Tre settimane di fotografie in Cina

Le note dolci e un po’ malinconiche della musica classica cinese mi fanno venire in mente i colori vivaci delle corti imperiali, le carovane della via della seta, millenni di cultura, le colline idilliache e nebbiose rappresentate in tante stampe antiche le cui copie moderne sono in vendita in qualunque esposizione d’arte di Pechino. La Cina che ho visto dal vivo è ben lontana da ciò che trasmettono queste note, sembra quasi che abbia dimenticato che un tempo qualcuno le aveva scritte e suonate. Non c’è tempo per fermarsi ad ascoltare in questa Cina moderna che corre quasi senza sapere dove, spronata da un’economia in crescita vertiginosa che allarga sempre di più il divario tra ricchi e poveri, tra chi vive in città e chi in campagna.

La Cina di oggi appare completamente di versa da quella di ieri e già domani avrà cambiato la sua veste. Ma quanto di questo cambiamento possono interiorizzare i suoi abitanti? Cinquecento milioni di persone che vedono il loro tenore di vita migliorare velocemente, ottocento milioni che non ce la fanno a stare al passo con i ritmi ossessivi di una società che vuole riscattarsi da migliaia di anni di feudalesimo imperiale e da meno di un secolo di regime annichilente. Già la rivoluzione culturale di Mao aveva dato un taglio netto col passato, cancellando dalla memoria e dalla vista della gente quella cultura, comunque prerogativa di minoranze, che per millenni aveva attratto e fatto da confronto per popoli vicini e lontani.

Tre settimane in Cina sono niente, vista la vastità del paese, ma sufficienti a raccogliere flash di immagini, tasselli di un puzzle complicato, a tinte forti, da ricostruire con calma dopo aver fatto ordine tra tutte quelle sensazioni di stordimento che colpiscono e fuggono.

L’aspettativa era alta, l’idea di sentire ciò che altri paesi dell’Asia trasmettono, il fascino misterioso dell’oriente, storie di spiriti e di eroi, di filosofi e monasteri, di draghi, di grandi fiumi e foreste di bambú, di oasi. Una domanda: è mai esistito tutto ciò? Dove bisogna cercare? In questa selva di grattacieli di vetro-cemento che in un decennio ha sostituito i vecchi quartieri degli hutong, antiche case di nobili e mandarini al servizio degli imperatori? Forse va cercato nei centri commerciali a dieci piani dove scale mobili portano su e giù migliaia di clienti ogni giorno e vendono qualunque tipo di merce? Oppure nelle vetrine dei musei? Forse nei palazzi imperiali restaurati dove turisti cinesi a frotte scattano foto a ripetizione con macchine digitali e telefonini super tecnologici?

Pechino capitale, metropoli nel caldo umido asfissiante d’agosto, è un brulichio di gente che cammina velocemente nelle vie centrali a traffico limitato facendo la spola tra piazza Tiananmen e viale Wangfujing, sorseggiando acqua gelata da bottiglie di plastica che i poveri quasi sfilano dalle mani di chi beve prima che possano essere gettate in un qualunque cestino. Il riciclo della plastica è quasi totale. Il cielo grigio smorza il rosso acceso della città proibita ed il giallo delle tegole smaltate dei palazzi imperiali, ma il gusto estetico dei cinesi per i dettagli si mostra lo stesso nelle decine di statuine di terracotta che delimitano i tetti spioventi e aggraziati delle pagode. Libellule volano tra monumenti e visitatori, sfiorando l’acqua stagnante dei canali dalle ringhiere di marmo traforato. Alberi secolari nel giardino imperiale quasi intristiscono per essere stati tanto potati e deformati, come i piedi delle donne nell’antichità neanche tanto lontana.

Piazza Tiananmen, immensa, grigia memoria di un passato recente, vede volare aquiloni colorati e bandiere rosse. Il mausoleo di Mao, pesante edificio dimora di una salma imbalsamata che esce di giorno da una cella frigorifera per tornarci di notte, guarda un grande cartellone elettronico che conta il tempo che manca all’ inizio delle tanto attese olimpiadi di Pechino 2008. Venditori ambulanti vendono a prezzi molto variabili le cinque mascotte della manifestazione insieme a cartoline, aquiloni, francobolli ed il tanto famoso libro rosso di Mao, opportunamente tradotto in molte lingue.

I biglietti del modernissimo treno Pechino-Lhasa, inaugurato il primo luglio 2006, che porta in Tibet 4000 passeggeri al giorno fino ad altitudini di 5200 m attraverso gallerie nei ghiacci perenni, si acquistano alla stazione ovest di Pechino. Questo però si scopre dopo ore di fila ai botteghini della stazione centrale nella speranza vana di trovare un impiegato che parli almeno qualche parola di inglese. Alla fine, un cinese incuriosito da due stranieri un po’ frastornati ci fa da interprete. In Cina i biglietti ferroviari vengono venduti solo dalla stazione da dove parte il treno e alla stazione ovest si ricomincia da capo, con la stessa gente seduta per terra, valigie e scatoloni, con gli stessi controlli antiterrorismo simili a quelli degli aeroporti, le stesse file ai botteghini senza capire una parola, gli stessi cinesi in fila che parlano a voce molto alta e scaracchiano sonoramente. Neppure alla biglietteria per stranieri parlano inglese, forse è per stranieri che parlano cinese, ed anche lì un cinese incuriosito chiede per noi. Di nuovo dirottati su un’altra fila per scoprire che i tempi di attesa per un posto sul treno per Lhasa sono di una settimana. Troppo, si va in aereo!

L’Air China richiede il famoso permesso governativo TTB per vendere i biglietti per il Tibet, permesso che va richiesto ad un opportuno ufficio e che necessita di una settimana per essere rilasciato. Troppo! Siamo quasi alla rinuncia del viaggio quando in un grande centro commerciale veniamo agganciati da tre sedicenti studentesse d’arte che ci vogliono vendere pitture su seta. Parlano inglese e pur di vendere i loro quadri ci aiutano nell’acquisto dei biglietti per Lhasa. Al di là della strada, una lavanderia. Dentro la lavanderia, un riquadro di un metro e mezzo per uno e mezzo con dentro un uomo, un ventilatore puntato in faccia, un telefono, un computer e ritagli di giornale attaccati alle pareti con lo scotch. La solita fila in attesa che, come tutte le file in Cina, non si rispetta e si passa davanti. Nessuno dice niente. Qualche minuto di contrattazione tra le ragazze ed il bigliettaio, i nostri passaporti, il controllo telefonico con l’aeroporto (non si sa di che cosa) e, come per miracolo, i biglietti aerei sono disponibili proprio con l’Air China, solo che vanno pagati in contanti. La cifra è troppo alta per gli sportelli automatici ed il prelievo con carta di credito alla Bank of China pare l’unica soluzione. Troppo semplice entrare nella banca dall’ingresso principale. L’uscita di sicurezza, nonché la toilette del centro commerciale finisce proprio all’interno della banca. Ci sentiamo un po’ dei banditi, ma qui pare che sia normale entrare in banca attraverso la toilette del supermercato. Contante alla mano, acquistiamo i biglietti e tre dipinti su seta dalle ragazze.

Le esposizioni di quadri a Pechino sono molto frequenti ed essere agganciati da studenti che invitano a visitare le loro esposizioni è facilissimo. Vendono tutti quadri molto simili, stessi temi di uccelli, foreste di bambù, draghi ed esercizi di calligrafia cinese che è considerata una delle maggiori espressioni artistiche. Pare che a Pechino siano gli unici a parlare inglese fluentemente e non risparmiano sceneggiate napoletane di mancate vendite o di professori che non daranno loro altre possibilità di esporre. Alla fine si deduce che tutti i giovani di Pechino studiano arte.

Lhasa, Tibet. Si volta pagina rispetto a Pechino e si torna indietro di qualche decennio. Non ci sono i grattacieli ed il palazzo più alto è ancora il Potala, ex-residenza invernale del Dalhai Lama (ora in esilio), un tempo anche sede del governo tibetano. Di colore in parte rosso scuro e in parte bianco, il palazzo si staglia contro il cielo azzurro e le montagne con le sue centinaia di finestre di legno marrone e tende esterne che si sollevano col vento. Di fronte al Potala la presenza cinese: il monumento ai lavoratori e la bandiera rossa con le cinque stelle gialle. I risciò a pedali percorrono la città in lungo ed in largo, sempre con qualcuno a bordo ed i conducenti, sempre magri, quasi filiformi, indossano giacchettini verdi senza maniche su cui è riportato un numero di identificazione.

Il centro storico della città, ossia la zona tibetana, si sviluppa principalmente intorno al tempio Jokhang dove migliaia di pellegrini percorrono ogni giorno il Barkhor, un circuito di pellegrinaggio in cui bancarelle vendono qualunque tipo di merce. Un brulichio di gente cammina rapidamente in senso orario facendo ruotare, sempre in senso orario, gli strumenti tibetani di preghiera. Proprio di fronte all’ingresso del tempio, devoti fedeli fanno impegnative flessioni che li portano velocemente da una posizione eretta ad una prona. È impressionante vedere donne anziane, o che sembrano tali per i solchi scavati dal sole sulle loro facce, alzarsi e sdraiarsi offrendo il loro sacrificio a Buddha o ad uno dei tanti demoni che popolano il buddismo tibetano.

L’aria secca e a volte pungente di Lhasa, il vento che tiene alte le tende attorno alle finestre, le bandiere delle preghiere che sventolano appese ad obelischi votivi, le sciarpe bianche in segno di buona fortuna, il fumo odoroso che esce dai bracieri sempre accesi sembrano fissare il movimento in immagini statiche. È come se tutti quei gesti e quegli eventi si immobilizzassero nel ripetersi.

I cinesi sono dappertutto, in cerca di quella spiritualità che per decenni fu loro negata. Pellegrini cinesi si uniscono a devoti tibetani e più o meno ordinatamente sfilano di fronte alle centinaia di statue di Buddha, di demoni ed eroi che popolano ogni cappella di ogni tempio.

Gli incensi che bruciano ed i bracieri alimentati con burro di yak saturano l’aria all’interno dei templi. I percorsi obbligati per i pellegrini partono sempre da una grande sala adornata di drappi rosso porpora e sovrastata da enormi statue dorate del Buddha (lì i monaci si ritrovano per pregare) e si snodano attraverso stretti corridoi ruotando sempre in senso orario attorno ad altari di dei o demoni importanti. I pellegrini offrono denaro in banconote di piccola taglia infilandole nelle fessure delle vetrine che racchiudono le statue, appendono sciarpe bianche alle braccia o al collo di quelle non racchiuse e aggiungono burro di yak ai bracieri. Talvolta, musiche tibetane e forti battiti di tamburo, suonati da monaci assorti, rendono gli ambienti ancora più suggestivi. È frequente sentirsi fuori luogo e riuscire solo a guardare dall’esterno quell’insieme variopinto di pellegrini, monaci, statue dorate di Buddha e demoni dalla faccia brutta pronti a riempire i vuoti interiori di centinaia di milioni di cinesi.

L’aria rarefatta non è certo di aiuto nel caso in cui si noleggino delle biciclette e si pretenda di visitare monasteri fuori città, a circa 4000 m di altitudine: Nechung e Drepung. Un tempo, prima dell’invasione del Tibet da parte della Cina, vi vivevano più di cinquemila monaci, oggi sono circa 500 e lentamente ricostruiscono ciò che fu distrutto dal regime. Monasteri ai piedi di montagne spoglie e aride, adornate di centinaia di fili di bandierine di preghiere che il vento trasporta nell’aria. I bracieri sono sempre accesi nei cortili dei templi ed il contrasto tra la luce esterna ed il buio all’interno rende ciechi per qualche attimo dopo l’ingresso. Poi i sensi si riequilibrano e vista ed olfatto fanno la loro parte. All’interno dei monasteri si passa da un piano all’altro per mezzo di scale di legno irte e strette, tutte rigorosamente con corrimano di tendine di yak.

Lo yak, bovino robusto e peloso, fornisce ai tibetani tutto per fare tutto.

All’esterno dei monasteri, bambini, madri con neonati e anziani chiedono l’elemosina con insistenza.

All’interno è la pace, soprattutto in quelli meno frequentati dove di tanto in tanto sbuca un monaco vestito di porpora ed attraversa gli stretti vicoli tra una costruzione e l’altra. Squadre di muratori cantano lavorando.

Qualche vecchio si avvia lentamente sul kora, il circuito di pellegrinaggio che circonda l’intero monastero, a volte due ore e più di cammino con vista sulle montagne dove pitture su rocce raffigurano il Buddha in posizione estatica.

Un’urgenza fisiologica ci fa scoprire la toilette del complesso di case intorno al monastero: un muro di circa un metro delimita un rettangolo di due metri per tre. Il pavimento di cemento si interrompe in tre fessure rettangolari di circa un metro e mezzo per trenta centimetri con sotto il vuoto. Le finestre delle case circostanti si affacciano su una vista inusuale.

Il monastero Sera, anch’esso fuori città si raggiunge in autobus. Una donna affacciata al finestrino urla ai passanti la destinazione e vende i biglietti. Il conducente si ferma a richiesta in qualunque punto lo si chiami. Seggiolini di velluto polveroso e consunto sostengono i passeggeri con le loro molle snervate e la porta si chiude tirando una corda annodata. Lungo la strada si susseguono ingressi con saracinesca di spazi adibiti a negozi, officine, sartorie, panetterie, gommisti, farmacie, fabbri, falegnami. Sono spazi scuri, anneriti dal tempo, dallo smog e dalla polvere delle strade. In città, lungo i marciapiedi, questi spazi diventano anche macellerie con la loro carne disposta a seccare su fili tirati, con sciami di mosche che l’assaporano. Per fortuna l’aria secca favorisce la formazione di uno strato esterno più duro che migliora la conservazione del prodotto.

Risciò a pedali con carrello posteriore trasportano pile di mezzi maiali o yak interi scuoiati pronti alla vendita. Stesso mezzo di trasporto per dei pani di burro di yak da almeno quindici chili, avvolti in pelle di yak parzialmente depilata.

Il cibo è molto piccante e speziato, al limite del commestibile per i nostri palati viziati dalla tanto famosa cucina italiana. Riso fritto e patate della terra delle nevi e sorsate di coca cola per buttarli giù. La bevanda ritarda il momento della chiusura totale dalla bocca dello stomaco.

I vicoli della parte tibetana della città che portano al tempio ospitano bancarelle di carne e di frutta. Misere zanzariere a ombrello coprono piccole pile di pane fresco fatto in casa da una ragazza che tiene al collo il suo bambino. Vende quel pane per vivere.

Un temporale improvviso causa lo svuotamento rapido della piazza di fronte al tempio sotto le cui tettoie si riparano in molti. Due monaci si proteggono a vicenda sotto le rosse tuniche, una donna che stava pregando si avvicina al muro tentando di infilarsi le scarpe di cencio ormai bagnate. Ci fa capire di darle un passaggio verso casa sotto il nostro ombrellino pieghevole. Si meraviglia al contatto casuale con il polso, che deve apparirle esageratamente peloso, di chi regge l’ombrello. Sicuramente una rarità da queste parti, viste anche le reazioni di alcuni passanti che spontaneamente si congratulano.

Pare che in Cina sia tanto comune fare file lunghissime per qualunque cosa che preveda la vendita di biglietti. L’ingresso al palazzo Potala è limitato a 500 turisti al giorno con prenotazione dei biglietti solo dietro presentazione del passaporto e ore di fila al di là di un’inferriata, tanto da sembrare carcerati. La fila si forma alle prime ore del mattino, ma il botteghino apre alle 12. Per evitare che qualcuno scavalchi e si infiltri indebitamente, i guardiani e responsabili dell’ordine ad una certa ora passano e segnano col pennarello sulla mano il numero occupato nella fila ed il numero di biglietti da acquistare, legato ai passaporti presentai. L’operazione di prenotazione del biglietto richiede una mattina intera. La visita al Potala inizia il giorno dopo con una scalinata lunghissima che porta prima alla biglietteria vera e propria e poi nel cuore del palazzo.

Tonnellate d’oro a forma di stupa buddista, incastonate di pietre preziose, custodiscono i corpi dei Dalhai Lama del passato. Statue dorate li ritraggono, disposte in prima, seconda e terza fila. Devoti depositano soldi, burro di yak e incensi.

Un museo, ecco come appare il Potala Palace ai nostri occhi. Targhe scritte in più lingue raccontano la storia e l’uso di molte stanze e suppellettili, di come il Dalhai Lama le usava prima di andare in esilio. Un monaco per stanza controlla che non si tocchi niente e che tutto resti al suo posto.

Il percorso obbligato della visita al palazzo si conclude lungo una strada in discesa dove operai muratori battono sulla cima del muro di cinta per renderla lucida e levigata. Dall’alto si vede la staccionata metallica oltre la quale si fa la fila per prenotare i biglietti.

Il Norbulingka è invece il palazzo estivo del Dalhai Lama. Vasi di tageti arancioni, rossi e gialli segnano il perimetro di qualunque sentiero o cammino nel grande parco e formano aiuole di fronte ai palazzi. Un tempio a forma di pagoda emerge dalle acque verdi stagnanti del laghetto dove oche starnazzanti si avvicinano ai visitatori in cerca di cibo.

La stazione ferroviaria di Lhasa è una costruzione moderna fuori città, al di là del fiume, raggiungibile in taxi o in autobus. Anche per il percorso inverso da Lhasa a Pechino sul modernissimo treno c’è una settimana di attesa e l’unico modo di raggiungere la città di Xi’an in tempi rapidi è l’aereo. È facile prendere un autobus urbano di ritorno verso il centro città, visto che alla stazione di Lhasa, diversamente da quella di Pechino, non c’è quasi nessuno. Il capolinea è all’interno di un grande cortile gremito di passeggeri in arrivo e in partenza.

Xi’an, nella Cina centrale, è la città dell’esercito di terracotta nonché antico crocevia delle carovane che percorrevano la via della seta. Come quasi tutte le città della Cina, ha subito un accelerato processo di modernizzazione che però, rispetto ad altre, è stato forse più rispettoso. L’antica cinta muraria a base quadrata è stata completamente restaurata e ricostruita nelle parti mancanti in modo da poterla percorrere per intero a piedi o in bicicletta. Noleggiatori di tandem o biciclette singole, danno via i loro mezzi con molta facilità, previa cauzione di 400 Yuan. Lo spettacolo è interessante. Si viaggia all’altezza dei tetti dei palazzi dentro le mura, con l’antico fossato all’esterno. Grandi costruzioni dai tetti a pagoda segnano i quattro punti cardinali e indicano le porte di ingresso della città. I grattacieli sono fuori dalle mura e la vista dalla porta sud offre uno spettacolo da città del futuro, vetro, cemento, acciaio dorato e scintillanti insegne luminose mostrano la faccia più commerciale della Cina moderna. Un grande albero con tronco vero e foglie di plastica sembra indicare che l’apparenza è più importante della realtà. Grandi lampade rosse di carta, appese, si illuminano al tramonto ed evidenziano tutto il perimetro delle mura e delle vie di accesso alla città. Uno spettacolo suggestivo accompagnato dagli aquiloni che volano alti nel cielo.

La porta nord è proprio di fronte alla stazione ferroviaria e dal punto di vista artistico ha ben poco da offrire, se non lunghe campate di mura ricostruite. La gente si impone all’attenzione. Migliaia di persone che vanno e vengono, che sostano di fronte alla stazione, che vendendo giornali, bottiglie d’acqua, mappe della città, che dormono per terra, urinano vicino a dove dormono, si guardano intorno, salgono e scendono dagli autobus, si litigano i taxi. La strada che costeggia esternamente le mura del lato nord è molto trafficata, ma ampi marciapiedi consentono di percorrerla senza correre il rischio di essere investiti. Grovigli di strade trafficate passano sopra e sotto cavalcavia le cui parti più in ombra sono abitate da disperati in attesa di non si sa che cosa.

A lato della strada un lungo cantiere aperto è adibito alla distruzione indiscriminata di tutti gli edifici presenti per lasciare il posto ad altri più alti e moderni. Gli edifici vengono abbattuti a mano. Squadre di operai con lunghe mazze colpiscono pareti e solai fino a ridurli in cumuli di macerie e recuperare il ferro.

Entrando nella città dalla porta nord-ovest si incontra, proprio sotto l’arco, il barbiere da strada. Una fila di clienti è in attesa del servizio ed i capelli recisi vengono ammucchiati e abbandonati lungo la strada. Da lontano danno l’impressione di essere dei gatti acciambellati, ma poi da vicino si rivelano.

Il caldo umido è soffocante ed il centro città piuttosto lontano. La cartina di Xi’an è aggiornata con le linee degli autobus e così sembra facile il viaggio di ritorno. L’orientamento nella città è facilitato da certi punti di riferimento o monumenti principali indicati sulla mappa, ma non è certo scontato che la distanza tra una fermata e l’altra sia di oltre un chilometro. Se per sbaglio si salta la fermata giusta, conviene prendere un altro autobus per tornare indietro. Il prezzo del biglietto è politico: 1 Yuan da infilare in un enorme scatola-salvadanaio sotto gli occhi attenti dell’autista. D’altro canto, sopra il salvadanaio, una macchinetta elettronica riconosce le tessere magnetiche degli abbonati e permette loro la corsa con dei forti bip.

Gli scavi per la metropolitana solcano la città in vari punti nella speranza di ridurre il traffico in superficie. Un’enorme rotonda soprelevata permette l’attraversamento di un crocevia sulla strada principale che porta dalla porta nord a quella sud.

Di sera le strade del centro si riempiono di gente: giovani di tutte le età affollano i numerosi negozi di abbigliamento che esibiscono merce in saldo, cambiando ogni sera la vetrina. Musiche cinesi e occidentali risuonano da un negozio all’altro. È un via vai di ragazzi e ragazze che camminano veloci. Vestitini attillati con lustrini e trine vengono esibiti con orgoglio da una gioventù che non ha conosciuto le divise di Mao, ma che di sicuro è protagonista della rinascita del paese. Ognuno porta in mano la sua bottiglia d’acqua ed anche qui i più poveri raccolgono i vuoti.

Insegne rosse luminose indicano un ristorante in una traversa della via principale. Una tenda di plastica trasparente limita l’ingresso dell’aria calda e l’uscita di quella fredda condizionata. Un grande dipinto della Cina classica, con uccelli e bambù, ricorda che un tempo la Cina doveva essere diversa da quella che appare ai nostri occhi.

Al nostro ingresso i proprietari del locale, che stavano consumando la loro cena al tavolo centrale del salone, si alzano tutti insieme e ci accolgono con entusiasmo. Non deve essere comune che stranieri occidentali siedano a quei tavoli. Cosa mangiamo? Come al solito nessuno parla una parola di inglese, non c’è verso di intenderci. La guida riporta una serie di frasi, tradotte in cinese, che possono venire in soccorso al turista nei momenti di difficoltà: "Io sono vegetariano" sblocca una situazione di stallo. Tagliatelle affogate in un sugo liquido di pomodoro e uovo da mangiarsi rigorosamente con le bacchette. Ci è oscuro il senso di una tazza di acqua calda che ci viene servita. È quella di bollitura della pasta e, a parte qualche sorso, non la consumiamo. In poco tempo il ristorante si riempie e quasi tutti i clienti sono divertiti dal nostro uso delle bacchette. È una scena molto comica e tutti ci mostrano come tenerle e come agganciare quei fili di pasta ribelli e portarli alla bocca. I risultati sono decisamente scarsi.

La torre della campana in notturna è uno spettacolo. Completamente illuminata risalta al centro di una piazza e funge da rotatoria per migliaia di macchine che le ruotano attorno.

La campana serviva nell’antichità per segnare il tempo e dare allarmi di ogni tipo ai cittadini. Un grosso batacchio di legno dipinto di rosso consente di colpire la campana e farla suonare. Il primo piano della pagoda ospita un’esposizione di strumenti musicali d’epoca ed una ragazza esegue pezzi classici con frequenza più o meno oraria. Nessun rispetto per le sue esibizioni: una bancarella di souvenir per turisti mostra ai suoi potenziali clienti le prestazioni di certi fischietti che simulano il canto degli uccelli ed hanno un suono decisamente più forte di quello degli strumenti. La ragazza si alza ed esce.

La torre del tamburo si trova ad un estremo della stessa piazza e fa mostra di una serie di enormi tamburi che, come la campana, servivano in passato ad avvisare la popolazione. Oggi si possono suonare dietro pagamento di pochi Yuan. Il rosso delle pareti dei tamburi, i disegni colorati che delimitano i tetti della pagoda sono memoria di un passato dove i colori segnavano la vita e distinguevano le classi sociali. All’interno della pagoda un’esposizione di tamburi di varie forme e funzioni, accompagnati da immagini e spiegazioni.

Dall’alto della torre del tamburo si vede un mercato e la via che porta all’interno del quartiere musulmano. Sembra un mondo diverso da quello del lato opposto della piazza, dove negozi dentro enormi centri commerciali orientano il cliente verso il consumismo. Le bancarelle del mercato vendono prodotti tipici, in particolare frutta secca e frutta disidratata. Vendono anche piccole tazze da tè dipinte a mano e uova di ceramica nera con disegni a graffito, belle, ma fragili da trasportare. Via via che ci si inoltra nel quartiere musulmano ci si rende conto che c’è qualcosa di diverso. I negozi sono meno sfarzosi e si vendono le cose essenziali, generi alimentari soprattutto e semplici oggetti quotidiani. Le strade sono strette, per lo più chiuse al traffico delle auto, e spesso non asfaltate a causa di lavori in corso. Macellerie vendono animali vivi e morti e bancarelle all’aperto espongono file di fegati, probabilmente di pecora o di montone, come salumi da affettare. Le condizioni igieniche lasciano a desiderare, ma tutto è più a misura d’uomo.

L’esercito di terracotta si trova fuori dalla città e per la visita ci affidiamo ad un giro organizzato prenotato tramite l’albergo. Fare tutto da noi sarebbe stato interessante, ma trovare l’autobus sarebbe stata un’impresa con alte probabilità di fallimento ed inoltre ci saremmo persi le visite ai negozi di souvenir, tappe obbligatorie di tutti i tour organizzati. Si parte la mattina presto con un pulmino un po’ scassato. Il giro comprende varie fermate nei siti storici ed archeologici più importanti nei dintorni di Xi’an. La tomba di Lingtong con il suo giardino e pagode con tetti colorati, primo assaggio di guerrieri di terracotta rinvenuti nel luogo ed esposti nel piccolo museo insieme a statuine di donne, uomini, cammelli e personaggi mitologici.

Il rifugio di Chiang Kaishek, capo del partito nazionalista che prima della seconda guerra mondiale si contrapponeva a quello comunista, si trova in cima ad una collina da dove, nei giorni di poca umidità, si può ammirare il panorama. Pare che Chiang Kaishek si deliziasse dei tramonti stupendi, per noi anche la collina di fronte è rimasta nell’immaginazione, avvolta dalle nebbie estive.

Il complesso termale di Huaqing, residenza della più bella concubina di un imperatore, dà un esempio di giardino cinese con terrazze, pagode e canali d’acqua pieni di ninfee. Diverse piscine d’acqua calda termale garantivano bagni in tutte le stagioni alla nobiltà del tempo mentre laghi artificiali, circondati da salici piangenti, fanno da cornice alla statua di marmo bianco della famosa dama.

Pranzo tipico cinese in un locale dove le cameriere tentano in ogni modo di vendere i piatti più cari. Inizialmente il menù è solo in cinese, poi su richiesta arriva anche un menù in inglese da cui si può fare una scelta diversa dalle loro proposte. Sembrano molto offese quando le ordinazioni si risolvono in un piatto di riso con verdure e funghi.

Il tour del pomeriggio si chiude in bellezza con la visita alla tomba di Qin Shi Huandi, il primo imperatore, e all’esercito di terracotta a guardia della tomba stessa. Una collina di cinquanta metri si innalza in mezzo alla pianura, formazione insolita per la geologia del terreno, fino a quando si capisce che si tratta di una collina artificiale, costruita dai sudditi dell’imperatore circa duecento anni prima di Cristo, per ospitare il suo corpo e quello dei suoi familiari. Si accede alla cima da una scalinata ed è bello immaginare dall’alto la distesa pianura che si cela nell’umidità. Più di seimila guerrieri di terracotta a grandezza naturale sono schierati in assetto militare e proteggono la tomba del primo imperatore. Arcieri, fanteria, cavalleria e generali, una formazione completa pronta ad affrontare l’eternità. Splendidi carri di bronzo trainati da cavalli sono esposti nel museo all’interno di vetrine. Migliaia di visitatori li immortalano con lampi di flash a raffica.

Il giardino intorno al sito archeologico, come molti altri, esibisce piante il cui tronco e rami sono legati dal capo ai piedi con delle funi che li avvolgono e ricoprono l’intera superficie. La funzione non ci è nota.

Venditori di cartoline e cofanetti con cinque guerrieri di terracotta in miniatura assillano i turisti fino allo sfinimento.

L’acquisto di un biglietto ferroviario per Nanchino è anche questa volta un’impresa impossibile. Fila per raggiunger il banco delle informazioni. Ci scrivono la destinazione, il numero del treno e l’orario su un biglietto con il quale facciamo un’altra fila per l’acquisto. Giunti alla biglietteria ci rimandano al giorno successivo. La mattina dopo i biglietti per Nanchino sono esauriti. L’aereo resta l’unica soluzione possibile.

Le pagode della piccola e della grande oca sono costruzioni a molti piani che nell’antichità erano adibite a biblioteche e conservavano testi buddisti tradotti in più lingue e testi stranieri tradotti in cinese. Dall’alto della pagoda della piccola oca si osserva la città avvolta nella nebbia e nello smog, sembra quasi essere in prigione all’interno di una stretta superficie quadrata delimitata da inferriate. La stretta e irta scala di legno che porta alla sommità dell’edificio si avvolge lungo il perimetro delle mura che salendo si restringono. Intorno un grande giardino con alberi e canne di bambù sotto le quali è bello riposare. Un nonno con due nipotine ci si rivolge in cinese e prosegue in un lungo monologo. Riusciamo a trovare soltanto un punto di contatto con le nipotine che sanno qualche parola di inglese.

Dietro al giardino di bambù si apre uno spazio con centinaia di stele di pietra, ciascuna raffigurante un soggetto diverso a forma d’uomo, di animale o di creatura mitologica. Erano usate come augurio di buona fortuna.

Note di musica classica cinese si diffondono nell’ampio parco tra le basse costruzioni votive e tra alberi dai tronchi immensi. Un gruppo di turisti italiani che sghignazzano sciupa l’atmosfera.

La pagoda della grande oca è in un grande complesso di templi e costruzioni sacre immerse nel verde delle sophore japoniche, cipressi ed altre piante. La via d’accesso è piena di mendicanti che si fanno particolarmente insistenti quando i pellegrini sono stranieri. Hanno l’aria di essere ben organizzati in quella ricerca di fondi per la sussistenza ed i bambini soprattutto non mollano fino a che non hanno soddisfatte le loro richieste. All’interno del complesso l’atmosfera è di pace e si passa da un cortile all’altro, da un tempio all’altro. All’esterno, file di bancarelle vendono souvenir, bibite e gelati per far fronte alla calura. Una danza di fontane sulle note di musiche classiche occidentali attira un vasto pubblico.

I contrasti tra la modernità e l’arretratezza sono sempre presenti. L’aeroporto di Xi’an non si smentisce per l’odore tipico delle toilette cinesi. Addetti muniti di bomboletta spray, spruzzano deodorante nell’aria e sulle pareti con risultati che sarebbero sicuramente migliori se invece venissero usati dei detergenti disinfettanti.

Nanchino è ormai una città che ha mantenuto poco delle antichità imperiali. Forse per la vicinanza con Shanghai e la posizione strategica sul fiume Yangzi il processo di modernizzazione è stato più rapido che altrove. Una selva di grattacieli è cresciuta dentro e fuori le antiche mura, ma i giardini sembrano aver mantenuto il loro originale splendore. Già viaggiando dall’aeroporto alla città si vede come la vegetazione sia rigogliosa nel clima caldo umido della regione e lunghi giardini ben curati costeggiano il percorso autostradale.

Il lago Xuanwu, subito fuori dalle antiche mura Ming è un tripudio di fiori e piante con distese di loto bianco e rosa che coprono buona parte della superficie d’acqua. Grandi foglie verdi argentate formano fiumi che luccicano al sole e ondeggiano per la brezza leggera. Sembra quasi di sentirne l’odore. Un lungo percorso contorna il lago intero dal quale si vedono le isolette ed i grattacieli. Sembra di essere distanti dal traffico della città.

La collina Zijin Shan è poco distante da una delle estremità del lago. Si raggiunge la sommità a piedi o con una teleferica che sovrasta le cime della veniente vegetazione. Pare di volare in silenzio su una giungla verde dove le piante gareggiano per raggiungere il sole. È una prospettiva decisamente insolita e coinvolgente, se non fosse per qualche cliente della teleferica che, viaggiando nel senso opposto al nostro, al vederci estrae rapidamente il cellulare e ci fotografa. Dalla cima della collina la città appare in tutta la sua grandezza, offuscata dalla calura e dalle nebbie estive, con i riflessi dorati del sole sullo Yangzi all’ora del tramonto.

Un sentiero scende oltrepassando una grande statua di Buddha seduto e sorridente davanti alla quale devoti pellegrini accendono bastoncini di incenso. Un lungo drago di cemento colorato appare e scompare da sotto terra accompagnando i turisti verso un’area dove sono riprodotte alcune capanne o case di legno tipiche del luogo. Una statua di Confucio siede meditando in una grotta.

La città di notte è meno caotica di Pechino o Xi’an, sebbene il traffico sia sostenuto e molte persone si ritrovino a camminare lungo le vie principali del centro. Bambini e ragazzi pattinano velocemente sui marciapiedi, nelle zone più larghe e rialzate, con i genitori che controllano stando seduti sotto le luci di insegne pubblicitarie che cambiano di continuo aspetto e colori. Lungo la strada si susseguono venditori di farfalle di vimini, di fermagli per capelli, borsette, canottiere ed altre piccole merci disposte su fazzoletti distesi per terra. Dalle porte aperte dei negozi più grandi fuoriescono getti di aria fresca condizionata, quasi come se il risparmio energetico non fosse una delle priorità del paese. Succhi di frutta spremuti al momento da una affabile signora in un minuscolo negozio ci reintegrano di liquidi e zuccheri. Un accogliente ristorante ci offre per cena zuppa di riso e verdure e zuppa di funghi e pasta, il tutto condito con abbondante peperoncino. Mezzo uovo con guscio, apparentemente sodo, accompagna i piatti ben presentati. Il sapore è disgustoso, sembra sale allo stato puro ed il colore marrone del tuorlo non dà certo l’idea di freschezza. Quasi impossibile intenderci se non tramite il figlio della proprietaria, ragazzino di dodici anni, che parla inglese e che ce la mette tutta per elogiare le doti manageriali e la bellezza di sua madre. Le congratulazioni sono inevitabili.

Ci manca il coraggio di visitare il museo commemorativo del massacro di Nanchino, operato nel 1937 dall’esercito giapponese contro la popolazione civile. Una terribile pagina di storia da non dimenticare affinché sia guida per il futuro, come suggerisce un proverbio cinese. La popolazione civile in fuga dietro al governo della città, viene chiusa dentro le mura per resistere all’invasione. Circa 400.000 cinesi furono massacrati e 20.000 donne stuprate. E questa pagina manca ancora da molti libri di storia...

Il ponte sul fiume Yangzi è un opera colossale realizzata dal governo comunista e inaugurata da Mao nel 1968. Il ponte a due piani consente sia il traffico autostradale che ferroviario e costituisce una linea diretta di collegamento tra Pechino e Shanghai. Saliamo sul ponte attraverso una delle torri portanti dalla parte della città. Una scala interna a sezione quadrata sale piano dopo piano e da piccole finestre, ormai senza vetri, si vede come cambia via via la prospettiva. Purtroppo gli angoli della scala sono adibiti ad orinatoio e l’aria è quasi irrespirabile. Dall’alto del ponte il panorama sulla città mostra i grattacieli e sul fiume mostra grandi chiatte da trasporto che si spostano sull’acqua marrone-giallastra. Qualche rete di pescatori sulla riva attende di essere immersa.

Soltanto l’abilità di un taxista a guidare nel traffico della città ci consente di non perdere l’aereo per Pechino. A causa di lavori in corso, per la grande quantità di macchine in circolazione, e forse anche per altre ragioni, ad un certo punto del viaggio verso il capolinea della navetta per l’aeroporto, il traffico si blocca. Macchine disposte su più corsie sembrano non avere via di scampo. La corsia riservata alle biciclette è l’unica in cui si muove qualcosa. Dopo lunghi quarti d’ora di attesa, il taxista vede un varco a destra che immette nella corsia riservata ai ciclisti. La prende e la percorre, suonando a chi di diritto è riservata, fino a raggiungere una strada traversa e alternativa alla principale bloccata. La vista della navetta, in una zona della città ormai vicina all’autostrada e con traffico più scorrevole, ci fa capire che raggiungeremo l’aeroporto in tempo.

Pechino con il sole, in uno dei venti giorni all’anno in cui è sgombra dalla nebbia, appare molto diversa dalla grigia Pechino dei primi giorni ed è affascinante percorrere in bicicletta le sue vie strette in uno dei pochi quartieri di Hutong che si sono salvati dalla distruzione delle ruspe. È una zona residenziale, ormai, con negozi e locali tipici, in cui le case ristrutturate si vendono a prezzi molto elevati. Lavori in corso dappertutto.

Un grande stupa bianco si erge alla sommità della collina del parco Beihai. Il cielo azzurro, una cornice di alberi e fiori di loto nel laghetto sottostante rende l’ambiente particolarmente gradevole, se non fosse per i molti visitatori poco rispettosi della sacralità del luogo. Si accede allo stupa passando attraverso un tempio con importanti statue di Buddha ed un’irta scalinata di pietra. In cima, da una piccola terrazza affollata si osservano dall’alto mura e tetti della città proibita e sulle pareti dello stupa, centinaia di mattonelle azzurre smaltate, con immagini del Buddha in rilievo. Draghi colorati scolpiti sul tetto del tempio si mostrano ai visitatori durante la discesa.

Le visite alla grande muraglia sono consentite solo in alcuni tratti ristrutturati e aperti al pubblico. Un tour organizzato tramite l’albergo, ci porta nella zona di Juyongguan, a circa 50 km da Pechino. E’ un percorso abbastanza ripido e impegnativo che si conclude in circa due ore di cammino sostenuto. Questo tratto era considerato uno dei più importanti dal punto di vista strategico in quanto forniva un collegamento con Pechino. In pratica proteggeva le guarnigioni militari dislocate nel fondo della valle. La muraglia sale rapidamente sulla montagna con gradini alti e consumati dal tempo e dal continuo via vai di visitatori. Si dice in Cina che chi sale sulla grande muraglia sia un eroe e chiunque ha il desiderio di diventare eroe, così orde di visitatori salgono a gran velocità i gradini della muraglia, apparentemente insensibili al sole e al caldo. I sorpassi di quelli più lenti sono continui e spesso le zone panoramiche sono molto affollate, perché ciascuno deve scattare la sua foto ricordo del giorno in cui è passato fra gli eroi. Suggestiva la vista di chilometri di muraglia e torri che si snodano sulle montagne, tutte terrazzate nell’antichità. La forma dei tetti è quella che sempre attira di più l’attenzione e la vista dall’alto porta ad immaginare il luogo quando l’imperatore saliva quelli stessi gradini controllando i suoi territori. In basso, un’antica porta le cui pareti hanno scolpiti nel marmo testi buddisti tradotti in più lingue. Attraverso la porta si accede ad una zona in cui una un italiano ha regalato alla Cina uno spettacolo di migliaia di lampadine montate su intelaiature metalliche a formare archi e torri. Di gusto discutibile, sembra che non si intoni molto con quel luogo che un tempo fu teatro di battaglie, ma l’evento notturno deve avere avuto rilevanza notevole, in quanto regalo del governo italiano, citato anche nei nostri telegiornali.

Il pranzo tipico cinese, incluso nel prezzo del tour, si svolge in un gran ristorante a due piani, con arredi e camerieri in stile. Abbondanti portate di vario tipo sono appoggiate su una piattaforma rotante al centro del tavolo, tale che tutti i commensali possano attingere a loro scelta dai vassoi delle pietanze.

Inclusa nel tour, all’ insaputa dei clienti, c’è l’immancabile la visita a negozi di souvenir. Nel primo si vede come avviene la lavorazione della giada, come si distingue dal marmo o dal vetro e si ammirano grandiose sculture di navi e draghi dai costi impronunciabili. Nel secondo si possono assaggiare campioni di frutta disidratata, in particolare giuggiole, con commesse assillanti che tentano in ogni modo di vendere confezioni dei prodotti e che scortano il cliente fino alla cassa per essere sicure che non posi ciò che tiene in mano.

Le tombe Ming sono la fotocopia ridotta della città proibita. L’imperatore volle per la sua vita nell’aldilà un palazzo uguale a quello di questo mondo. Un arco lungo il viale di accesso rappresenta, secondo la tradizione cinese, la via di andata e di ritorno dall’aldilà. Chi oggi vuole visitare le tombe deve percorrere all’andata e al ritorno lo stesso cammino, che sia di passare sotto l’arco o a fianco, pena il restare nell’alto mondo. Il rosso è sempre il colore predominante ed i palazzi sono costruiti con legni pregiati e travi monoblocco provenienti da rare piante di zone remote della Cina. Abiti e suppellettili imperiali sono esposti in un ampia sala con al centro una statua dell’imperatore.

Il tour si conclude con una visita fuori programma ad un centro di medicina tibetana. Ci ricevono gentili signorine in divisa bianca da infermiere che ci offrono un tè allo zafferano di cui un medico tibetano esalta le virtù salutari. Ci offrono un massaggio ai piedi, gratuito, ma la guida del tour suggerisce una cifra per un’offerta volontaria. Sarebbe stato curioso farsi fare un massaggio ai pedi da un tibetano originale, ma nessuno ha il coraggio di togliersi le scarpe o i sandali, dopo una giornata di cammino su e giù per la grande muraglia. Pare che non sia uso lavarsi i piedi prima della prestazione e così il medico non riceve nessuna adesione. Allora offre una visita gratuita ad un volontario per controllarne lo stato di salute con i metodi della medicina tibetana. Una turista si rende disponibile e in meno di due minuti un altro medico le ispeziona la lingua e le controlla il polso. Tutto regolare, ottima salute.

Un tamponamento al nostro pulmino nel traffico di Pechino conclude il tour.

La metropolitana di Pechino è sicuramente il mezzo migliore per muoversi in città. Come sempre acquistiamo i biglietti all’ingresso e sempre con la stessa regola del "Vedere soldi, vedere cammello". Prima si pagano i 4 Yuan richiesti e poi ci danno i biglietti. Raggiungiamo uno dei capolinea per prendere un autobus verso il giardino botanico. C’è una gran differenza tra il centro città e la zona periferica del capolinea della metropolitana, di sicuro non ci sono gli sfarzi consumistici che tanto ci hanno sorpresi durante il nostro soggiorno. Diversi tassisti ci offrono insistentemente e sonoramente una corsa. Entriamo in un piccolo supermercato per acquistare l’acqua e qualche dolcetto e all’uscita sono ancora lì ad attenderci. Cerchiamo la fermata dell’autobus che la guida suggerisce per raggiungere il giardino botanico. Non la troviamo da nessuno dei due lati della strada. Molti autobus fermano, ma non il nostro. Proviamo a fermare qualche giovane per strada nella speranza che parli inglese e finalmente una ragazza molto gentile ci fa prendere un autobus diverso da cambiare dopo qualche fermata. Scendiamo un po’ troppo in anticipo e proseguiamo a piedi lungo un marciapiede sconnesso e gli immancabili lavori in corso. L’autobus ci porta fuori città, verso una zona collinare piuttosto verde.

Il giardino botanico si sviluppa lungo un grande viale che porta ad un tempio con una delle più grandi statue del Buddha addormentato. Incuriosiscono le paia di scarpe offerte per il momento del risveglio.

Boschi di enormi bambù, sophore Japoniche potate ad arte, abeti colossali, alberi a basso fusto, fiori di piante perenni, prati verdi, gazze dal piumaggio lucente, piccoli animali in gabbia per essere venduti, il tutto disposto più o meno alla rinfusa sembra quasi non appartenere ad un giardino botanico, ma ad un giardino pubblico con panchine per i visitatori. La serra con le piante tropicali è molto grande e la temperatura ed umidità all’interno sembrano proprio quelle originali. All’ingresso, un pupazzo di Huang Huang, una delle cinque mascotte delle olimpiadi, accoglie i visitatori. Il colpo d’occhio è notevole: orchidee che sbucano da qualunque parte, fiori colorati che crescono su tronchi di piante acquatiche, l’ambiente della giungla è riprodotto nei minimi dettagli con tanto di scimpanzé finti. Guardando un po’ meglio si vede che le orchidee pendono giù da vasetti di plastica mimetizzati alla bene e meglio nel muschio e vengono prontamente sostituiti se la pianta perde il suo splendore. I tronchi degli alberi le cui radici penzolano nell’acqua del ruscello artificiale sono di cemento. Alla fine non si capisce bene quanto sia vero, quanto falso e quanto solo per fare scena. La sezione dei cactus merita la visita.

Il palazzo d’estate si raggiunge in autobus dal giardino botanico. Affascinante dimora estiva dell’imperatore, si sviluppa lungo le pendici di una collina che sale ripida e si affaccia su un lago artificiale, scavato a mano dagli sudditi quando il costo della manodopera era pressoché zero. Un fossato pieno d’acqua proteggeva la collina e la vista dal ponte di ingresso è notevole su antiche case colorate e bandiere sventolanti. Si sale rapidamente per mezzo di gradinate fino a raggiungere la sommità dove un grande edificio ricoperto da migliaia di mattonelle smaltate è chiuso da impalcature e paraventi per ristrutturazione. Un sentiero in discesa porta verso il lago dove una marea di gente passeggia, acquista bibite e gelati, si gode la tranquillità all’ombra di alberi secolari. Un affabile venditore di magliette ci rifila di resto una banconota falsa con cui la sera stessa facciamo una brutta figura al ristorante, non sospettando minimamente dell’inganno. Ma le commesse di qualunque negozio o esercizio sono ben addestrate a riconoscere i falsi e quella del nostro ristorante non ha il minimo dubbio quando le presentiamo i 50 Yuan fotocopiati.

La dimora vera e propria dell’imperatore si osserva bene da quella prospettiva, alta in cima alla collina, con tetti colorati a forma di pagoda ed ancora meglio si vede dalla barca che fa la spola verso una delle isolette portando migliaia di visitatori. La barca si riempie rapidamente di sonori turisti cinesi che continuano a fotografarsi a vicenda e, facendo finta di niente, fotografano anche noi. Sull’isoletta, che è collegata alla sponda con un ponte di pietra bianca con dodici archi, un nutrito coro improvvisato di persone anziane fa da attrazione cantando a più voci canzoni della tradizione popolare, almeno così intuiamo. Anche in questo lago non mancano le piante di loto, purtroppo la sporcizia che galleggia le rende meno affascinanti che altrove. Verso l’uscita, una grande statua di bronzo mostra un animale mitologico che la tradizione vuole essere solito apparire in tempi di pace.

All’uscita, numerosi tassisti insistono per portarci in centro e venditori di cartoline e mascotte delle olimpiadi sembrano decisi a non lasciarci andare. Alla fine riusciamo a prendere un autobus verso una fermata della metropolitana. Il viaggio è più lungo del previsto nel traffico intenso e cerchiamo di seguire il percorso sulla mappa per convincerci di aver preso l’autobus giusto. Dopo circa un’ora e mezzo riconosciamo l’indicazione della metropolitana e scendiamo al volo.

La stazione degli autobus, nell’angolo sud-est di Piazza Tiananmen non è altro che un mercato: moderno all’interno del vecchio edificio e con rumorosi altoparlanti e bancarelle all’esterno. È il primo assaggio di hutong di prossima distruzione, circondati da muri temporanei e posticci oltre i quali la gente è tenuta ad andarsene. Una strada ampia e diritta porta verso il museo di storia naturale di Pechino. Percorrerla a piedi è un’esperienza. Muri a destra e sinistra con pochissime vie di passaggio e cartelloni disegnati su come apparirà in futuro quel quartiere. Dai pochi accessi rimasti aperti si intravedono i vicoli degli hutong, case vuote e case ancora abitate, negozi ancora in funzione e magazzini ormai deserti. Una grossa X rossa segna le case che saranno distrutte.

Il museo di storia naturale si trova in un vecchio edificio tra due quartieri di hutong pronti per essere rasi al suolo e ricostruiti secondo i criteri dell’economia moderna. Padiglioni antiquati mostrano collezioni di scheletri di dinosauri e animali sotto formalina. L’unico segno di modernità è un videogioco, dal quale i bambini sono particolarmente attratti, che simula una corsa forsennata contro un dinosauro, molto più interessante dell’enorme scheletro fossile esposto, che riempie tutta la sala. Ma il pezzo forte del museo, oltre a collezioni di farfalle, insetti veri e finti, pesci vivi in puzzolenti vasche-lager in cui non si possono neppure girare, è una stanza con corpi umani sotto formalina. Corpi interi di adulti e di bambini, scorticati, sezionati in lungo e in largo, tagliati in quelle parti che posso avere rilevanza scientifica sono esposti in vasche verticali e orizzontali, spesso col capo coperto da pezzi di stoffa, per rispetto del morto.

Decisamente più sereno, il tempio taoista Dongyue, si rivela nella sua grandezza e suggestività avvolto nelle nebbie mattutine. Il rosso acceso dei nastri dei ciondoli votivi, appesi lungo il viale di ingresso, richiama l’attenzione per poi guidarci presso un enorme braciere pieno di sabbia in cui i fedeli inseriscono, con gesti rituali, fasci di bastoncini di incenso di colori e odori diversi. La struttura si sviluppa in una serie di cortili, alcuni con decine di stele di pietra con incise iscrizioni recanti dati di scambi commerciali, compra-vendite, ed affari registrati nell’antichità come atti notarili. Le stele più importanti sono sostenute da grandi tartarughe di pietra. Altri cortili sono circondati da numerose stanze, disposte lungo il perimetro, che ospitano i ministeri del taoismo. Alquanto insolito vedere rappresentati quelli che da noi potrebbero definirsi peccati o opere di bene da statue di legno disposte ordinatamente lungo il perimetro di ciascuna stanza con una statua più grossa o più importante a fare da giudice. Il ministero degli animali per esempio è rappresentato da statue con corpo umano e testa di animale. Il ministero delle malattie, quello della pesca, dei peccati della carne, della vita e della morte, tutti per indurre a meditare sugli inquietanti aspetti della vita. Un gigantesco albero secolare appoggia il suo tronco su un sostegno artificiale perché non cada, tanto è ripiegato verso la terra.

Fuori dal tempio una serie di sophore japoniche, piantate lungo la strada, lascia cadere i semi sul marciapiede. Curioso raccoglierne alcuni per far crescere altrove qualche particella di Cina.

I videogiochi sembrano essere uno dei passatempi preferiti degli adolescenti cinesi. Internet caffè affollatissimi con ragazzi che si sfidano in giochi di guerra o di avventura da un computer all’altro. Sembra che non siano capaci di distogliere l’attenzione da quei monitor dove guerrieri e uomini virtuali abitano mondi paralleli.

Al ristorante con la tessera pre-pagata, impieghiamo un po’ per comprenderne il funzionamento, ma l’efficacia e la rapidità vengono subito apprezzate. In un grande centro commerciale, banchi di ristoranti con vetrina e centinaia di piatti esposti si susseguono con potenziali clienti che gli passano davanti in cerca della pietanza più gustosa. Alla cassa si acquista una tessera magnetica caricandola con una certa cifra. Scelte le pietanze nella vetrina preferita, il prezzo viene scalato dalla tessera e si attende seduti ad un tavolo che i cuochi facciano il loro mestiere. Le bacchette sono l’unico strumento a disposizione e, dopo tre settimane, restano per noi ancora uno strumento di uso non facile.

Riordinate le idee su questo viaggio, la delusione iniziale di non aver trovato la Cina di un tempo o la Cina che ci aspettavamo, si trasforma nel piacere di aver visto il paese con la più grande energia vitale del pianeta. È un energia che esplode da ogni parte, forse a volte in modo incontrollato, ma è quella che sta cambiando e cambierà la vita di più di un miliardo di persone.

Roberta Ferri

dicembre 2006

(N.B. Alcune foto del viaggio sono presenti nella rubrica di fotografia:

Fermare l'attimo)

 

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