Ricordi di un viaggio
Ricordi, un po’ disordinati, vivi, di un viaggio in Brasile, nella Bahia. Luoghi turistici, luoghi comuni e luoghi dove la miseria più nera si accanisce e sembra avere la meglio.
Salvador de Bahia, una città con il trucco rifatto di recente, dietro le facciate colorate delle case del centro nasconde realtà in cui topi e degrado imperano. La città, capitale storica del Brasile, accolse milioni di schiavi africani importati dai portoghesi durante il periodo coloniale e le tradizioni africane sono quelle che adesso le danno colore e fascino, per lo meno di fronte ad occhi stranieri. La musica, presente in ogni angolo, sembra voler far dimenticare le difficoltà e far credere che la vita sia bella da vivere anche così. Le tipiche donne bahiane, enormi, con grandi vestiti bianchi, vendono agli angoli delle strade pesantissimi panini fritti, ripieni di salse e gamberetti essiccati. Donne bahiane "da turismo", chiedono un real per farsi fotografare di fronte alla cattedrale: tonnellate d’oro all’interno, in stile barocco portoghese, a volte nauseante.
Salvador, quartiere "Sete de Abril": non più case dalle facciate colorate, ma case di mattoni e cemento, nude, senza intonaco, spesso neanche finite. La musica, una costante, ovunque, e grandi parabole satellitari lucide risaltano sul grigio rossastro dei tetti e dei muri. Bambini che corrono ovunque, che gridano, che guardano. Bambini che hanno una famiglia e bambini di strada, bambini di un orfanotrofio, casa-famiglia, goccia d’acqua dolce in un mare salato. Ed è proprio in questa casa-famiglia dove abbiamo conosciuto da vicino particolari realtà di bambini in cerca di un abbraccio e di un sorriso, bambini a cui l’unica cosa che è stata donata è la vita, ma cui è stato negato tutto il resto. E non è un’eccezione, direi piuttosto una regola, in un paese in cui spesso la famiglia è destrutturata, in cui il padre non è presente, padri diversi si alternano, madri sole con tanti figli da sfamare.
Salvador, quartiere Uruguay: non più case di mattoni, ma palafitte di legno e cartone sospese su pali marci conficcati nel fango di una lingua di mare chiuso, ormai fogna a pieno titolo, odori indimenticabili ed immagini che lasciano increduli. Visita al quartiere Uruguay con tanto di scorta: due maestri di capoeira, uno in testa ed uno a chiudere la fila, per impedire che un gruppo di turisti curiosi di tanta miseria venisse completamente spogliato. E se ci avessero derubati, nessuno di noi avrebbe detto niente. La consapevolezza che chi cresce in quel luogo non ha futuro, avrebbe scacciato ogni rabbia per il torto subito. Luoghi in cui la vita non vale niente, dove il più forte ha la meglio e dove il più debole spesso soccombe, fisicamente o ancor peggio moralmente.
Occhi spalancati, lucidi, di bambini in un istituto delle suore della carità chiedono un abbraccio a degli sconosciuti, lì solo per una visita. Un abbraccio che dura pochi istanti in una vita che peggio di così non poteva cominciare.
Salvador, uno spettacolo di danze folcloristiche in un teatro del Pelurinho, centro storico della città. I bambini della nostra casa-famiglia sono affascinati da quel gioco di luci e di suoni, dai colori e dai movimenti acrobatici dei danzatori di capoeira. All’uscita, poi, tutti a mangiare "pasteis" (pasta sfoglia fritta, ripiena) in un bar del centro, una festa: coca cola ed aranciata a volontà.
Al ritorno, l’assalto all’autobus. Due bande rivali si sfidano a chi resiste di più penzolando come una bandiera, attaccato con le mani ai finestrini. Un uomo in piedi sul tetto, con le braccia aperte, sfida le curve e mantiene l’equilibrio. L’autista accelera cercando di buttarlo giù. I bambini si coprono le orecchie, noi tremiamo all’idea di vedere una morte in diretta.
Rilassiamoci su una spiaggia dove palme altissime e sabbia bianca ci fanno sentire in un mondo completamente diverso. La musica di una chitarra, da una capanna col tetto di paglia, ci fa compagnia. Un grosso pappagallo verde è immobile sulla sua asticciola-prigione. Al di là del villaggio di pescatori, le barche ancorate vicino alla riva attendono l’ora propizia per ripartire.
Senhor do Bonfim, periferia della città, quartiere Olaría. Una scuola è il polo di attrazione per tutto il quartiere. Progetto e gestione italiana, è un modello di ordine, serietà, e igiene per tutto il circondario. Più di duecento bambini la frequentano e le ore di lezione e di gioco rappresentano momenti sereni, lontani dalle realtà alquanto diverse della maggior parte delle famiglie da cui provengono. I bambini sono un veicolo di informazione ed un esempio per le famiglie stesse. A scuola imparano il rispetto per se stessi e per gli altri, imparano che l’igiene è una cosa importante per la salute e trasmettono tutto ciò alle madri che una scuola così non l’hanno mai frequentata. Per contro, a volte è difficile riconoscere gli stessi bambini della scuola quando rientrano nel loro ambiente: sporchi, spesso completamente nudi, il più grande che bada il più piccolo. La madre, incurante, si preoccupa di come sfamerà il figlio in arrivo e, se tutto andrà bene, spera che la famiglia che lo adotterà possa dargli di più di quello che può dargli lei.
Nella scuola, disegnamo murales. Disegni allegri all’interno dell’ambulatorio per ravvivare un ambiente in cui i bambini hanno paura di entrare. I bambini ci chiedono dei disegni per loro, su fogli strappati dal centro dei quaderni, e fanno dei disegni per noi.
Di fronte alla scuola un orfanotrofio. Sbarre alle finestre lo fanno assomigliare ad una prigione. Solo maschi sono ammessi e dormono in camerate, suddivisi per fasce di età. Ecclesiastici e laici insieme li guidano verso l’inserimento nella società attraverso la preghiera ed il lavoro. Il confronto tra le due strutture ai lati opposti della strada è inevitabile ed inevitabili sono i commenti sull’approccio diverso nell’affrontare analoghi problemi.
Un momento di allegria e nello stesso tempo una sfida: una partita di pallone Brasile-Italia, in cui i nostri vengono battuti dalla squadra dell’orfanotrofio. Ragazzi tra i sedici ed i diciotto anni in cerca di una vittoria tra le tante sconfitte della vita.
Senhor do Bonfim, centro cittadino, un corteo pre-elettorale in favore del partito dei lavoratori. Musica, luci, cori e tamburi, per il candidato della sinistra, sfidano quelli in favore del candidato della destra. Per tre mesi prima delle elezioni, ogni sera i cortei percorrono quartieri diversi strappando un voto qua e là. La gente segue il corteo, partecipa come ad un qualunque altro evento mondano, si lascia trascinare sempre là dove c’è musica, dove c’è qualcosa che stordisce.
"Assentamento Nova Jabuticaba", terra arida, terra di lotte, terra finalmente appartenente ad una comunità di persone che, scacciati dal luogo in cui vivevano, vi sono tornati vincitori di una guerra col governo e con i grandi latifondisti. Ed ora, una lotta per la vita, in un ambiente in cui solo le capre sopravvivono, tanto è aspro. Gli uomini lavorano nei campi, là dove il terreno lo consente, e le donne raccolgono foglie di palme nella macchia ed intrecciano stuoie e cappelli. Due cappelli al giorno per 0.25 real ciascuno, l’equivalente di 400 lire, ed anche in Brasile con 400 lire si compra proprio poco. Ma la gente dei "Sem Terra" è gente serena, gente che combatte, gente che vince, non è gente di "favelas" che non ne ha neppure la possibilità.
Scuola del quartiere Olaría, serata di festa, tutti i bambini sono invitati per assistere ad uno spettacolo in cui attori improvvisati, in un portoghese a dir poco comico, raccontano una storia di animali, una storia dal lieto fine che polarizza la loro attenzione fino ad un’esplosione finale di allegria. Bambini che ricorderanno a lungo questo evento fuori dal normale in cui quattordici stranieri hanno giocato con loro per ore nella scuola, per strada, nelle classi, ed hanno regalato abbracci e sorrisi, baci.
E noi non dimenticheremo quei bambini.
Roberta Ferri
I nostri racconti