ZECCHINO

Lo vedemmo apparire, quella prima volta, in un giorno di agosto. Era sporco e macilento, quasi non ce la faceva a reggersi sulle zampe. Era probabilmente un incrocio fra un breton e un setter. Il colore roano marrone del manto era quasi irriconoscibile.

Era arrivato nei pressi di casa nostra, dopo molti giorni di randagismo e di digiuno: è probabile che elemosinasse ad ogni porta quel poco che gli era bastato a sopravvivere dopo che i padroni lo avevo perso o, molto peggio, abbandonato. Essendo agosto, avemmo quel sospetto, ma optammo per la prima versione.

Lo soccorremmo, dandogli dell'acqua e del pane secco che divorò, confermando il lungo digiuno. Ma, quando feci per accarezzarlo, mi resi conto delle innumerevoli zecche gonfie di sangue, seminascoste fra i peli stazzonati.

Fra gli insetti, le trovo di gran lunga i più schifosi.

- Come si fa? Va disinfestato, così non possiamo farlo restare -

- Qui non "deve" restare - sentenziò mio marito.

Però non avemmo cuore di scacciarlo e il cane andò ad accucciarsi all'ombra del fico, dove, inevitabilmente, avrebbe lasciato cadere ospiti indesiderati. Bisognava trovare un rimedio.

Mio marito fece un'indagine nei dintorni. Abitavamo da pochi mesi la nostra casa appena ristrutturata e non conoscevano gli abitanti delle case vicine.

- Sì, ho visto quel cane la settimana scorsa, gli ho anche dato qualcosa da mangiare. Ma poi ho dovuto scacciarlo, sennò i miei cani lo avrebbero sbranato - disse un confinante. E così via: il cane sembrava essere senza padrone.

Forse ci sentimmo sollevati. Andai al supermercato e comprai cibo per cani, ali di pollo e frattaglie varie, un insetticida e un collare antizecca.

Lo nutrimmo e, qualche giorno dopo, riuscii perfino ad insaponarlo, dandogli un aspetto decente.

Gli avevo trovato perfino un nome che mi divertiva : " Zecchino", non tanto per riferimento alla moneta, quanto alle zecche che lo avevano caratterizzato. Lo strano fu che, al nome, rispose subito, scodinzolando festoso. E, al richiamo, si precipitava.

La notte andava a dormire nel fienile e la mattina dopo, appena aprivo una finestra su quel lato, si rizzava festoso in cima alla scala a guardarmi con l'espressione buffa di certi cani che sembrano sorridere.

- Ciao Zecchino -. E il cane scodinzolava.

Mio marito, cacciatore, se lo portò dietro in una delle sue passeggiate senza fucile. E Zecchino dimostrò di avere un ottimo naso.

- Punta che è una meraviglia: mi ha alzato un fagiano - disse Carlo

- Sì, ma non è il nostro cane. Sarà il caso di spargere meglio la voce. Stamani arrivo in paese e dico anche al bar - ragionai. Così feci.

Al bar del paese, a tre chilometri di distanza, raccontai e descrissi il cane. Nessuno lo conosceva. Però mi assicurarono che avrebbero chiesto in giro.

***

Erano quindici giorni che Zecchino stava con noi. Sembrava un altro. Bello, festoso e affettuosissimo. Non gli lesinavo carezze, quando mi lambiva le mani. Era obbediente e molto rispettoso: bastava un cenno perché mi capisse.

Al ventesimo giorno di...convivenza, arrivò un'auto nell'aia. Ne scese un uomo burbero.

- Mi hanno detto che avete il mio cane -

- E' il suo cane? Menomale che s'è trovato il vero padrone. E' arrivato qui che era moribondo... e poi era pieno di zecche... -. Volutamente esagerai.

- Deve essere qui intorno - dissi.

Chiami il cane che sembrava essersi volatilizzato: - Zecchino! -

L'altro, contemporaneamente gridò: - Zac -

Fui sorpresa e mi venne da ridere: ecco perché aveva risposto al nome che gli avevo dato, era un suono simile a quello che gli era familiare.

Zac - Zecchino apparve con la coda fra le gambe e l'aria molto spaurita. Il padrone lo prese per il collare antizecca e mi lanciò uno sguardo accusatore.

- Per le zecche - gli spiegai - ne avrà avute addosso un centinaio -

Fece per toglierlo.

- Glielo lasci, scusi, è ancora efficace... -

L'uomo imperterrito glielo tolse e lo posò sulla panca di legno lì vicina. Dopo le prime, non aveva più pronunciato una parola.

Trascinò il cane verso l'auto e quello guaì. Si rifiutò di salire, arpionando le zampe a terra. L'altro gli torse la pelle dietro il collo con un pizzicotto che non mi sfuggì.

- E' sicuro che sia il suo cane? Non mi sembra che sia felice di rivederla -

Bofonchiò qualcosa che non era certo un grazie per avergli ospitato e accudito il cane. In seguito, avremmo scoperto che "il vero padrone" era stato fuori in vacanza per un mese, al sud dove aveva parenti. Era solito, se si assentava anche per diversi giorni, lasciare il cane libero nei pressi di casa e non gli sembrava di abbandonarlo.

Nemmeno ci salutò. Mise in moto l'auto, col cane dentro che guaiva. il naso appiccicato al vetro a guardarci supplichevole. Mi aleggiava intorno quel suo forte desiderio di restare. Lo seguii con lo sguardo finché l'auto non sparì alla mia vista.

Fu allora che decisi di comprare un cane che sarebbe stato tutto nostro.

Marzia  Plumeri

 

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