora i Saraceni, per ultimi con la guerra i tedeschi, gli americani, gli inglesi ed il flagello dei marocchini.

La madre, casalinga, con lui dolcissima, era tipicamente una donna napoletana, molto protettiva ma dall’indole vendicativa dovuta ad una memoria elefantiaca per i torti subiti, anche per quelli più piccoli, e per questo sempre in guerra , due sorelle molto più grandi di lui e che non poco avevano influito sul suo carattere, una per la voglia di sapere, l’altra per l’orgoglio di essere.

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Fu proprio in una di quelle sere, davanti alla cantina con gli amici, che ebbe inizio il tutto.

Vincenzo, il più allegro della compagnia o meglio quello che più si dava da fare per scuotere tutti dal torpore che incombeva in quelle calde serate, aveva lanciato questa volta una proposta che stranamente era stata accolta quasi subito da tutti, tranne ovviamente da Antonio sempre più attratto dalle due ragazze che gestivano il locale insieme alla madre. Con le due fanciulle vale la pena di intrattenersi prima di continuare a raccontare il seguito, se non per l’importanza che sortivano negli eventi ma per la tipicità dei personaggi.

La prima, più grande di età almeno da quanto diceva l’altra, si chiamava Aurora, di carattere non molto estroverso era però socievole con chi le si avvicinava con chiari intenti "pacifici" fino ad arrivare a momenti in cui l’intraprendente eroe poteva avere attimi di confidenza come un vecchio amico.

Nonostante gli aspetti del suo carattere aveva velleità artistiche non bene identificate se propense al canto od alla recitazione, poiché anche se decisamente cantava, od almeno tentava, i suoi atteggiamenti, i colori che usava per sé erano sempre molto aggressivi che mal si accompagnavano a quella dolcezza che si scopriva parlandoci.

Il suo corpo invece era tutt’altra cosa, giunonico, impetuoso, prorompente in contrasto con l’esile giro vita a tal punto che la prima cosa che si rendeva ovvia, a chi la osservava, era la continua necessità di mortificanti diete ipocaloriche.

I tratti erano talmente partenopei che anche se i capelli erano tinti di rosso fuoco nessuno avrebbe mai dubitato che la tinta naturale era di un nero corvino caldo e passionale.

La seconda era invece il contrario dell’altra, esile con un corpo da modella, esuberante, dai capelli lunghi e castani con degli occhi che esprimevano esaurientemente la curiosità che era in Lei. Chiunque entrasse in quel locale era immediatamente preso dai suoi " Chi sei? Cosa fai? " ed in meno di due minuti si sentiva appioppare un soprannome, che mai aveva dato fastidio. Il suo ad esempio era "fax". Non ha mai saputo il perché!

L’accoppiata era vincente, infatti il locale che nulla aveva perso della cantina originaria era un luogo accogliente e simpatico e per questo sempre frequentato, prima per le sorelle e poi quando ci si rassegnava a non poter far nulla si era tanto apprezzato l’ambiente da continuare a tornarci.

Ma quella sera Vincenzo era riuscito a trascinarli nell’angolo più antico della città anzi nel cuore del sottosuolo.

Grazie ad un amico custode e ad una piccola mancia quella sera tutti avrebbero potuto visitare le gallerie, chilometri di passaggi scavati sotto la città in epoche successive, dai cristiani per le catacombe, dagli spagnoli che ne ricavavano il tufo per costruire in superficie enormi fabbricati, dai greci per le cisterne dell’acqua e non da meno dagli stessi napoletani che durante la guerra vi trovavano rifugio dai bombardamenti aerei. Una voce popolare dice che attualmente la delinquenza usi alcune grotte come enormi depositi di refurtiva, dalla chincaglieria alle auto senza tralasciare mobili, attrezzature per ufficio, impianti stereo, computer, orologi, vestiti e quant’altro.

Ed eccoli li, di sera, sul tardi in un vicoletto lasciato al buio da due lampioni provvidenzialmente rotti e davanti ad un vecchio cancello di ferro battuto che a malapena ricordava la vernice che una volta lo ricopriva di verde prima di lasciarsi andare all’irruenza della ruggine che in più parti lo aveva già trapassato. Il gruppetto rumoreggiava, eccitato per l’iniziare dell’avventura cosi come un bambino sta per assaggiare il frutto della sua marachella, ma tra le altre una voce che lui non aveva mai sentito. Che effetto ebbe su di lui quella voce, femminile, calda ma non voluttuosa, sensuale ma non erotica.

" Chi sei?" si chiese. Ma ormai all’interno di uno stretto percorso che rapidamente li portava di molto al di sotto della superficie la voce gli si chiuse in gola. Le pareti umide e grezze scavate nel tufo avevano acquisito lo stesso colore del cancello ed egli notava come il tempo distrugge ogni diversità, appiattendo ogni spigolo ed amalgamando ogni caratteristica. Quasi come succede per gli animi degli uomini, distruggendo ogni aspirazione, diversa per ognuno, e regalando a piene mani la rassegnazione simile ad una sconfitta ed uguale per tutti gli uomini. Si, forse è vero che solo in vecchiaia l’uomo può amare il suo prossimo perché soltanto il quella data è veramente il suo simile. "Basta non farsi prendere dall’amarezza". Ecco lo aveva fatto di nuovo. Pensava a voce alta sintomo dei suoi lunghi periodi solitari ma questo volta qualcuno lo aveva ascoltato. " E’ vero ", rispose lei.

Proprio lei "la nuova", la sconosciuta dalla voce cosi familiare. " Non bisogna mai farsi prendere dall’amarezza.", aggiunse. Lo sguardo di lui nonostante il buio dovette illuminarsi della luce dello stupore perché lei si mise a ridere e di seguito anche lui, presi entrambi dall’imbarazzo iniziarono a ridere, non nervosamente ma di cuore e con un tale fragore che attirarono l’attenzione degli altri e come spesso succede più cercavano di reprimerla più quella ne usciva rinvigorita.

Anche se in quella penombra non potevano vedere gli sguardi degli altri, ne immaginavano le espressioni incuriosite e questo bastava per farli continuare a ridere. " Cosa fanno quei due? Questo posto ci sta terrorizzando e loro ridono?".

Ecco ricorda benissimo fu proprio con questa frase che finalmente smisero di ridere ma ora i loro corpi, al buio, erano vicinissimi ed una sensazione avvolse lui, sicuro che la provasse anche lei, ora erano complici. Insieme avevano un piccolo segreto che prima o poi qualcuno avrebbe chiesto di svelare.

"Cosa avevate tanto da ridere?" qualcuno lo avrebbe sicuramente chiesto e dire "nulla" in quel momento gli sembrava la risposta più sincera. Ma sarebbe bastato?

Però che bella sensazione avere vicino qualcuno complice che condivide un segreto e con il quale si ride tanto di cuore per un motivo praticamente inesistente e per di più una donna. Già, non gli capitava più da tanto tempo, ridere con una donna. Ed un sorriso evidenziò sul suo volto il pensiero che quella sera si prospettava bene, molto bene.

Ciro Bauduin

(Grazie Ciro per il suggestivo e significativo racconto che mi hai permesso di inserire in Confidenzialmente)

 

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