Silarus – Nov-dic. 1977 – Pseudonimo: Barbara Antonelli (alias Marzia Plumeri)

 

La visita medica

Il bambino dormiva nella culla di vimini, sotto il velo di tulle. Respirava faticosamente, con un leggero russare, perché era raffreddato.. Nella stanza, molto ordinata e terribilmente asettica, c’era un forte odore di essenza di pino, mischiata al profumo dell’acqua di colonia. Anna, la madre, distesa sul letto matrimoniale, si era assopita, senza volerlo.

"Un attimo solo" si era detta "tengo le gambe alzate per riattivare la circolazione". Ricordava di aver avuto caviglie sottili e gambe agili, prima della gravidanza.

Il marito, rincasando in anticipo dall’ufficio, trovò moglie e figlio addormentati. La moglie, in quella curiosa posizione, con i piedi appoggiati alla parete, aveva l’aria di una marionetta. Provò una sorta di dispetto, la tentazione di scuoterla e svegliarla, per vendicarsi dei propri sonni perduti.

"Quei due" lo tenevano sveglio la notte, ma recuperavano, loro, di giorno, mentre a lui cadeva la testa sul petto, in ufficio e doveva puntellarla con la mano, senza contare l’ironica benevolenza dei colleghi che fingevano di ignorare il suo scarso rendimento.

Nel bagno, c’erano panni a mollo nell’acqua saponosa che andava freddandosi e altri che si sciacquavano sotto il getto dell’acqua dimenticata aperta.

"Con quel che costa, tutto questo spreco" pensò. Si vergognò di averlo pensato. Capì che il sonno doveva averla colta di sorpresa, la moglie. Povera cara, così protetta fino a ieri e adesso così impreparata alle difficoltà! Si propose di finire il lavoro lasciato in sospeso, una sorta di castigo per il proprio egoismo, o compiacimento di mostrarsi generosamente partecipe. Al primo panno, si scoraggiò: "Cose da donne". Si limitò a chiudere il rubinetto.

Il piccolo si mise a piangere, roco e lamentoso. In camera, Anna stava già seduta sul letto, curva sulla culla, apprensiva.

- Michele, già a casa!

- Non riuscivo a tenere gli occhi aperti in ufficio. Con la nottata che abbiamo passato.

- Gli manca il respiro e si sveglia, povero tesoro. Non può andare avanti senza riposare. Si rovina il sistema nervoso.

- Neanch’io posso andare avanti senza riposare.

- Hai ragione. Ma "lui" è così piccolo. E poi non sa spiegarsi. Potesse dire le sue ragioni, sarebbe già un sollievo. Noi abbiamo questo sollievo e lui no. Prima mi sono addormentata senza accorgermene. Oh Dio… i panni!

- Ho chiuso "io" il rubinetto. Non è ancora venuto, pare, il tecnico per la lavatrice.

- No, non è venuto.

- Dovresti sollecitare. Non puoi startene sempre con le mani a bagno. Hai certe mani ruvide…

- Neanche il medico per Fabrizio è venuto.

Lo rimproverava per aver anteposto la lavatrice al piccolo. Ora il bambino si era calmato in braccio ad Anna.

- Se lo tieni un momento, finisco di lavare i panni.

Michele lo prese in braccio, tenero e goffo. Lo palpeggiò, lo soppesò.

- Un fagottino di panni e pipì – disse. Lo baciò sulla lanuggine della testolina.

- E’ caldo, sei sicura che non abbia la febbre?

- Due ore fa, non aveva la febbre, ora non so. Ho chiamato il medico alle nove, stamattina; sono le diciassette e ancora non si è visto.

- Ti sembra un buon medico? Lo conosciamo appena…

- Sabina dice che…

- Se lo dice Sabina che ha tre figli! Io riconosco solo che ha un’aria molto equina.

- Equina??

- Quel viso così lungo, quel naso… Non ti sembra un cavallo? Poi, così timido, o maleducato. Parla a monosillabi, una pena. Si guarda intorno con aria inquisitrice, come diffidasse.

- L’importante è che sia un buon pediatra.

Squillò il campanello d’ingresso. La casa era una vecchia, solida villa con un piccolo giardino intorno. Superato il cancello, c’era ancora un portone esterno che dava in un ingresso umido, pieno di piante, comune a tre appartamenti, ciascuno dotato naturalmente di una sua porta. Mediante una serie di pulsanti, porte e cancello si potevano aprire. Era tuttavia prudente andare incontro ai visitatori.

- Sarà il dottore.

- O il tecnico. Vado io – si affrettò a dire Michele, restituendole il piccolo.

Anna, nel frattempo, scorse in fretta la stanza. Fece sparire rapidamente un panno bagnato che aveva posato per terra all’atto di cambiare il bambino. Almeno quell’unica stanza doveva presentarsi in ordine quasi perfetto. Le altre stanze, malgrado le acrobazie e gli affanni, mantenevano un aspetto trasandato e desolante. I vecchi mobili, riesumati in cantina, non erano ancora così vecchi da passare per antichi. Erano opachi e tarlati.

Appena sposati si erano detti:"Staremo qualche anno senza bambini". Invece Fabrizio si era annunciato subito dopo la brevissima luna di miele. La felicità aveva sconfitto lo sgomento. Che senso possono avere certe stupide convenzioni che esprimono egoismo?

***

Michele entrò in camera da letto seguito dal dottor Lorenzi. Anna, sul viso del marito, lesse la costernazione di chi è sul punto di dire qualcosa ma non la dice. Dietro il dottore, entrò il cane.

Era un cocker color miele, magari bello ma certo imprevisto e inopportuno. Scodinzolò e andò ad accucciarsi sullo scendiletto. La sorpresa di Anna fu tale che non riuscì a sillabare un saluto. Dei medici, se ne sentono tante ma che, per le visite, si portino il cane appresso è una novità.

"Un minimo di decenza, per salvare le apparenze" pensò indignata.

Il dottor Lorenzi sembrò visibilmente a disagio, non sapeva dove posare la borsa. Gli altri due lo osservavano ammutoliti, quindi il medico, di sua iniziativa, decise per la poltrona, con forzata disinvoltura. Il cane dovette crederlo un invito, perché lasciò lo scendiletto e saltò sulla poltrona. Si accovacciò sulla borsa: forse s’era sentito in dovere di proteggerla? Il medico gli saettò un’occhiata severa: sembrò di rimprovero, ma non era piuttosto d’intesa?

Anna e Michele s’imposero d’ignorare il cocker per qualche momento. Parlarono del bambino e delle notate insonni, dell’appetito e della crescita. Nove etti in un mese sono sufficienti?

Anna pose il bambino sul letto matrimoniale.

- Lo spogli – sollecitò il dottor Lorenzi.

Fabrizio sgambettò furiosamente per poi mettersi ad urlare al contatto della mano fredda che lo palpava. Il cane, dapprima, si contentò di osservare da lontano, poi, preoccupato, ritenne di dover controllare più dappresso. Lasciò la poltrona e andò a posare le zampe anteriori sul copriletto bianco, tenendosi ritto sulle posteriori. Annusò con molto interesse quel cucciolo urlante di uomo. Sul copriletto rimasero le impronte delle zampe.

Michele pensò: "E’ un’indecenza. Ora lo butto fuori, lui e il suo cane". Anna, per l’indignazione, teneva le spalle così erette e rigide che quasi le dolevano. Spinse da parte, con un piede, il cane che ora le annusava le gambe. Un senso di solidarietà verso sua madre le lievitò dentro. La mamma di Anna bambina aveva proibito alla figlia di tenere bestie in casa. E lei ne aveva sofferto.

"Gli animali sono un veicolo d’infezione. Riconosci le case che li ospitano dall’odore". Sante parole. Quella ricorrente sentenza della madre le era parsa ingiusta; spesso, per quel divieto, aveva pianto.

Il medico, terminata la visita in un silenzio disapprovante, compilò una ricetta.

    - Niente di grave, spero – si preoccupò Anna.

- Un semplice raffreddore, complicato da una laringite. Vi segno le supposte da usare una per sera, per tre sere consecutive, le gocce per il naso e le vitamine da aggiungere al latte, nel poppatoio.

Divenne improvvisamente loquace. Fece un inopinabile discorsetto sull’igiene. Michele fu sul punto d’intervenire, ma si contenne. Il cane, intanto, esplorando ed annusando,si era soffermato sulla mattonella, là dove Anna, un’ora prima, aveva posato il pannolino bagnato di pipì. Ora, con sommo, inebriante piacere, vi si rotolava sopra, dimenandosi sulla schiena. Anna arrossì, colta in fallo.

- Vorrei lavarmi le mani – concluse il dottor Lorenzi, con tono molto freddo, anzi infastidito.

Anna lo accompagnò in bagno. Dalla camera da letto venne un guaito, segno che Michele non aveva saputo più dominarsi. Il cane li raggiunse nel bagno con la coda fra le gambe. Si rizzò sul bordo della vasca, annusò i panni a mollo. Il dottor Lorenzi saettò un’occhiata disapprovante da Anna al cane.

- Vede, signora, nell’ambiente in cui vive un lattante, un cane… - esordì il medico.

- Per l’appunto, un cane! – sbottò Anna – Proprio quello che ho pensato io, vedendola arrivare con un cane. Come mai un pediatra fa le sue visite, portando con sé il cane? E’ un nuovo tipo di assistenza? –

- Il cane, come? Non è vostro, il cane?!

- Nostro? Il cane è entrato con lei, caro dottore. Non abbiamo cani, noi!

Il dottore si confuse, balbettò.

- E’ entrato con me, è vero, ma lo ha fatto con tanta sicurezza! Perfino sulla poltrona, quasi sul letto… E voi lo avete lasciato fare…

La sua espressione era talmente affranta che il viso gli si era allungato oltre misura, così che mancava solo che nitrisse.

Anna rise, un convulso che non voleva più calmarsi, neanche alla vista dell’inequivocabile mortificazione dell’altro. IL cane li osservava. Con la lingua ciondoloni e l’espressione sorridente, carpiva simpatia. Anna, per darsi un contegno, fu tentata di concedergli una grattatine alla collottola.

Si curvò in avanti, ma il gesto le rimase a mezz’aria, bloccato dall’entrata di Michele, il cui sguardo smarrito esigeva una spiegazione.

L’ilarità, a stento controllata, proruppe di nuovo irrefrenabile, impossibile tirare fuori una parola. Né il medico avrebbe lasciato il tempo di chiarire. Si accomiatò in fretta. Se ne andò così com’era venuto: il cane appresso che scodinzolava disinvolto e magari perfino compiaciuto.

Marzia Plumeri

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