Vasuki, il paria ( pubblicato su Silarus)
All’aeroporto di Lucknow trovammo ad aspettarci un autista della ditta indiana, presso la quale Mauro avrebbe lavorato nei pochi mesi di permanenza in India. L’auto era un’Ambassador, un vecchio modello, ma di nuova fabbricazione: le vecchie produzioni vengono spesso riciclate nei paesi del terzo mondo. L’uomo al volante aveva un viso pacifico e indifferente, masticava di continuo quella che poteva sembrare una chewing gum. Durante il viaggio, più volte, rallentando la già lenta corsa, avrebbe aperto lo sportello e sputato fuori fiotti abbondanti di saliva rossa. Mauro mi spiegò che l'autista masticava foglie di bethel. Nella foglia viene arrotolato un impasto a base di noce d’areka e altre droghe. Molti indiani dicono di usare quella mistura come digestivo, ma, in realtà, a stomaco vuoto serve a togliere la fame. Dà anche dipendenza. Infatti lungo quell’interminabile percorso, un centinaio di chilometri, ma che durò più di tre ore, l’autista si fermò a rifornirsene. La "droga" viene venduta in una specie di chioschetto, una sorta di cabina sollevata da terra su paletti, come una palafitta. All’interno, entra a malapena un uomo accovacciato: il venditore di bethel.
Cercai di rivolgere, la mia attenzione all’esterno. Dal finestrino aperto, entrava l’aria densa di fuliggine e di rifiuti tossici vari delle numerose fabbriche inquinanti che l’occidente ha trasferito in India, dove il lavoro costa niente ed anche la vita umana costa ben poco e la morte passa inosservata in mezzo ai novecento milioni di abitanti. Mauro mi aveva prevenuta, raccontandomi quanto quel percorso da Lucknow a Kanpur fosse terribile. Io, invece, con sua sorpresa, sia in quell’occasione che in successivi viaggi, avrei scelto il viaggio in auto, perché solo la strada ti permette di attraversare l’ambiente, di osservare la gente mentre cammina e vive.
Dal finestrino, seguivo con lo sguardo il traffico disordinato e senza regole che in minor misura avevo già sperimentato a Delhi. Le condizioni disastrose della strada accentuavano le difficoltà, la facilità di incidenti e la quasi impossibilità di soccorso. Erano pochissime le auto che transitavano rispetto ai numerosi autocarri e altri pittoreschi mezzi: carri trainati da vecchi bufali castrati e buoi macilenti, biciclette, pedoni, cani sciolti, mucche sacre che per lo più stavano accasciate per terra. Le auto che procedevano in senso opposto, spesso ci fronteggiavano al limite dello scontro, era impressionante quando sopraggiungeva un camion.
Ma ciò che predomina sono colori, moltissimi. Dalla carrozzeria fatiscente, ma reinventata nei variopinti disegni fantasiosi dei vari mezzi di trasporto, ai sahari delle donne. Le donne indiane, tutte, anche le più umili, hanno un incedere regale, lo avevo constato nel grande hotel di New Delhi, lo constatai nella strada assolata, osservando quelle che avanzavano a piedi.
- Se investi una mucca, rischi il linciaggio - mi stava dicendo Mauro. - Più che se investissi un pedone -.
Avevo la gola secca, perché non avevamo portato acqua con noi. Inammissibile per noi l'eventualità di fermarci ad una baracca di ristoro, come invece fece l’autista per due volte, bevendo nel bicchiere comune, acqua presa da un recipiente, sul quale volteggiavano nuvole di mosche. Noi abbiamo sicuramente molti più privilegi di loro, ma, di certo, meno anticorpi.
Scansammo camion ribaltati e merce sparsa intorno. Alcuni autocarri, invece, ai margini della strada ci sembrarono in avaria: l’autista stava seduto su di un mattone, o pietra, in malinconica e rassegnata attesa di un soccorso chissà come richiesto.
Vidi famiglie numerose, o supposte tali, su carri trainati da animali esalanti l’ultimo respiro. Molti avvoltoi aspettavano, appollaiati su alberi radi, che i cani finissero di cibarsi di una carogna di animale ormai non identificabile. E questo è frequente in India. Poi vidi un ciclista che pedalava, faticando a stare in equilibrio, per via di un carico che lo sbilanciava, non so se pesante, ma sporgente ai due lati del portapacchi su cui stava legato. Era avvolto in un telo bianco e fermato con più giri di spago. Mentre lo indicavo a Mauro, ebbi un sospetto.
- E’ un cadavere - confermò Mauro - Come succede spesso, i familiari non hanno soldi per trasportarlo con altro mezzo al fiume. E nemmeno per comprare legna, o carbone, per bruciarlo. L’uomo abbandonerà il suo cadavere nel fiume che, per la sua religione, comunque è sacro. Se osservi il percorso dei fiumi in India, il Gange o i suoi affluenti, puoi notare alcune masse galleggianti sulle quali pascolano avvoltoi. Per i corpi spinti a riva, predominano i cani -.
- E’ atroce - mormorai, con lo stomaco contratto: era riuscito a turbarmi. Pensai che in quelle stesse acque, i credenti si bagnano per purificarsi e spesso, per fede, bevono l’acqua del Gange. Cominciavo ad inoltrarmi nella "vera" India.
***
Era una costruzione bianca che poteva essere considerata villa, la "guest house", a trenta chilometri da Kanpur, dove venivano ospitati i collaboratori europei. Intorno c’era un giardino smilzo, curato da un paio di giardinieri, chissà forse col tempo, sarebbero riusciti a farne un vero giardino. Il tutto stava dentro un muro di recinzione, alto circa due metri. Vicino al cancello, c’era una garitta di tipo militare con un sentinella; di notte, le sentinelle erano tre, due facevano la ronda intorno alla casa. Spesso si fermavano a chiacchierare nello loro lingua incomprensibile, sotto la nostra finestra. Di certo, nessuno sarebbe entrato, di notte, da quella finestra.
Ciò che mi impressionò maggiormente, in quella casa, fu la presenza di tutta quella servitù: cuoco, aiuto cuoco, maggiordomo, cameriere, due giardinieri, vari autisti a seconda del numero degli ospiti. Li trovammo tutti schierati ad accoglierci, al momento del nostro arrivo. Come in un vecchio film. Seppi che il cuoco, il più anziano, di classe sociale più elevata rispetto agli altri, era considerato il capo, anche per rispetto dell’età. Era musulmano e aveva una famiglia molto numerosa, con varie mogli, era sempre senza soldi e chiedeva prestiti a tutti. Inoltre, era esonerato dal toccare tutti quegli alimenti, di sospetta origine suina, provenienti dall’occidente e graditi agli ospiti stranieri: per la sua religione erano impuri e proibiti. E poiché era molto sospettoso, quasi sempre reclamava l’intervento dell’aiuto cuoco che era invece induista. Poi c’era Ganga Ram, il cameriere nepalese, giovane ed efficiente. Gli ospiti gli si rivolgevano prevalentemente, per questo ricordo bene il suo nome. Il maggiordomo invece abitava in una casetta accanto e la sua maggior preoccupazione era quella di tenere nascosta la moglie alla vista degli altri uomini. Aveva il compito di mettersi alle spalle dei commensali, durante la colazione del mattino e attendere le disposizioni per il pranzo, poi sarebbe andato a fare la spesa. E la moglie nel frattempo?
Gli autisti arrivavano verso le nove del mattino, uno per ciascun ospite, in quel periodo, con Mauro, i consulenti della ditta erano tre. Da quel momento, per otto ore, restavo sola: per modo di dire...
Mi alzavo molto presto, prima di Mauro, mi imbarazzava restare a letto con tutta quella servitù che girava per la casa. Il tempo in attesa del ritorno di Mauro lo trascorrevo leggendo, o scrivendo. Le prime ore del mattino le passavo sotto il porticato che si apriva sul prato di casa, scartai presto l’idea di prendere il sole sotto lo sguardo della sentinella dalla garitta. Inoltre l’unica volta che ci avevo provato, avevo visto volteggiare gli avvoltoi sopra la mia testa, mi ero divertita al sospetto che forse, bianca com’ero, ero stata scambiata per un potenziale cadavere.
***
Rientrando in camera, vidi, per la prima volta Vasuki. Accovacciato per terra, stava lavando il pavimento. Colto di sorpresa alzò gli occhi a guardarmi e subito li abbassò. Era un ragazzo molto giovane.
- Ho dimenticato la penna - gli spiegai, dopo averlo salutato, ma fu evidente che non capiva l’inglese, in ogni caso non rispose al saluto. Non lo avevo mai visto nei giorni precedenti, era una figura molto caratteristica in India. Aveva quella specie di panno avvolto attorno ai fianchi e il dorso nudo, mentre gli altri domestici, invece, indossavano una specie di divisa, all’europea. Aveva capelli lunghi, lucidi e neri, gli occhi immensi, scuro di pelle: sembrava uscito dalle pagine di Salgari.
La sera chiesi di lui a Mauro. Mi spiegò: - E’ Vasuki "l’intoccabile" o, se preferisci, il "paria" -. Precisò, poiché non capivo, che i paria appartengono alla classe sociale più infima dell’India. A loro spettano i lavori più umili e degradanti: lavare i pavimenti, i bagni, raccogliere la spazzatura che gli altri gettano per terra senza alcun rispetto, come, per esempio, erano soliti fare i cuochi della guesthouse, in cucina. Scoprii che gli altri domestici non gli permettevano di mangiare con loro. Aspettava fuori della porta che gli mettessero a terra la ciotola con il cibo e andava a mangiarsela o fuori casa, o nel sottoscala. Come un animale. Ne fui sconvolta, per me era un comportamento inaccettabile. Per strada, le loro donne, raccolgono lo sterco delle vacche per farne, mischiandolo alla paglia, piastrelle che seccate al sole, verranno poi usate come combustibile per la cucina o per bruciare i loro morti. Ma non è tanto quel che fanno, ogni lavoro onesto merita rispetto, quanto il concetto che solo loro debbano farlo.
Forse, da quella prima volta, favorii, o favorì lui, inconsciamente, i nostri incontri, perché furono più frequenti. Ogni volta lo salutai sorridente esattamente come mio solito con gli altri domestici. Mi guardava muto, un sorriso appena accennato nello sguardo, ma le sue labbra restavano chiuse.
Una mattina di domenica, programmammo di andare a Bithur, città sacra e antica residenza dei maharajah, dove essi, nel passato, sentendo approssimarsi la morte, andavano a finire i loro giorni, nella reggia sulla riva del Gange. Mauro propose di portare con noi Ganga Ram il solerte cameriere che accettò molto entusiasta. Perché non chiederlo anche a Vasuki, proposi. Il cameriere nepalese precisò che in tal caso, non sarebbe venuto lui. Mauro mi rimproverò per averlo offeso. Ma, d’altra parte, ero stata volutamente provocatoria. Ganga Ram, per la verità molto simpatico, intelligente e abbastanza istruito, era quello che apparecchiava la tavola, rifaceva i letti, rispondeva al telefono: altra classe sociale rispetto a Vasuki.
***
Per uscire fuori nel porticato, dovevo attraversare il salotto. Una mattina, trovai Vasuki, ginocchioni, che stava finendo di lavare il pavimento. Mi fermai sulla porta. Dissi, più a me stessa che a lui, - Aspetto che si asciughi e poi passo -. Parlai in italiano, lingua che ignorava tanto quanto l’inglese.
Il ragazzo, che di solito restava immobile nell’atteggiamento in cui veniva trovato, si alzò e col movimento delle mani e delle braccia e con la mimica del viso mi invitò a passare. Alla fine, poiché insisteva, mi mossi, mentre lui mi precedeva, accompagnandomi coi gesti. Mi aprì la porta finestra, un gesto che sarebbe stato competenza soltanto di Ganga Ram, uscì sotto il porticato, mi spostò la poltrona di vimini, nel posto ombroso dove stavo di solito, mi spiumacciò il cuscino che vi stava sopra e, straordinariamente sorridente, mi invitò a sedere, là dove le sue mani di intoccabile si erano posate. Qualcuno potrebbe pensare che, giocando sulla mia possibile ignoranza, visto il mio anomalo atteggiamento verso di lui, avesse voluto offendermi. Io penso invece che per la prima volta, fosse felice di essere considerato come persona, alla quale sono permesse delle iniziative. In ogni caso, io lo ringraziai, rispondendo al suo sorriso. Ero contenta di aver acceso in lui, una minima scintilla di ribellione a quelle regole che lo confinavano, insieme ai familiari e futuri discendenti, nella categoria infima dei paria. Per pochi momenti s’era sentito diverso, s’era sentito un uomo. Da quel giorno, incontrandomi senza testimoni, avrebbe risposto al mio saluto con un cenno della testa ed una luce serena d’intesa nei grandi occhi neri. Avrei voluto scambiare qualche parola con lui, se solo ne avessi conosciuta qualcuna nella sua lingua. Comunicavamo soltanto con lo sguardo: nel suo percepivo la vera essenza dell’India.
***
Chiusi la valigia, dopo avervi riposto le ultime buste di fotografie. Erano soprattutto foto di ambienti e di bambini di Kanpur, i più poveri dell’India. Si schermiscono se spontaneamente ti avvicini. Volgono lo sguardo ad un adulto per chiedere un consenso. Uscii dalla stanza, chiudendo la porta dietro di me. Quando più tardi vi tornai, vidi, sopra la valigia chiusa, un piccolo sacchetto di panno rosso, forse mi era caduto per terra e Vasuki lo aveva ritrovato. Non vedevo il ragazzo da alcuni giorni. Aprii il sacchetto che mi sembrava semivuoto e vi trovai una modesta pietra di quarzo. Capii che era un regalo di Vasuki, un gesto assolutamente eccezionale, la sua gente lo avrebbe ritenuto offensivo e lui avrebbe rischiato molto. Io, col quarzo nel palmo della mano, percepii vibrazioni fino al cuore.
Fuori tutta la servitù era schierata nel saluto, naturalmente senza Vasuki.
Alle spalle dei domestici presenti, vidi un’ombra scivolare dietro l’angolo della casa: il ragazzo stava schiacciato contro il muro, vi aderiva. Però riuscii ad incontrare il suo sguardo, vi lessi il saluto dolente dell’India e un guizzo di accennata ribellione. E finalmente percepii molto di più di quanto non ci fossimo detti durante i nostri silenzi. Sorrisi e alzai la mano in segno di commiato, non m' importò di scandalizzare i presenti, alzai la voce: - Arrivederci Vasuki -. Sapevo che non ci saremmo più rivisti, ma non riuscivo a considerarlo un addio.
Marzia Plumeri