Volantini sulla piazza
(pubblicato su periodico)
Alla vigilia di quella festività, anzi poche ore prima della mia partenza, Claudia, mia moglie disse: - Vengo con te al paese. I ragazzi li lasciamo da mia madre -.
Mi sorprese, erano anni che disertava quella ritualità: viaggio e breve sosta al mio paese d'origine, la festa del Santo Patrono. Può sembrare inverosimile e ridicolo, ma tremendamente importante per mia madre ormai ottantacinquenne. Lei diceva che il Santo l'aveva sempre ascoltata e che anch'io ero nato grazie alle sue suppliche e all'intercessione del santo. Perché deluderla, povera donna, le dovevo tutto e l'amavo per quel suo essersi donata senza mai chiedere, devota e silenziosa. Mai le avevo rammentato che la morte di mio padre, quando io avevo 14 anni, il santo non ce l'aveva risparmiata né a me, né a lei.
Ora lei andava orgogliosa del figlio dottore in economia, dirigente d'industria. E quella laurea , prima che per me stesso, l'avevo voluta per gratificare lei, donna modestissima, quasi analfabeta, a caricarsi dei lavori più umili e a levarsi gli occhi sui ricami che le ricche villeggianti le commissionavano da un anno all'altro, per permettere all'unico figlio di studiare.
Questi particolari mia moglie li conosceva e i primi anni mi aveva assecondato, il Natale con mia madre e anche la festa del Santo, un giorno di ferie programmato per tempo. Poi s'era infastidita.
- I miei hanno diritto quanto tua madre di avere i nipotini per Natale. E per il Patrono, se ci vai da solo è sufficiente, i ragazzi si scocciano -
Non era del tutto vero, perché a quella festa si univa la sagra, bancarelle e giochi di piazza, madonnari con a volte splendidi dipinti provvisori e il ritrovarsi con vecchi amici del passato e alcuni che, come me, s'erano allontanati e che, proprio in quel giorno, avevano preso l'occasione di tornare. Forse non per devozione, ma per tradizione o sia pure superstizione, una specie di ritualità scaramantica che se non la rispetti poi le cose ti vanno male.
All'imbrunire, la processione. E quella sì, forse, composta dai vecchi e pochi ragazzini, veniva seguita dagli sguardi irrispettosi di alcuni osservatori, ma anche attenzione e curiosità che induceva a scattare foto folcloristiche.
Mia moglie era solita dire: - Usanza pagana -. E non m'ero mai sentito di contraddirla, ma l'avevo pregata di non dirlo con mia madre presente.
E fra quelli che, per Natale e per la Festa del Patrono, tornavano c'era anche Stefania, lei che come me, in quel paese c'era nata ed era stata mia compagna di giochi e di esperienze.
***
Stefania bambina, era stata l'unica femmina in un branco di maschi coetanei. Un maschiaccio, a volte più aggressiva di noi.
Suo padre era direttore didattico in una scuola media della vicina città e la madre insegnante, quindi per noi una specie di privilegio averla parte della banda e una sorta di lasciapassare a garanzia di buonafede contro le lamentele dei paesani per certi danni e scherzi dei quali eravamo responsabili.
- Ho visto che c'era la figliola della professoressa… non credo si sarebbe prestata a tener mano a quei ragazzacci… -
Poi..
Poi eravamo, lei ed io diventati più che compagni di marachelle varie, amici veri, confidenti, intimi. Tutto, ci dicevamo.
E a quattordici anni si sa, nel tutto ci stanno anche le curiosità sessuali. Per la verità erano cominciate qualche anno prima, ma io… non avevo avuto, prima, tutti gli elementi necessari di verifica e … collaborazione. Ammetto che i nostri giochi, sia pure prematuri e inesperti, fossero piacevoli fin dall'inizio anche se probabilmente io non ero del tutto all'altezza. Tuttavia, adeguandomi col passare dei mesi fisicamente, diventarono molto più espliciti e anche più gratificanti per entrambi.
Non vorrei essere frainteso: a ripensarci, ancora oggi, vedo in quella nostra complicità intima, soprattutto una sperimentazione innocente e molta fiducia reciproca. Non arrivammo mai a … "quello". Lei qualcosa più di me sapeva, avendo un dialogo più evoluto con i genitori e conosceva quali limiti rispettare.
Poi, morto mio padre, io ero diventato definitivamente adulto nel modo più drammatico e con la testa solo a rendere meno dolorosa per mia madre quella perdita.
Quando Stefania si trasferì in una città del centro Italia, a 300 km da noi, non ci fu nemmeno modo di salutarci. E poi, sinceramente, se non per qualche flash vago di memoria retroattiva, a lei non avevo più pensavo, col passare degli anni: già ventisei anni dall'ultima volta di quelle effusioni adolescenziali.
***
Quel primo Natale, dopo il rifiuto di mia moglie, ero tornato al paese da solo. E proprio dopo la Messa di mezzanotte, quella bella donna quarantenne s'era avvicinata a mia madre per farle gli auguri. Stefania. Strano guardarci e vederci adulti. Difficile riconoscerci, se non per gli sguardi che s'incrociarono di nuovo maliziosi, facendoci gli auguri.
Era tornata sola, per la casa dei genitori.
- Come stanno? - la voce di mia madre
- Mia madre non c'è più, e sì, purtroppo, quei mali non perdonano. E mio padre ha quasi novant' anni e con la testa non ci sta più -
- E la casa qui, che fai, seguiti ad affittarla d'estate ai villeggianti o hai deciso di venderla? -
- Sì, l'idea di venderla ogni tanto c'è, mio marito detesta questo posto, figli non ne abbiamo… io però non so decidermi, ci sono affezionata: non si sa mai un domani, potrei rifugiarmi qui -
Diceva cose tristi, ma sorridendo, ogni tanto un'occhiata verso di me.
E c'eravamo rivisti. Avevo telefonato a mia moglie, inventandole un pretesto. Stefania la ragazzina dei miei primi approcci erotici, Stefania la donna bella e procace con una casa sua a disposizione. Da pazzi lasciarla sola in quella grande e confortevole casa.
E così sembrò di tornare ragazzi, ai sotterfugi per sgattaiolare da lei, nel buio della sera. Uscivo dalla finestra a pian terreno, per non farmi notare da mia madre, esattamente come da ragazzo e quell'azione mi divertiva molto. Al punto che ne ridevo da solo.
Così i giochi erano ricominciati, molto più esperti e pertinenti, sempre maliziosi e con una complicità erotica che si era raffinata, dire perfino elegante e poetica, ma nello stesso tempo appassionata e travolgente.
***
E quindi mia moglie, all'ultimo minuto, aveva deciso di seguirmi. Non so come spiegare, ma non riuscii nemmeno a fare una telefonata per avvisare Stefania. Anche perché, m'era sembrato strana quella decisione così repentina, dopo tre anni: che le fossero venuti dei sospetti?
Infatti, durante l'ora di viaggio, ci furono domande strane, del tipo: - Anche gli altri tuoi amici d'infanzia, vengono a festeggiare il Patrono? -
- Qualcuno, sì, l'ho rivisto a volte, con alcuni nemmeno ci riconosciamo -
E poi curiosità, richiesta di nomi e particolari, inframmezzate nei soliti discorsi sui figli, lo studio, il motorino, la gita scolastica.
Arrivammo al paese e mia madre fu sorpresa e felice di rivedere Claudia, dopo tre anni che si defilava. Si commosse perfino. E detestai mia moglie per il suo solito sguardo ironico-superiore di falsa condiscendenza, quello che da tempo aveva spento il sentimento verso di lei e non solo quello, si sa, ma reso ben più determinante il gelo polare in camera da letto.
Sinceramente adesso, essermi perso l'incontro con Stefania, mi rendeva abbastanza nervoso. Poiché la festività cadeva di venerdì, avevo pregustato di fermarmi fino alla domenica sera o addirittura fino lunedì mattina all'alba: la presenza imprevista di mia moglie scombinava tutto.
Al pomeriggio, festa grande in piazza. I madonnari a terra a esibirsi in un concorso per artisti di strada, i giocolieri a vorticare le loro clavette colorate, un fisarmonicista con musiche da balera , un poeta esaltato che declamava poesie con rime baciate. E molte persone, venute dai paesi vicini, davvero una moltitudine. Stefania, la intravidi a distanza, nemmeno venne a salutare mia madre che appariva allegra ed emozionata come una bambina, per tutto quel movimento intorno.
Ad un certo punto, nel momento della massima attenzione per l'estrazione della lotteria, un premio non male, un prosciutto di 20 chili, ecco che dal cielo cominciarono a piovere volantini: sembravano coriandoli giganti.
Pubblicità, o un di più a sorpresa, o una comunicazione relativa alla festa?
Molti si chinarono a raccogliere, ci fu un gran mormorio. Alla fine, anch'io raccolsi un paio di quei foglietti colorati.
- Ma che vergogna, ma come mai… - qualcuno diceva. Un brusio scandalizzato ma anche
divertito. Ci fu il mutismo allibito di alcuni e una risata grassa sfuggita al pizzicagnolo.
- Bambini, lasciate stare, non è roba per voi -
In effetti, le immagini sui volantini erano, se non proprio porno, per lo meno osé.
Non so se tutti sul momento riconobbero la fotomodella: Stefania in due pose diverse. In una indossava reggicalze di pizzo nero e calze a rete in tinta e corta canottiera in seta color salvia, nell'altra, il laccio sottile della camiciola scivolava da un lato, ben sotto l'altezza dell'ascella..
Accidenti a me, gliele avevo scattate io quelle foto e avevo insistito per farle e soltanto dopo aver ancora giocato, ridendo, lei aveva acconsentito. E maledetto io che le avevo conservate, pensavo molto nascoste, con l'idea di riguardarle ogni tanto, visti i lunghi intervalli di lontananza fra noi. Ma a quanto pare, Claudia aveva capito come e dove cercare.
Mia moglie a voce alta disse: - Ma chi è questa p……na che viene a rovinare una festa dove ci sono anche bambini? -
E molti occhi si rivolsero nella direzione in cui avevo intravisto Stefania, pochi attimi prima, ora come volatilizzata. Sapevo, e ne ero addolorato, che non l'avrei più incontrata.
Chi, complice di mia moglie, aveva lanciato i volantini, dalla torre sulla piazza, non fu mai identificato. O nessuno si prese la briga di cercarlo, né Stefania, come sarebbe stato suo diritto, sporse denuncia. Fu meglio chiudere ogni possibile seguito, evitando indagini varie, prima che la vicenda boccaccesca uscisse dal paese.
Dissi a mia moglie: - Può darsi che lei non sia come tu l'hai definita, ma so di certo che tu hai una mente contorta e cattiva -
Ebbe un sorrisetto ironico, più accentuato del suo abituale: - Certa gente, che crede di fare il proprio comodo senza pagare il dazio, merita pure una lezione : una p…. na va sputtanata, peccato che nelle foto non risultasse anche il suo compare -
***
La storia finisce qui. Non lasciai mia moglie, pur desiderandolo e nemmeno lei mi lasciò, paga della vendetta, perché ritengo che i figli vadano avanti a tutto e non debbano fare le spese delle nostre miserie. Nemmeno riuscii, lo avrei voluto, a rintracciare Stefania, né a spiegarle che non ero certo stato io a voler quell'ignominia. Seppi che aveva venduto la casa, ma sempre tramite terzi. Lei in paese non si fece più viva, né mai cercò di mettersi in contatto con me. La mia amica dell'adolescenza, la mia compagna di giochi, il mio sogno erotico, la mia unica amante di una volta l'anno, perduta per sempre.
Marzia Plumeri