VIAGGIO
di Marzia (Mariella )Plumeri
Sul cartello stava scritto:" Le risposte delle analisi istologiche si ritirano dalle 12,30 alle 13,30". Erano le 12,20. Mi avvicinai ugualmente allo sportello ed affrontai l’espressione infastidita dell’infermiera.
Invece, poco dopo, fui introdotto quasi troppo gentilmente al cospetto di un medico. Imponente dietro la scrivania, camice bianco e lenti sugli occhi di un celeste sbiadito. Mi porse la busta con la risposta scritta dell’esame istologico. Lo avevo convinto a consegnarmela personalmente.
- Si tratta di mio fratello, si trova già all’aeroporto in procinto di partire per l’India: non c’è tempo di fare avere la risposta al medico curante -
La diagnosi era infausta. Tre mesi, due mesi? Che possibilità di scampo in più avrebbe dato un intervento?
- Devo raggiungere mio fratello all’aeroporto per fermarlo?... per fortuna l’aereo parte fra due ore -
La mia voce aveva avuto un’incrinatura che non ero riuscito ad evitare: l’alito affannoso del tempo mi soffiava lungo la colonna vertebrale.
Formalità nella voce dell’uomo in camice bianco. Mi affrettai, dovendo passare prima da casa.
La valigia stava già pronta sul letto, la riaprii per posare la busta con il responso sopra gli indumenti. Dallo studio telefonai per un taxi.. Da una vita sognavo quel viaggio in India: non mi sentivo di rinunciare per nessuna ragione al mondo: c’ero stato da bambino con i miei genitori, più che ricordi, avevo dentro sensazioni struggenti che desideravo ritrovare.
Diedi un’occhiata rapida alla vetrina dei fucili, sapevo che le cartucce stavano nel cassetto: forte tentazione. Esitai: si trattava di scegliere fra due viaggi, ma no, uno non escludeva l’altro, l’importante era di non sprecare il poco tempo disponibile. Tornai in camera a chiudere la valigia.
Raggiunsi l’aeroporto un’ora prima della partenza dell’aereo. Mi affrettai al chek-in. Cinque persone davanti a me. Guardai l’orologio nervosamente, era passata appena un’ora dalla notizia della mia condanna a morte (avevo detto mio fratello... non avevo fratelli): ma ero sereno perché avevo deciso di morire in India. Spendere tutti i risparmi fino all’ultimo, poi rannicchiarmi in un angolo ombroso di un giardino di Benares. Negli occhi il colore dell’albero del fuoco, l’incedere regale delle donne, l’oblio nel cantilenare di un mantra.
La voce dal microfono scandì il mio nome più volte, già il mio bagaglio scorreva sotto il metaldetector. " Il signor Lorenzo Donati è pregato..."
Girai lo sguardo infastidito e vidi l’uomo al banco dell’ufficio informazioni: senza camice bianco e senza la protezione della scrivania, sembrava un individuo qualsiasi.
Pregai la guardia di trattenere il mio bagaglio e raggiunsi il medico, sorpreso che si trovasse all’aeroporto e mi avesse fatto chiamare.
- C’è stato un errore - stava dicendo dopo i primi convenevoli - un caso di omonimia, ma l’età non corrisponde -. Mi guardava stranito. Aveva bevuta la storia del fratello: solo adesso capiva che ero direttamente interessato. Si erano accorti dell’errore, disse, al momento di consegnare l’altra busta. Per fortuna, pensai, il desiderio dell’India era risultato più forte della tentazione estrema davanti alla vetrina dei fucili. La voce avvertì che l’aereo per Francoforte ( di là ci sarebbe stato un altro aereo per New Delhi) era in partenza. Appena il tempo di stringere la mano sudaticcia dell’uomo davanti a me e ringraziarlo per essersi scomodato personalmente. Lui non avrebbe capito che quel senso di inevitabilità, viaggio di sola andata, mi sarebbe rimasto dentro per sempre. Ora considerare la realtà di un altro mi negava la serenità del ritorno. Forse io sarei rimasto in India definitivamente, lui, l’altro Lorenzo, non avrebbe sostato all’ombra del Taj Mahal .
Mi affrettai alla pista di partenza.
Marzia ( Mariella) Plumeri