"V O C I"
(pubblicato nel 1998 sull’Antologia "Voci dell’anima")
La più importante fu la voce di mia madre: era ruvida e graffiante anche nei rari momenti di tenerezza, come le sue mani quando mi lavavano il viso o mi pettinavano; a volte, i miei capelli le si impigliavano fra le dita. Ma erano mani che facevano lavori di fatica in casa e fuori per mandare avanti la famiglia.
La voce di mio padre invece era remissiva e conciliante, dai toni sempre pacati quando parlava con la mamma, o con mio fratello maggiore, tre anni più di me, difficilmente mi si rivolgeva direttamente, come per un senso di pudore nei miei confronti.
Più tardi, alla sua voce si unì il tintinnio di una bottiglia contro un bicchiere e l’odore del vino che si diffondeva per la casa, specialmente di notte. Poi ci furono le urla di mia madre che lo rimproverava e lui prese l’abitudine di scendere in garage, quando pensava che tutti dormissero. Se lo sentivo, faticavo a riprendere sonno, preoccupata per lui, ma senza il coraggio di fare domande, o dimostrare che conoscevo quel suo tragico segreto.
Lo trovarono una mattina, morto nel garage, accanto alla bottiglia vuota. Dissero che era morto d’infarto. La voce della mamma diventò più aspra e più dura, nei rari momenti in cui era in casa.
La voce di mio fratello Marco era squillante e prepotente quando dalla finestra lo sentivo giocare a pallone nel cortile, impietosa invece, quando alle mie spalle rideva di me con i suoi compagni di gioco; a volte mi sottraeva i giocattoli per portarli in camera sua dove si rinchiudeva con gli amici. Io andavo a nascondermi nello sgabuzzino delle scope, in attesa che la mamma tornasse a casa. Alcune volte piangevo.
Al ritorno, mia madre rimproverava Marco, ma sempre molto in fretta, perché, dopo i lavori fuori, c’erano quelli in casa. E la sua carezza era ruvida e veloce, sembrava tela di sacco sul mio viso.
***
Quando cominciai la scuola elementare, mio fratello faceva già la quarta, la mamma si raccomandò: - Appena uscito di classe vai a prendere Lorena e aspettatemi al cancello, non andartene finché non sono arrivata -.
Marco sbuffava, sapevo che era impaziente di andarsene di corsa con gli amici e si vergognava di me, anche se ancora non ne capivo la ragione.
Poi però mi resi conto che la mia "visione" del mondo era diversa da quella degli altri intorno. Ciò che avevo creduto fosse una condizione normale, fatta di percezioni, suoni e contatto, in realtà mancava di un elemento essenziale che non avrei saputo definire perché non lo conoscevo: la vista.
Mia madre cercò di spiegarmi, senza trovare le parole giuste, perché i miei compagni non usassero la tastiera braille o perché, oltre alla maestra "normale", ci fosse in classe anche un’insegnante d’appoggio tutta per me. Difficile farmi capire che i miei compagni di scuola avevano qualcosa di più, molto importante, qualcosa che non avrei mai avuto, anche se lei, povera donna, cercava di "sballottarmi" da un oculista all’altro, per quello che era possibile con i suoi pochi mezzi, per sentirsi dire che non c’erano speranze.
Io imparai che c’erano limiti oltre i quali non potevo andare: avevo creduto che la televisione si ascoltasse soltanto invece si poteva anche "guardare". Fu impossibile per mia madre darmi un’idea precisa sul significato di "vedere".
Marco, crescendo, ebbe compassione di me e si mise d’impegno a "raccontarmi" di capelli biondi o bruni, di occhi castani o azzurri, ma che cosa potevo saperne di colori?
- Di che colore sono i miei occhi, Marco? -
- Oh, i tuoi...sono bianchi -
- E com’è il colore bianco? -
- Il colore bianco è bianco. E’ senza colore. Le lenzuola sono bianche, la farina è bianca, lo zucchero è bianco. I ciechi hanno gli occhi bianchi, ma non tutti i ciechi, quelli che sono ciechi da tanto tempo...-
Da allora cominciai a portare occhiali che mi spiegarono essere scuri e avrebbero nascosto gli occhi bianchi.
***
Altre voci, altri suoni. La voce è un suono, anche la musica è un suono, la voce può essere musica quando è tenera e gentile. Poche voci tenere e gentili. Molta musica invece nella mia vita, ma fu una scoperta tardiva, quando imparare a suonare uno strumento sarebbe stato difficile. Puoi ascoltare un brano musicale migliaia di volte, forse alla fine ti annoia, ma difficilmente ti tradisce. Invece le voci possono sembrarti sincere, disinvolte, cordiali, ma poi scopri a volte che nascondono sentimenti molto diversi di fastidio e sopportazione, che si legano all’espressione di un viso, ad uno scambio di occhiate d’intesa fra i presenti. Chissà quanti sguardi, quante comunicazioni silenziose fra coloro che mi osservavano e mi parlavano o mi ascoltavano, senza che fossi capace di vederli. Me ne resi conto al liceo, quando le mie percezioni si erano ormai molto affinate, coglievo quasi il fruscio di un battere di palpebra o di un sorriso, ma c’erano anche percezioni più intime e sottili che scoprivano le vibrazioni di pietà o di fastidio. Diventai diffidente.
Unico modo di dimostrare che valevo quanto gli altri, più degli altri, fu lo studio ed i risultati che ottenni nonostante la mia infermità. Ci fu un’insegnante molto comprensiva e piena di attenzioni, si rallegrava per ogni mio successo, in un’occasione mi fece una carezza, le sue mani erano lisce, sembravano petali di rosa e anche la sua voce era dolce e vellutata, ricca di promesse d’affetto.
Superai gli esami di maturità col massimo dei voti: non ebbi più occasione di incontrare quell’insegnante, non essendo "uscita" la sua materia, lei era partita per le vacanze prima dell’esposizione dei quadri nell’atrio della scuola. E, quando trovai il suo numero di telefono e le telefonai per dirle che mi ero inscritta all’università, la sua voce fu fredda e distaccata: - Ah, sei tu, Bracci, non ti avevo riconosciuta, ho un’altra allieva in seconda con lo stesso cognome... -.E più tardi mi avrebbe chiarito di non essere abituata ad avere rapporti con gli allievi al di fuori della scuola, lo riteneva diseducativo e un po’ scorretto nei confronti degli altri .
- Io...non sono più una sua allieva -
- Appunto. Dopo un rapporto scolastico concluso, la vita privata rimane privata. E’ una regola che vale per tutti -. Mi augurò di avere risultati brillanti all’Università : ecco la sintesi di quella telefonata.
***
La mia accompagnatrice aveva una voce paziente e premurosa, soltanto due anni più di me e sarebbe sembrato facile diventare amiche.
- Al cinema danno "Rain man", l’uomo della pioggia, una di queste sere vado a vederlo -
- Piacerebbe anche a me andare a "vederlo" -. Usavo il verbo vedere tranquillamente, sapevo che gli altri si sorprendevano, ma nessuno poteva vietarmi un vocabolo di uso comune, che fa parte del linguaggio di tutti.
- Non so che gusto tu possa provarci , ad andare al cinema -
- Se qualcuno mi spiega le parti che non sono parlate e mi descrive gli ambienti, posso anch’io "vedere" un film -
Ma so che cosa non aveva il coraggio di chiedermi: come poteva una descrizione, dal momento che ero nata cieca, darmi l’idea dei rami di un albero contro il cielo, del colore delle foglie a primavera o in autunno, di lampadari scintillanti in un salone, di un’auto rossa in corsa sull’asfalto, di un volo di gabbiani sul mare, del mare, dell’azzurro e del verde...
Difficile spiegarle che io avevo una mia "visione" diversa da quella degli altri, ma l’avevo.
Manuela mi sorprese: - D’accordo, se vuoi, domani sera andiamo insieme a vedere "Rain man"-.
Mi sembrò meno difficile diventare amiche.
***
- "Vi" vedo sempre prendere appunti, è una proposta sconcia se vi chiedo di farmeli fotocopiare? -
Potrei definire la voce di Claudio "entusiasta", piena di ottimismo e di allegria, piacevole come le note di un pianoforte. Manuela gli rispose che gli appunti li prendeva per me, poi me li dettava ed io li inserivo nel computer.
- Usi il computer? -. Meraviglia nella sua voce. Gli spiegai che il mio computer era collegato con la barra braille, che avevo uno scanner ed anche una stampante. Gli promisi una copia degli appunti.
Capii di esserne innamorata quando mi resi conto che aspettavo con emozione quegli incontri nell’aula dell’Università. Mi confidai con Manuela, l’unica persona con la quale avrei potuto.
- Ma di che cosa ti sei innamorata? Conosci solo la sua voce e qualche parola generica -
- E’ simpatico, gentile, mi trasmette gioia di vivere... ha anche un buon odore -
- Potrebbe essere fisicamente mostruoso, neanche lo hai toccato -
- Penso che sia alto... da come mi arriva la sua voce -.
- E’ alto. Anche di aspetto decente. Però non è detto che lui... E poi che idea hai tu dell’amore? -
Ebbero inizio quei nostri discorsi sull’amore e sul sesso. Mi venne il sospetto che la mia amica si divertisse a scandalizzarmi: fu esauriente nelle risposte alle mie domande.
- Tu con Claudio ci andresti a letto... -
- Io...vorrei che mi amasse -
- Solo spiritualmente? -
- Anche fisicamente -
- Anche per una sola volta? -
- Perché mi fai una domanda così strana? -
- Per farti capire che c’è amore e amore e non è detto che l’uno svaluti l’altro. Ci sono amori di poche ore che valgono più di anni di convenienza e routine -.
- Se non potessi avere altro... almeno poche ore -
- Con Claudio? -
- Con Claudio -
- Vuoi che glielo proponga? -
- Sei pazza! -
***
Non ebbi più l’occasione di incontrare Claudio.
Ogni mattina, entrando nell’atrio della facoltà, o in aula, chiedevo a Manuela se fosse stato nei paraggi.
- Non lo vedo, non s’è più visto -.
Però una volta, mentre mi rispondeva, sentii la voce di lui, a pochi metri, parlare sommessamente con un compagno di corso, supposi anche uno scambio di sguardi, chissà quante volte c’erano stati, fra lui e Manuela.
- Hai guardato bene? -.
- Ho guardato bene -.
Una voce può essere falsa e colpire a tradimento, può indurre a credere che la cecità sia un ostacolo all’amicizia, una barriera fra te e l’amore. In qualche caso, può uccidere la speranza, può anche togliere la voglia di vivere.
Marzia Plumeri
( Sapessi quante volte, amica mia, ho immaginato di vivere la tua oscurità, per capire meglio... Non saprei avere il tuo coraggio...)